Saturday, April 17, 2010

Paula Vene Smith: Il silenzio della Musa




Una mia recensione del romanzo "Il silenzio della Musa", di Paula Vene Smith, è stata pubblicata sul numero di Aprile di Milano Nera Mag - cartaceo collegato al Web Press Milano Nera.
( http://www.milanonera.com/?p=5812, p. 9).

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Friday, January 29, 2010

NonSoloNoir saluta J.D. Salinger

(J.D. Salinger da una copertina del New York Times, 15 Settembre 1961)


Si è spento nella giornata di ieri, 28 gennaio, a Cornish, New Hampshire, cittadina nella quale si era rifugiato, nel 1953, per sfuggire al successo ottenuto con la pubblicazione di Il giovane Holden, il novantunenne scrittore americano J.D. Salinger. Stando alle dichiarazioni del figlio, la morte sarebbe dovuta a cause naturali.
Indiscusso innovatore del romanzo di formazione, con l’indimenticato (e, ahimè, troppo spesso imitato) Giovane Holden, ma anche autore di nove, meravigliosi, racconti, e di una coppia di discreti romanzi brevi, Salinger conduceva da anni una vita ritirata: la sua ultima apparizione pubblica risaliva agli anni ’80, quando, indispettito dal tentativo di pubblicazione della sua biografia non autorizzata In Search of J.D. Salinger, aveva improntato una causa contro l'autore Ian Hamilton (1). L’ultima intervista era invece datata 1974, anno in cui l’autore di Il giovane Holden aveva inaspettatamente accettato di rispondere alle domande di un giornalista del "New York Times".

Salinger lascia i tre romanzi Il giovane Holden (1951), Franny e Zooey (1961) e Alzate l’architrave, carpentieri e Seymour. Introduzione (1963), l'antologia Nove racconti (1953)(2), e, forse, una serie di opere mai pubblicate; in mancanza di dati certi, e rifiutandoci di insinuare -come molti hanno già fatto e stanno facendo- un nesso tra la sua "invisibilità" e il suo successo duraturo, non ci resta che ricordarlo per questo.

(1) La biografia è infine stata pubblicata in edizione rivista, priva delle parti che in origine facevano riferimento a corrispondenza e documenti privati di Salinger. (ed It: Ian Hamilton, In cerca di Salinger, Minimum Fax, Roma 2001).
(2)Tutte le opere di J.D. Salinger sono edite in Italia da Einaudi.

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Wednesday, June 10, 2009

L- Richard Brautigan: American Dust

(Foto: Oregon, di Ryan McCoy, http://shortleaf.com)

"Vorrei che invece di proiettili mi fosse venuta voglia di un hamburger. C’era un ristorante proprio di fianco all’armeria. Facevano degli ottimi hamburger, ma non avevo fame. Per il resto della vita penserò a quell’hamburger. Mi siederò lì, al bancone, tenendolo tra le mani, con le lacrime che mi scorrono lungo le guance. La cameriera guarderà altrove perché non le piace vedere i ragazzini piangere mentre mangiano hamburger e poi non vuole mettermi in imbarazzo"(1).

Usa, 1972; in un momento di folgorante lucidità autoriflessiva, un uomo poco al di sotto della quarantina rievoca, con tono già vecchio, stanco, distante, alcuni tra i momenti più importanti della sua infanzia, dal trasferimento in un appartamento attiguo alla sede di un’agenzia di pompe funebri alla comprensione dell’ineluttabilità della morte, dall’incontro con un vecchio eremita stabilitosi (ai tempi della Grande Depressione) in una baracca costruita alla meglio in riva ad un laghetto senza nome alla scoperta di una strana coppia di coniugi obesi pronti ad allestire, quotidianamente, un piccolo salotto all'aperto (con tanto di divani, poltrone, tavoli e lampade) per dedicarsi comodamente alla pesca dei pesci gatto, dall’amicizia con il giovane David al tragico incidente destinato a mettere fine ai suoi giorni ormai (quasi) felici, costringendolo ad un prematuro passaggio all’età adulta…

La rievocazione semi-autobiografica di Brautigan procede sicura ed elegante in una serie di piccoli frammenti, rapidi chiaroscuri appena abbozzati (ma con mano pesante e forti contrasti…) al carboncino, divisi tra prodezze stilistiche e sperimentazione linguistica(2), tra tensione lirica e tirate beat, e disposti a spirale, come in un progressivo avvicinamento all’evento centrale dell’incidente di caccia, al quale il protagonista allude fin dall'incipit, ma che diventa chiaro solo nelle ultime pagine.
Il racconto, introspettivo e personale, sembra opera di una voce vera, leggermente reticente, come se il narratore fosse colto nel deliberato, maldestro, tentativo di spostare lo sguardo su piccoli incidenti e fatti di poco conto per distoglierlo da un evento traumatico, ma il quadro generale delineato dai particolari è una perfetta ricostruzione (poetica, nostalgica, ma del tutto priva di moralismo) dell’America polverosa del secondo dopoguerra: un’America ancora viva e vitale, ma non più vitalista nel senso ingenuo del termine, il paese degli hamburger e delle pallottole, una mitica terra di frontiera dove "non era affatto insolito [...] vedere dei bambini andarsene tranquillamente in giro con dei fucili"(3), senza che per questo la gente si sentisse in dovere di chiamare la Guardia Nazionale(4), ma dove lo scatto di un grilletto era pur sempre sufficiente (e la vicenda del protagonista/narratore, riuscita traduzione, sul piano personale, dell'evoluzione dell'intera nazione, sembra testimoniarlo perfettamente) per segnare il passaggio diretto dall'infanzia alla maturità; un luogo già pieno di contraddizioni, di miseria(5) e di lati oscuri, colto sul punto di cedere alle pressioni di una modernizzazione disumana e raccontato giusto in tempo, prima che il "vento si portasse via tutto".

