Tuesday, March 24, 2009

C- Clint Eastwood: Gran Torino


Stati Uniti, oggi. Walt Kowalski, ex-militare decorato in Corea e operaio Ford in pensione, è arrivato al capolinea: rimasto vedovo e unico “bianco” in un quartiere popolare ormai pieno di immigrati, abbandonato dal figlio troppo occupato per prendersi cura di lui, e dalla sua odiosa famiglia, sembra pronto per l’ospizio. Con un vecchio cane come unico amico e una Gran Torino del ’72 (simbolo palpabile del suo orgoglio americano) come sola passione, Kowaski ha fatto dell’allontanamento, dell’esclusione, della denigrazione del “diverso” (1), una ragione di vita; nel quartiere tutti lo conoscono come un vecchio scorbutico e pericoloso, pronto a scacciare gli “invasori” individuati sulla sua proprietà a colpi di fucile. Finché l’incontro con due ragazzini asiatici del vicinato non lo costringe a rivedere le sue posizioni…

Gran Torino è, innanzitutto, la storia di un rapporto tormentato: quello tra gli immigrati americani di vecchio corso, sbarcati nei primi decenni del ‘900, e i protagonisti di ondate più recenti, raccontata attraverso le relazioni di un vecchio polacco con i suoi vicini asiatici. Questa prima riflessione lascia, però, ben presto spazio ad altre considerazioni: Kowalski, infatti, non è un cognome polacco "qualunque", ma anche il nome dell’indimenticato e indimenticabile protagonista della pièce A streetcar named Desire di Tennessee Williams, divenuto, complice la notissima trasposizione cinematografica di Elia Kazan(2), una vera e propria icona della maschilità manesca, sensuale, virile, violenta, carnale(3). E ai caratteri di questa virilità antica, il Kowalski di Gran Torino, pur con qualche ruga e acciacco, corrisponde perfettamente: lo si vede fermo in piedi in mezzo allo schermo, pronto a fronteggiare gli attacchi (verbali, almeno in principio) di una banda di piccoli balordi, l’aria da Ispettore Callaghan invecchiato, ma la sua redenzione è già in atto. Sì, perché in terzo luogo, ed è questo l'aspetto principale del film, Gran Torino risponde, con ovvia attenzione per la dimensione morale, al filone del romanzo di formazione. Il trito (il che non significa definitivamente esausto) canone del romanzo di formazione nel quale l'anziano impara dai giovani, applicato ad una sceneggiatura non molto originale, avrebbe forse rischiato di tradursi, in mano ad altri registi, in un prodotto di bassa lega: nella declinazione eastwoodiana, da invece origine alla consueta narrazione lucida e meravigliosa, sommessamente riflessiva, sempre in bilico tra il poetico e il banale. In questo caso spiccano la bella, sconsolante, ricostruzione della solitudine connessa alla vecchiaia, le dinamiche perfette dell’anti-americana maturazione dello scorbutico protagonista, che dopo aver scoperto il “nemico” in famiglia (figlio e nuora pronti a rinchiuderlo, a dispetto della sua ovvia vitalità, all’ospizio; nipote che incomincia ad avanzare timide pretese sull’eredità ecc.), ritrova il “familiare” nei gentili vicini, inizialmente accomunati ai vecchi avversari coreani.
Racconto morale impreziosito da meravigliose parentesi western(4), pronto a risolvere l’infinita tensione americana tra rispetto della legalità e ricorso alla “giustizia fai-da-te”, con la proposta (ma, in fondo, chi può dire quanto sia seria e universalizzabile...) di un’originale e inattuale etica del sacrificio attraverso la quale i “vecchi” consegnano ai “giovani” un mondo migliore; completato da fotografia perfetta, taglio piacevolmente classico delle inquadrature, incredibile senso del ritmo (questo a dispetto dell’intreccio poco articolato) e realizzato con mezzi apprezzabilmente moderati, Gran Torino è un film perfetto, ennesima prova registica -incredibilmente riuscita- di un Eastwood che minaccia sempre di smettere e poi, per fortuna, non lo fa mai.