Tradotto da Enrico Monti con il solito, apprezzabile, gusto per le costruzioni americane (non è una novità: sue sono le meravigliose, recenti, versioni di Il mostro degli Hawkline e Una donna senza fortuna), scelta che contribuisce a ricreare nel testo italiano parte del fascino stridente e straniato della narrazione originale, American Dust, di Richard Brautigan è edito in Italia da ISBN.



(1) Richard Brautigan, American Dust, prima che il vento si porti via tutto, ISBN, Milano 2005, p. 13.
(2) Sfondando tutti i canoni del realismo classico, filone al quale il romanzo appartiene, almeno fino ad un certo punto, per tematica e stile, il narratore si rivolge al lettore servendosi di riferimenti tipografici ed editoriali.
(3) Ivi, p. 91.
(4) "Inutile dire che l'America è cambiata da quei giorni del 1948. Se oggi vi capitasse di vedere un dodicenne con un fucile sottobraccio di fronte a una stazione di servizio, probabilmente chiamereste la guardia nazionale e fareste anche bene"(Ivi, p. 87).
(5) “Un bambino di circa dieci anni ci vide arrivare e quando gli passammo vicino, ci urlò: ‘Figli di puttana, ce l’avete proprio tutti la bici. Un giorno ce l’avrò io la bici!’. Presto la sua voce si spense n lontananza come la voce di un sogno sognato lungo la strada, ma io mi voltai indietro a fissare quel sogno e riuscii ancora a vederlo che gridava, ma non riuscii a sentire nemmeno una parola. Era un altro di quei bambini che la povertà aveva fatto impazzire, con un padre alcolizzato che lo picchiava di continuo e gli diceva che sarebbe sempre stato un buono a nulla e avrebbe fatto la fine di suo padre, che è poi quello che succederà” (Ivi, p. 93), si legge, tanto per fare un esempio, in un brano di incredibile lucidità.

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Wednesday, June 03, 2009

L- Nicolai Lilin: Educazione siberiana


Siberiani, criminali onesti e rispettosi. Onesti perché forniti di un solido codice morale(1), rispettosi nei confronti della tradizione, degli anziani(2), delle donne, dei bambini, e persino dei portatori di handicap.
A leggere Educazione Siberiana, incensatissimo romanzo d’esordio di Nicolai Lilin, la malavita organizzata siberiana sembra quasi un modello di democrazia, tolleranza e civiltà; peccato, però, che, mentre le pagine scorrono, ci si ritrovi di fronte all'ennesima declinazione del solito bieco esclusivismo da criminalità organizzata; ma andiamo con ordine.
La “trama” è semplice: Sono gli anni ’90. Nicolai “Kolima”, adolescente nel quartiere “Fiume Basso” di Bender, Transinstria(3), è uno degli ultimi criminali cresciuti secondo l'“educazione siberiana”; né semplice serie di regole pratiche, né astratto codice morale, il sistema elaborato dagli Urka è un vero e proprio modus vivendi fondato sul rispetto degli anziani, sulla lotta contro il potere politico ed economico, e sulla pratica di un cristianesimo ortodosso superstizioso e aperto a ogni tipo di violenza(4). Il lettore assiste indifferente (e, a dir la verità anche un po’ annoiato, distante), alle picaresche azioni di un gruppetto di ragazzini d’età compresa tra i 13 e i 16 anni, capitanati da un giovane alter-ego dell'autore, pedante tradizionalista pronto a parlar male degli amici (primo tra tutti il connazionale Mel), oltre che dei nemici. Furtarelli, tafferugli con bande rivali, risse, scorribande sul fiume, prime permanenze in galera, la fine della giovinezza segnata dalla chiamata al servizio militare, tutto secondo i più abusati canoni del romanzo criminale. Niente di originale, una lunga, interminabile serie di banalissimi luoghi comuni, che traggono ben poco lustro dalla presunta partecipazione diretta dell’autore ai fatti narrati, e non possono contare su una scrittura illuminata.
La storia dei tatuaggi? Una parte assolutamente trascurabile del libro riportata al centro dell'attenzione con chiaro intento pubblicitario...
Anticipato da una mostruosa campagna commerciale (fondata in buona misura su una serie di immeritate lodi tessute da rispettati professionisti del settore), Educazione siberiana di Nicolai Lilin è il resistibile (già, perché, come si è detto, al di là della storia vera, c’è ben poco: non esiste un intreccio, stile e ritmo lasciano molto a desiderare, gli espedienti narrativi sono tanto infantili e grossolani da infastidire anche ai lettori meno esigenti(5)…) esordio di un ex piccolo criminale tradizionalista, xenofobo, non proprio pentito(6) e per nulla redento.
Peccato, perché dal mucchio, dal proliferare di storie che affollano questo strano oggetto letterario, qualcosa di sensato si sarebbe potuto tirar fuori, ma il fiato corto del racconto, l’organizzazione a-temporale e confusa della raccolta di memorie, le descrizioni spesso inutili e talvolta anche spiacevoli, lo stile piatto, mediocre, indispongono il lettore e annullano anche i pochi lati positivi dell’opera.

Poco convincente, dotato di un grado di intrattenimento tendente allo zero, teoricamente preoccupante(7), filosoficamente poco credibile e nemmeno ben scritto, Educazione siberiana, di Nicolai Lilin, è edito in Italia da Einaudi.



(1) Niente di strano: il concetto di “onestà” indica, ovviamente, il rispetto di una serie di regole riconosciute dal gruppo sociale dominante (non necessariamente lo stato: in effetti i siberiani del libro di Lilin, come la nostra mafia, altro non sono che una società all’interno della società…), e può includere, quindi, ogni genere di bruttura (che dire, altrimenti, del funzionamento dell’alta finanza, generalmente considerata “onesta”?)…
(2) Impegnati nella trasmissione di una serie di immutabili valori tradizionali i “nonni” criminali trovano posto all’interno della comunità anche a pensionamento avvenuto.
(3) Già nota come “Bessarabia”, la regione della Transinistria, (3567 km quadrati di terra confinanti ad ovest con il fiume Dniestr e la Moldavia, a sud con il Mar Nero e ad est con l’Ucraina) autoproclamatasi repubblica indipendente il 2 settembre 1990 (stralci della precedente guerra civile, tanto mal contestualizzati da passare quasi inosservati, attraversano il libro di Lilin), non ha ancora ottenuto riconoscimento politico...
(4) La stessa iconografia del tatuaggio siberiano, piena di crocifissi e pistole, coltelli e madonne, testimonia appieno l’esplosiva miscela.
(5) Che dire di un raccordo come: “E subito dopo ho pensato che eravamo proprio una strana compagnia. Ho pensato alle storie che ognuno di noi aveva alle spalle. Gigit e Besa, sopratutto” (Nicolai Lilin, Educazione siberiana, Einaudi, Torino 2009, p. 290)? Qui non si tratta di ricorso a modi e tempi della narrazione orale (giustificazione che, peraltro, varrebbe fino a un certo punto, visto che Lilin ha compiuto il “salto” ed è passato alla letteratura), ma di puro e semplice infantilismo stilistico.
(6) Va bene, siamo disposti a capire le esigenze sceniche e commerciali, ma per essere uno che si è lasciato alle spalle un determinato stile di vita, Lilin ci pare un po’ compiaciuto; si veda, per esempio, il video introduttivo del sito ufficiale http://www.nicolaililin.com/.
(7) Attenzione, qui non si sta parlando di censura, sarebbe giusto, però, considerato che il romanzo di Lilin si serve di una struttura di facile presa sulle diffuse tendenze illegaliste, che rischia di far perdere di vista, attraverso una serie di ragionamenti criminalmente “credibili”, le brutture di fondo (quanto volte il soldatino Kolima, automa del tutto privo di sensibilità, si lancia in “punitive” coltellate alla coscia degli avversari?), procedere all'attenta decostruzione dell’oggetto. Non capisco perché, dato che ci siamo lentamente e faticosamente lasciati indietro la fascinazione per la nostra criminalità organizzata, passando dall’interesse all’accettazione più o meno passiva all’aperta e diffusa denuncia, dovremmo innamorarci ora di una lontana e scomparsa casta criminale. Forse la distanza geografica rende più giusti o accettabili i comportamenti mafiosi?

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Tuesday, March 24, 2009

C- Clint Eastwood: Gran Torino


Stati Uniti, oggi. Walt Kowalski, ex-militare decorato in Corea e operaio Ford in pensione, è arrivato al capolinea: rimasto vedovo e unico “bianco” in un quartiere popolare ormai pieno di immigrati, abbandonato dal figlio troppo occupato per prendersi cura di lui, e dalla sua odiosa famiglia, sembra pronto per l’ospizio. Con un vecchio cane come unico amico e una Gran Torino del ’72 (simbolo palpabile del suo orgoglio americano) come sola passione, Kowaski ha fatto dell’allontanamento, dell’esclusione, della denigrazione del “diverso” (1), una ragione di vita; nel quartiere tutti lo conoscono come un vecchio scorbutico e pericoloso, pronto a scacciare gli “invasori” individuati sulla sua proprietà a colpi di fucile. Finché l’incontro con due ragazzini asiatici del vicinato non lo costringe a rivedere le sue posizioni…