(1) Nel senso esteso ed inclusivo di razza, colore, sesso, nazionalità…
(2) La trasposizione di Kazan (1951) è tanto nota che ormai, nell'immaginario collettivo, Stanley Kowalski ha le fattezze di un Marlon Brando al massimo della forma.
(3) E attraverso questa citazione il film si apre ad una moderna revisione, ad un ammorbidimento delle classiche, rigide, definizioni di "genere": a Kowalski, rappresentante del “vecchio” maschio forte (chi meglio di Eastwood, da sempre legato al politcamente scorrettissimo “Dirty Harry” o alle figure di cavaliere solitario in salsa western?), fa da contraltare il giovane Thao, personaggio timido, pacifico, imbranato, la cui integrazione passa, non a caso, attraverso la sospensione delle attività femminili (es. il giardinaggio) e la scoperta del "duro" lavoro manuale, come luogo della creazione di una nuova identità nazionale "americana" attraverso una momentanea adesione ad un modello maschile “classico”.
(4) Si veda, per esempio la riproposizione del classico “duello suicida” in una versione "moralizzata"; se ne Il Mucchio Selvaggio, che del topos in questione fornisce uno degli esempi più noti, l'ultimo duello viene intrapreso con l'incoscienza, la "leggerezza" tipica dei membri della banda, come "ultima prova" (per quanto prevedibilmente fallimentare...), in Gran Torino il "suicidio" è premeditato, e serve ad accelerare i tempi per una soluzione "legale" del conflitto tra Thao e i suoi connazionali. Nella costruzione del finale, Eastwood gioca sui particolari in ellissi, racconta in maniera reticente, senza mai rivelare le reali intenzioni del protagonista, e istituisce, così, una funzionale ambiguità tra i modi e i riferimenti del western classico, e la soluzione di Kowalski. Rivista a posteriori la voluta ambiguità narrativa testimonia, in maniera riuscitissima, l'incertezza del protagonista, e sposta in primo piano il momento strettamente morale della scelta.

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Monday, November 24, 2008

C- Clint Eastwood: Changeling


Los Angeles, California, 1928. Le concessioni fatte agli agenti dell’LAPD al solo scopo di fronteggiare il crimine organizzato hanno permesso, a individui duri e senza scrupoli quanto i gangster che hanno scacciato, di raggiungere posti di responsabilità. La città è in mano ad uno dei dipartimenti di polizia più corrotti del mondo, e i cittadini se ne stanno lentamente rendendo conto.

Christine Collins (Angelina Jolie, quasi irriconoscibile nella sua acconciatura anni ‘30) è una giovane ragazza madre impiegata alla compagnia dei telefoni; la sua vita trascorre monotona tra gli straordinari a lavoro (accettati di malavoglia, ma con la prospettiva di un’importante promozione) e il tempo trascorso con l’amatissimo figlio Walter, di nove anni. Un giorno, tornata a casa con un leggero ritardo, Christine si rende conto che il bambino è scomparso.

Il caso di Walter Collins (aperto con 24 di ritardo perché, secondo le statistiche della polizia, il 90% dei minori scomparsi si “allontana volontariamente” e torna a casa entro un giorno…), viene preso come esempio dal reverendo Briegleb (John Malkovich), impegnato in una crociata radiofonica contro la corruzione e l’inefficienza del dipartimento.

Pressati dall’attenzione della stampa e del pubblico, gli alti funzionari della polizia decidono di dare una rapida soluzione al caso, e, sotto gli occhi di tutti, riportano a casa il giovane Walter Collins ad “appena” quattro mesi dalla sua scomparsa, ma Christine è convinta che ci sia stata una sostituzione, che il bambino portatole non sia veramente suo figlio: decide allora di sposare la causa del reverendo Briegleb, testimoniando contro l’LAPD, e mettendo a rischio la sua esistenza…


In questa ultima prova Clint Eastwood si riconferma fautore di un cinema classico “intelligente”, pronto a veicolare, dietro pretestuosi intrecci da cinema di consumo, curati e messi in scena con sobrietà ed eleganza, messaggi importanti, attuali: da Changeling, oltre che un’ovvia (e doverosa) condanna della psichiatria in voga all’epoca dello svolgimento dei fatti, emerge un’interessante (anche se forse un po’ trita), americanissima riflessione sul rapporto tra potere e popolo, tra organi di polizia e cittadinanza.

L’integrità di Eastwood e la sua compassione emergono chiare e lampanti dalle poche scene di violenza del film (si pensi, per esempio, alla brillante sequenza dell’impiccagione del diabolico Hutchins, girata da un uomo chiaramente contrario alla pena di morte).