Gran Torino è, innanzitutto, la storia di un rapporto tormentato: quello tra gli immigrati americani di vecchio corso, sbarcati nei primi decenni del ‘900, e i protagonisti di ondate più recenti, raccontata attraverso le relazioni di un vecchio polacco con i suoi vicini asiatici. Questa prima riflessione lascia, però, ben presto spazio ad altre considerazioni: Kowalski, infatti, non è un cognome polacco "qualunque", ma anche il nome dell’indimenticato e indimenticabile protagonista della pièce A streetcar named Desire di Tennessee Williams, divenuto, complice la notissima trasposizione cinematografica di Elia Kazan(2), una vera e propria icona della maschilità manesca, sensuale, virile, violenta, carnale(3). E ai caratteri di questa virilità antica, il Kowalski di Gran Torino, pur con qualche ruga e acciacco, corrisponde perfettamente: lo si vede fermo in piedi in mezzo allo schermo, pronto a fronteggiare gli attacchi (verbali, almeno in principio) di una banda di piccoli balordi, l’aria da Ispettore Callaghan invecchiato, ma la sua redenzione è già in atto. Sì, perché in terzo luogo, ed è questo l'aspetto principale del film, Gran Torino risponde, con ovvia attenzione per la dimensione morale, al filone del romanzo di formazione. Il trito (il che non significa definitivamente esausto) canone del romanzo di formazione nel quale l'anziano impara dai giovani, applicato ad una sceneggiatura non molto originale, avrebbe forse rischiato di tradursi, in mano ad altri registi, in un prodotto di bassa lega: nella declinazione eastwoodiana, da invece origine alla consueta narrazione lucida e meravigliosa, sommessamente riflessiva, sempre in bilico tra il poetico e il banale. In questo caso spiccano la bella, sconsolante, ricostruzione della solitudine connessa alla vecchiaia, le dinamiche perfette dell’anti-americana maturazione dello scorbutico protagonista, che dopo aver scoperto il “nemico” in famiglia (figlio e nuora pronti a rinchiuderlo, a dispetto della sua ovvia vitalità, all’ospizio; nipote che incomincia ad avanzare timide pretese sull’eredità ecc.), ritrova il “familiare” nei gentili vicini, inizialmente accomunati ai vecchi avversari coreani.
Racconto morale impreziosito da meravigliose parentesi western(4), pronto a risolvere l’infinita tensione americana tra rispetto della legalità e ricorso alla “giustizia fai-da-te”, con la proposta (ma, in fondo, chi può dire quanto sia seria e universalizzabile...) di un’originale e inattuale etica del sacrificio attraverso la quale i “vecchi” consegnano ai “giovani” un mondo migliore; completato da fotografia perfetta, taglio piacevolmente classico delle inquadrature, incredibile senso del ritmo (questo a dispetto dell’intreccio poco articolato) e realizzato con mezzi apprezzabilmente moderati, Gran Torino è un film perfetto, ennesima prova registica -incredibilmente riuscita- di un Eastwood che minaccia sempre di smettere e poi, per fortuna, non lo fa mai.



(1) Nel senso esteso ed inclusivo di razza, colore, sesso, nazionalità…
(2) La trasposizione di Kazan (1951) è tanto nota che ormai, nell'immaginario collettivo, Stanley Kowalski ha le fattezze di un Marlon Brando al massimo della forma.
(3) E attraverso questa citazione il film si apre ad una moderna revisione, ad un ammorbidimento delle classiche, rigide, definizioni di "genere": a Kowalski, rappresentante del “vecchio” maschio forte (chi meglio di Eastwood, da sempre legato al politcamente scorrettissimo “Dirty Harry” o alle figure di cavaliere solitario in salsa western?), fa da contraltare il giovane Thao, personaggio timido, pacifico, imbranato, la cui integrazione passa, non a caso, attraverso la sospensione delle attività femminili (es. il giardinaggio) e la scoperta del "duro" lavoro manuale, come luogo della creazione di una nuova identità nazionale "americana" attraverso una momentanea adesione ad un modello maschile “classico”.
(4) Si veda, per esempio la riproposizione del classico “duello suicida” in una versione "moralizzata"; se ne Il Mucchio Selvaggio, che del topos in questione fornisce uno degli esempi più noti, l'ultimo duello viene intrapreso con l'incoscienza, la "leggerezza" tipica dei membri della banda, come "ultima prova" (per quanto prevedibilmente fallimentare...), in Gran Torino il "suicidio" è premeditato, e serve ad accelerare i tempi per una soluzione "legale" del conflitto tra Thao e i suoi connazionali. Nella costruzione del finale, Eastwood gioca sui particolari in ellissi, racconta in maniera reticente, senza mai rivelare le reali intenzioni del protagonista, e istituisce, così, una funzionale ambiguità tra i modi e i riferimenti del western classico, e la soluzione di Kowalski. Rivista a posteriori la voluta ambiguità narrativa testimonia, in maniera riuscitissima, l'incertezza del protagonista, e sposta in primo piano il momento strettamente morale della scelta.

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Tuesday, March 10, 2009

L- Angelo Petrella: Napoli Nera


Recentemente riproposti in edizione tascabile nel volume Napoli Nera, Cane Rabbioso e Nazi Paradise, primi due romanzi del giovane noirista napoletano Angelo Petrella.

In Cane Rabbioso (2006), uno sbirro napoletano corrotto e tossico, poeta di sinistra e assassino a tempo perso, si trova costretto, per sottrarsi ad un’ingiusta accusa di omicidio, e per non essere eliminato da alcuni amici che fanno parte di un misterioso gruppo fatto di uomini dell’esercito, della polizia, della digos e dei “servizi”, un gruppo segreto che “esiste da sempre, è sempre esistito” ed “esisterà sempre”(1), a passare al contrattacco: lo farà a modo suo, con l’aiuto di massicce dosi di alcol e stupefacenti, senza paura di sporcarsi le mani, e cogliendo l’occasione per far saltare la testa di un capo “poco attento alle sue esigenze”…

Lo stile del romanzo è rapido, anti-descrittivo(2) ritmato, spezzato. Le frasi dalla sintassi deformata, pronunciate o pensate ad alta voce da un individuo costantemente sottoposto all’effetto di stupefacenti, rimandano perfettamente la “chimica” interiorità del protagonista e trascinano il lettore in una vicenda tanto veloce, bruciante, (positivamente) disgustosa, freddamente razionale, da permettere (e anzi quasi forzare) la rivalutazione di un personaggio totalmente scorretto e immorale.

In Nazi Paradise (2007) “Dux”, giovane ultrà che pratica la violenza calcistica in maniera programmatica, naziskin e hacker accusato di truffa informatica (si parla di “un paio di operazioni fatte su due conti scoperti del Monte dei Paschi di Siena”(3), per un totale di oltre 20 mila euro), viene ricattato da un commissario della polizia di Napoli che vuole servirsi delle sue doti per recuperare, nel corso di una chiassosa festa di compleanno di giovani borghesi, dei dati sepolti in un hard-disk quasi inaccessibile. Ma Dux sarà poi in grado di mimetizzarsi tra i figli dell’alta borghesia napoletana? E aiutare la polizia non vuol dire forse tradire i camerati? E, ancora, perché due rispettabili poliziotti dovrebbero arrivare a ricattare un giovane disadattato? Non sarebbe più facile servirsi di qualche agente?

La sintassi da “esaltazione tossica” di Cane Rabbioso cede il passo, in Nazi Paradise all’auto-narrazione informale, colloquiale, gergale, limitata, di un protagonista violento e politicamente insopportabile, ma ancora pronto ad imparare dalla vita e quasi commovente nella sua assoluta, innocente, ignoranza.
Sulla interessante trama gialla di Nazi Paradise, narrato, come Cane Rabbioso, in prima persona, ma rispetto a questo meno estremo e violento, e dunque considerato, da alcuni recensori, meno efficace, si innestano gli insospettabili motivi del romanzo di formazione: il fulcro del secondo lavoro di Petrella non sta infatti tanto nel gradevolissimo intreccio spionisticio, nel racconto di un tradimento dei compagni, o di una serie di tradimenti subiti, quanto nella dura e incerta maturazione del giovane Dux attraverso una serie di difficili scelte morali.

L'agilissimo (ma originale e riuscitissimo, tematicamente e stilisticamente) volume Napoli Nera è edito da Meridiano Zero.


(1) Angelo Petrella, Cane Rabbioso, in Napoli Nera, Meridiano Zero, Padova 2009, p. 40.
(2) La familiarità con i luoghi appiattisce quasi completamente, o spinge in secondo piano, lo spirito di osservazione; è dunque corretto rendere, come fa Petrella, e con lui tutta una serie di autori nuovi e vecchi del nero internazionale (non a caso proprio all’interno del poliziesco il minimalismo ha trovato alcune delle sue prime applicazioni “popolari”), il disinteresse dei personaggi nei confronti del loro ambiente vitale, attraverso l’eliminazione dei brani descrittivi.
(3) Angelo Petrella, Nazi Paradise, in Napoli Nera, Meridiano Zero, Padova 2009, p. 69.

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Thursday, February 26, 2009

L- Giuseppe Munforte: La prima regola di Clay


Milano, un quartiere come tanti, in periferia. Nell’umida palestra di pugilato della zona, ricavata in uno scantinato, una banda di ragazzi senza prospettive si rompe le nocche al sacco pesante, spezza il fiato saltando una corda, migliora la tecnica allo specchio o al sacco veloce, si rinforza sollevando i pesi, o si procura qualche livido da esibire con gli amici.
Soltanto Ivano, che tutti ormai chiamano Clay, ha del talento: il maestro Volpe, ex-agonista senza gloria, ha riconosciuto dietro al modo in cui il ragazzo balla e saltella sul ring schivando e boxando di rimessa l’istinto del campione, e per questo lo allena con una cura tutta particolare; ma per Ivano il pugilato non è che un passatempo serale, tutt’altro che un’alternativa al lavoro da aiutante in una carrozzeria che occupa gran parte della sua giornata.
Quando il padre muore, ennesima vittima delle esalazioni di vernici e solventi prodotti nella fabbrica in cui tutti gli abitanti della zona lavorano, Clay sembra assolutamente indifferente, ma in breve si macchia, a dispetto della sua indole tranquilla, di un atroce, inspiegabile delitto…

Secondo romanzo di Giuseppe Munforte, già vincitore, grazie all'opera d'esordio Meridiano (Castelvecchi, 1998), del Premio Assisi, La prima regola di Clay si serve di alcuni cliché della narrazione pugilistica(1) e del romanzo di formazione per tracciare una credibilissima tragedia contemporanea ispirata ai fatti dell’IPCA(2) di Cirié (Torino).
Nel romanzo di Munforte, come nella realtà, miseria economica e culturale, nutrite dalla quasi assoluta mancanza di stimoli e dal pessimismo diffuso, si mescolano alla più profonda miseria esistenziale perpetuando le recenti(3) forme di emarginazione urbana, e svuotandole da ogni possibile via di fuga.
Nonostante l'indubbio valore tematico, è forse nello stile che La prima regola di Clay esprime il suo aspetto più originale: contrariamente a quanto ci si aspetterebbe, l'autore non si conforma ai canoni del realismo minimalista vigente nel genere, ma narra la sua vicenda con ampie immagini e lunghe frasi ricercate, poeticamente descrittive e inconsuetamente cariche di aggettivi, non per vanità, non per un gratuito sfoggio della sua indubbia abilità linguistica, ma per restituire al lettore l’atteggiamento sognante, la disposizione alla contemplazione estetica e l’amore per la cultura(4) che sembrano offrire al narratore intradiegetico l’unica via di scampo dalla sua condizione di vita.

Il romanzo La prima regola di Clay di Giuseppe Munforte è edito da Mondadori.



(1)Il valore metaforico del pugilato come rappresentazione plastica e fin troppo esplicita della lotta per la vita, in genere tanto ben occultata dietro la mal-simulata, inconsistente, "cortesia" o la "solidarietà" borghese, si è affermato fin dai racconti di Jack London (si vedano, per esempio i drammatici Una bella bistecca e La sfida).
(2)L’IPCA (Industria Piemontese dei Colori di Anilina), fondata nel 1922 è passata alla storia per il caso sollevato da Albino Stella e Benito Franza: entrambi affetti da tumore alla vescica, e preso atto dei molti colleghi deceduti per la stessa patologia (secondo una recente ricerca INAIL sarebbero 168 i dipendenti morti di cancro), i due operai avevano sporto denuncia contro la fabbrica. Nel 1977, al termine di un processo durato 5 anni, titolari e dirigenti dell’azienda vennero condannati per omicidio colposo.
I tristi fatti del IPCA sono stati ricostruiti dal regista Daniele Gaglianone nel documentario Non si deve morire per vivere (2005).
(3)Ma saranno poi così recenti? In che modo questi abitanti delle periferie milanesi si differenziano dai “ragazzi di vita” che popolavano le borgate della Roma di Pasolini? E le loro vicende non riecheggiano quelle dei protagonisti dei racconti de Il ponte della Ghisolfa di Testori?
(4) Il rifiuto del lavoro portato avanti dal narratore in nome della cultura ricorda gli atteggiamenti assunti da Arturo Bandini ne La strada per Los Angeles di John Fante, ma mentre quest'ultimo si dedicava alla sua attività culturale con snobismo e violenta convinzione, il personaggio di Munforte, segnato dalla vicinanza di Vera e Clay, deve fare i conti con i sensi di colpa.

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Sunday, August 24, 2008

L- Joe R. Lansdale: La sottile linea scura

Dewmont, Texas Orientale, 1958. Il tredicenne Stanley Mitchell Jr. e la sua famiglia (il padre ex-meccanico, la madre Gal e la sorella maggiore Caldonia) gestiscono un piccolo drive-in di provincia. Gli anni ’60 sono alle porte, ma la città è lontana, e la vita del paesino, ancora immerso in un clima da inizio ‘50, scorre tranquilla e senza sorprese tra piccoli pettegolezzi e scherzi più o meno innocenti; poi un cofanetto contenente vecchie lettere d’amore viene ritrovato nel boschetto adiacente al drive-in. Richard inizia incuriosito la lettura di centinaia di vecchi fogli ingialliti, ma un terribile segreto, sepolto nel passato della comunità, balza lentamente fuori dalle pagine.
Con l’aiuto della sorella Callie e del vecchio proiezionista Buster(1) il ragazzo decide di far luce sulla morte della giovane Margret Wood, autrice delle lettere, misteriosamente scomparsa nel 1945, ma per portare a termine le indagini dovrà vedersela con un fantasma senza testa che infesta la ferrovia, un predicatore folle, un nero geloso e manesco ed una coppia di insopportabili possidenti.

In La sottile linea scura si ritrovano tutti i temi classici dei romanzi di Lansdale, dall’amicizia ai rapporti razziali, dalle relazioni familiari al senso dell’onore, dall’orgoglio della working class alle contraddizioni dell’adolescenza.
La narrazione, piacevolmente modellata sui clichés del cinema anni ’50, è arricchita da una serie di preziosi tocchi vintage (dialoghi usciti dritti dritti da Happy Days, marchi classici, drive-in, coca-cola alla ciliegia e milk-shakes alla vaniglia, cheerleaders, giocatori di football, automobili hot-rod, ragazzi imbrillantinati, letteratura pulp, trasmissioni televisive, cinegiornali ecc.).
Il ritmo è serrato, l’intreccio è ben costruito e privo di tempi morti.

I romanzi di Lansdale sono tanto americani da mettere chiunque a suo agio, abbastanza avvincenti da portare ogni lettore fino all’ultima pagina, ma anche sufficientemente profondi da puntare il dito sulle contraddizioni e i problemi irrisolti dell’America attuale.

Il romanzo La sottile linea scura di Joe R. Lansdale è edito in Italia da Einaudi.



(1) Tra gli archetipi junghiani, molti dei quali utilissimi per le analisi narratologiche, ve ne è uno, quello del Senex, che, almeno nella forma del “vecchio saggio”, svolge un ruolo essenziale nelle fiabe, nei romanzi cavallereschi (es. Merlino), di formazione (Geppetto, ma anche il "grillo parlante" in Pinocchio) o d'avventura. Nel Texas Orientale dell’antirazzista Joe R. Lansdale, autore la cui produzione è costituita quasi per intero da romanzi di formazione, il “wise old man” assume in genere i tratti di un anziano uomo di colore, emarginato perché nero, ma pronto ad offrire al protagonista un aiuto prezioso. Se però il Senex (si prenda per esempio lo “Zio Pharaoh” di L’ultima caccia) si limita in genere a raccontare storie e offrire consigli, o preparare l'eroe per la sua avventura, il vecchio alcolizzato (e dunque, non così saggio) “Buster”, che di questa figura classica della narrazione rappresenta una riuscita umanizzazione, prende parte all'azione in prima persona e, oltre a insegnare a Richard i rudimenti dell’indagine poliziesca (appresi sul campo, ma corretti nel confronto con i romanzi di Sherlock Holmes), viene alle mani con il violento Bubba Joe.

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Sunday, March 16, 2008

L-Joe R. Lansdale: In fondo alla palude

Texas orientale, anni ’30; Harry (11 anni) e Tomasina “Tom”(9 anni), figli del signor Jacob, unico agente di polizia di Marvel Creek, abitano in una zona paludosa ai margini del fiume Sabine; usciti nei boschi per sopprimere il fidato cane Toby (rimasto paralizzato in seguito ad un terribile incidente)(1), i ragazzi si ritrovano alla base dello Swinging Bridge, un’antico ponte frequentato, secondo la leggenda locale, dal temibile Uomo-capra. Sorpresi dal buio nel fitto dei boschi (e proprio vicino al ponte), Harry e Tom imboccano una scorciatoia mai tentata prima, e si imbattono nel cadavere di una donna di colore orribilmente martoriata e legata ad un albero per mezzo di un rotolo di filo spinato. Scioccato dal ritrovamento, il signor Jacob decide di indagare sull’orribile omicidio, ma le autorità delle contee limitrofe e i membri del Ku-Klux-Klan, convinti che a nessun bianco per bene debba interessare la morte di una nera (per di più riconosciuta come una prostituta), tentano di mettergli i bastoni tra le ruote. Al primo delitto ne seguono altri, tutti portati a termine secondo le stesse, macabre, modalità, e presto i cittadini smettono di sentirsi tranquilli; una vecchia nera della zona già parla di riti voodoo e patti col diavolo, i bambini sono pronti ad incolpare il misterioso uomo-capra (avvistato, sia da Harry che da Tomasina in diverse occasioni….), altri temono la presenza di un serial killer a spasso per le campagne… Sconvolto dal senso di colpa per aver assistito, senza poter reagire, al linciaggio di un nero innocente, Jacob perde interesse nelle indagini e si rifugia nella bottiglia, ma il ritrovamento di un nuovo cadavere lo costringe a rimettersi al lavoro…

Ambientato nell’amato Texas orientale, ed in particolare nelle familiari paludi del fiume Sabine (2), scritto nel consueto stile minimale (diremmo maturato, perché le cadute di tono segnalate nei romanzi precedenti, sono qui quasi del tutto scomparse…), con la solita attenzione anti-razzista e progressista, costruito tematicamente recuperando i clichés dell’ottusità della legge (rappresentata ovviamente, non dall’umano Jacob, ma dal convenzionale Red, che incarna perfettamente lo stereotipo dello sceriffo razzista e violento…), della codardia dei Kluxxers ecc., e, dal punto di vista dell'intreccio, mettendo una piccola comunità rurale alle prese con un antenato dei moderni serial killer(3) “In fondo alla palude” (che riconferma la sensibilità , già dimostrata in "L’ultima caccia” (4), nel creare personaggi-bambini di grande coraggio e tenerezza…) è forse uno dei romanzi più riusciti di Joe Lansdale.

Il romanzo “In fondo alla palude” di Joe Lansdale è edito in Italia da Fanucci.



(1) Ma non abbiano paura amanti dei cani ed animalisti in genere: l’ “esecuzione” non avrà mai luogo…
(2) La zona delle paludi del Sabine, che fa da sfondo ai romanzi “Una stagione selvaggia”, “In fondo alla palude”, “L’ultima caccia”, è luogo d’ origine dello stesso Lansdale.
(3) l’idea (credibilissima) proposta da Lansdale è che i serial killers siano sempre esistiti, e che i loro delitti non siano mai stati collegati per la scarsa comunicazione tra le varie contee…
(4) “In fondo alla palude” e “L’ultima caccia” sono legati per diversi motivi: Il setting comune (testimoniato dall’ incontro dei personaggi dei due romanzi), la struttura da “romanzo di formazione” (Volendo restare nell’ambito della letteratura di genere, come antecedente viene in mente lo Stephen King del racconto capolavoro “Il corpo” (dalla raccolta “Stagioni diverse”, 1982, ribattezzato per la versione cinematografica diretta nell’’86 da Rob Reiner, “Stand by me, ricordo di un’estate”), le tematiche antirazziste, la cura nella ricostruzione degli ambienti vintage (se in “L’ultima caccia” il catalogo Sears & Roebuck serviva alla rievocazione dei primi anni ’30, in “In fondo alla palude”, ha addirittura un ruolo particolare nel modus operandi del serial killer) ecc.

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Wednesday, February 13, 2008

L- Gianrico Carofiglio: Il passato è una terra straniera

Bari, fine anni ’80; Giorgio è un brillante studente di giurisprudenza di buona famiglia borghese. Sempre impegnato negli studi e fidanzato con la bella Giulia, il ragazzo conduce una vita regolare e monotona, finchè il coetaneo Francesco, misterioso ed affascinante giocatore di carte e donnaiolo conosciuto per caso ad una festa, lo introduce nel mondo del poker e delle bische clandestine.Il rendimento scolastico di Giorgio ed i rapporti con familiari e fidanzata crollano sotto i colpi della nuova immoralità indotta da Francesco, maestro d’autoindulgenza oltre che di carte, ma l’amicizia tra i due sembra aver messo lo studente in una posizione ben più rischiosa…


Gianrico Carofiglio, sostituto procuratore antimafia a Bari, padre dell’avvocato Guerrieri (recentemente approdato in televisione in una fortunata mini-serie composta dai due episodi “Testimone inconsapevole” e “Ad occhi chiusi” (1) interpretati da Emilio Solfrizzi e diretti da Alberto Sironi (già regista di “il commissario montalbano” )), autore (con la complicità del fratello Francesco) del fumetto “Cacciatori nelle tenebre”, lascia il personaggio di Guerrieri per seguire la vocazione introspettiva (sempre riemergente anche nelle tre opere più note) ed adottare la forma del romanzo di formazione; abituato, da buon autore di legal-thriller, a portare in primo piano l’aspetto morale dell’intreccio e sottolineare il momento e la possibilità della scelta da parte dei personaggi, Carofiglio crea un nuovo protagonista insicuro ma ligio al dovere (fino ad un certo punto), pronto a riscopre l’inutilità del lusso standosene seduto su una costosa BMW (nel caso di Guerrieri era forse una Mercedes), o il dolore per l’aver tradito nella forma acuta della mattina dopo, produce dunque un secondo Guerrieri e (azzarderemo) un terzo se stesso, più giovane di una ventina d’anni.

Costruito con una meccanica semplicissima, che qua e là sembra sottoposta alle regole di una psicologia piuttosto spicciola, “Il passato è una terra straniera” trae il suo valore dalla dimensione melanconica dei ricordi d’infanzia / giovinezza, rispetto alla quale la trama gialla è semplice pretesto.

Dal romanzo “Il passato è una terra straniera”, vincitore del premio Bancarella 2005, è stato tratto l’omonimo film diretto dal reatino Daniele Vicari (Velocità Massima, l’orizzonte degli eventi…) ed interpretato da Elio Germano, Michele Rondino e Chiara Caselli (Il gioco di Ripley, nonhosonno), in uscita prossimamente.

“Il passato è una terra straniera” di Gianrico Carofiglio è edito in Italia da Bur.


(1) I produttori hanno malauguratamente trascurato il terzo romanzo avente per protagonista Guerrieri, “Ragionevoli dubbi” (Sellerio), forse punto più alto della produzione di Carofiglio.

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Tuesday, January 08, 2008

L- Joe R. Lansdale: L’ultima caccia

Texas, 1933; in città imperversa la grande depressione, ma per i braccianti della zona paludosa del fiume Sabine la vita non è più dura del solito. Richard “Ricky” Harold Dale, quindicenne primogenito di una famiglia di contadini, coltiva ( con poche speranze) il sogno di diventare scrittore;intanto, impegnatosi con il padre (che, ha momentaneamente abbandonato la famiglia per unirsi, in qulità di lottatore da fiera, ad una compagnia di artisti itineranti) a vegliare sulla madre incinta e sul fratello minore, insegue la maturità dando la caccia al “Vecchio Satana”, il più grande e crudele cinghiale che abbia mai attraversato la zona del Sabine.

“L’ultima caccia” di Joe R. Lansdale si pone sulla linea immaginaria che collega Twain a Faulkner ed Hemingway, a Salinger, a John Fante e al Bukowski di Ham on rye passando attraverso i racconti di London e quelli western di Crane, reclamando l'appartenenza alla grande tradizione del bildungsroman all’americana.
Pensato come omaggio o personale rilettura della vena giovanilistica e vitalista che attraversa, da Whitman in avanti, la storia della letteratura statunitense in maniera trasversale, scritto con un gusto tutto postmoderno per il tocco “vintage” nella scelta degli oggetti (il catalogo “Sears & Roebucks”, le riviste “Dime detective”, “Black Mask”, “Weird Tales” e “Doc Savage” (1)ecc), ma anche del linguaggio, “L’ultima caccia” è un romanzo piacevole, popolato da personaggi ben tratteggiati e credibili, giustamente stoici, irrimediabimente sognatori, onestamente allegri (nonostante la situazione esterna spesso disastrosa), e lontanissimi dall’artefatto, simulato, mediocre pensiero positivo tanto in voga negli ultimi tempi...
Non molto originale nella meccanica (anche perché l’autore gioca con i clichés tipici della letteratura e del cinema sulla grande depressione...) “L’ultima caccia” compensa pienamente con l’impagabile naturalezza delle opere realmente sentite.
Indimenticabile il colloquio nel quale il protagonista confessa a suo padre (ed a se stesso) di voler essere scrittore.

Un Lansdale ispirato e pienamente a suo agio, che non cade negli sporadici (ma spesso fastidiosi) esempi di immaturità stilistica che punteggiano il resto della sua produzione (si pensi a titolo d' esempio all’incipit di “L’anno dell’uragano”); unica nota discordante: come ogni texano antirazzista e progressista che si rispetti, l’autore tiene troppo a mostrarci i di essere politically correct, rischiando di convincerci del contrario…

L’ultima caccia di Joe R. Lansdale è edito da Fanucci.


(1) Le riviste citate, tra le più note nel loro genere, hanno contribuito alla nascita ed alla diffusione della letteratura commerciale americana alla quale Lansdale (e con lui ogni autore di genere) si richiama; accanto a "Black Mask" (che ha ospitato nomi di spicco dell’ Hard-boiled classico quali Dashiell Hammet, Raymond Chandler etc.), l'autore cita “Weird Tales” che pubblicava storie di genere Horror e Science Fiction (sulle pagine di Weird Tales apparvero, tra le altre, le opere di H.P. Lovecraft).
Joe Lansdale ha ampiamente testimoniato il suo amore per Horror e fantascienza nei due romanzi raccolti nel volume “La notte del drive-in”.

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