L’eleganza della messa in scena coincide con il rifiuto di qualunque “abbellimento” post-moderno: il regista si lascia un po’ andare solo nella sequenza della confessione del giovane Hutchins, nella quale, un ralenti avente per oggetto la cenere di una sigaretta, segnala chiaramente, più per qualità dell’immagine, che per scelta montaggistica, l’appartenenza del film all’era digitale.

Ottime le interpretazioni di Angelina Jolie e Michael Kelly, attore principalmente televisivo che dimostra, qui, di essere più che adatto al grande schermo.



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Tuesday, August 19, 2008

L- F.X. Toole: Million Dollar Baby (Lo sfidante)

Un vecchio ed esperto cutman, scoperto un tentativo di truffa da parte di Hoolie, il promettente pugile messicano per il quale lavora, punisce il ragazzo lasciandogli perdere un incontro valido per il titolo mondiale dei pesi piuma; uno sfidante apparentemente senza speranze stupisce pubblico ed organizzatori dell’incontro interrompendo l’inesorabile ascesa del pugile Dasihki Jones verso il titolo mondiale; la giovane Maggie, cameriera entrata nel mondo del pugilato professionistico in cerca di riscatto, vista la sua brillante carriera interrotta da un incidente che la lascia paralizzata, chiede al suo allenatore Frankie Dunn di mettere fine alla sua inutile esistenza; al termine di un importante incontro professionistico a Philadelphia il pugile Odell Bodeen, deciso a comprare una casa per sua madre con i soldi della borsa, viene decretato perdente da un gruppo di giudici corrotti; “Dangerous Dillard Fightin Flippo Bam-Bam Barch”, giovane peso welter al limite della demenza e poco portato per il pugilato che frequenta con assiduità la palestra Hymns, viene pestato a sangue dal peso massimo Shawrelle Berry (che approfitta di un momento di distrazione dell’allenatore). Il Vecchio Hymn, vecchio pugile in pensione, in persona sale allora sul ring per dare una lezione al gradasso Shawrelle; Henry “Puddin” Pye, giovane e promettente pugile convocato per le olimpiadi di Barcellona, difende la proprietaria di un ristorante messicano dagli assalti di un gruppo di piccoli gangster locali; il capobanda organizza allora una terribile vendetta...

I sei racconti che compongono l’antologia Lo sfidante (Rope Burns), ripubblicata, in Italia e all’estero con il titolo Million Dollar Baby in seguito al grande successo del film diretto nel 2004 da Clint Eastwood, rappresentano una perfetta esplorazione delle possibilità metaforiche del pugilato (la lotta sul ring come lotta per la vita, l’impegno che non sempre, o spesso, non da risultati, l’inevitabile scorrere del tempo, le speranze disattese, l’inconfessata e inconfessabile violenza del mondo, alla quale è impossibile resistere giocando secondo regole, il destino che schiaccia, alla fine, anche i più resistenti…)(1), compiuta però con l’occhio clinico del tecnico(2) e un amore per i particolari da vero appassionato.

Lo stile, scarno e iper-realista, ma anche elegiaco, come fanno giustamente notare i recensori del Guardian, è semplicemente perfetto (Nei racconti di Toole si sente il ritmo della pera, il rumore dei guanti sui sacchi, i respiri affannati, lo scampanellio di fine ripresa…). Le rapide, efficaci, descrizioni fanno da contrappunto a dialoghi ultra naturali(3) che sembrano registrati direttamente per la strada o in palestra.
I personaggi sono credibili, umani, ben approfonditi.
Un piccolo capolavoro del realismo americano contemporaneo, giustamente coronato da un successo del quale l’autore, partecipe delle disgrazie dei suoi personaggi, e con essi solidale fino alla fine, non ha fatto in tempo a godere. (4)

L’antologia Million Dollar Baby di F.X. Toole è edita in Italia da Garzanti.



(1)Non a caso il sottotitolo della raccolta è “Stories from the corner”, come a voler sottolineare la condizione dei personaggi, che, dall’angolo, hanno solo l’illusione di poter cambiare il proprio destino, mentre il massimo che possono fare è aggravare (come nel caso del primo racconto, il protagonista del quale, fingendo di chiudere le ferite del suo pugile, decide l’esito negativo dell’incontro e si prende la sua vendetta…) cose che già per loro conto sono destinate ad andar male
(2) L’autore F.X. Toole (1930-2002), per un breve periodo anche pugile a livello amatoriale, ha lavorato a lungo come allenatore, preparatore e cutman.
(3) Ad anglofoni ed anglofili si consiglia la lettura della raccolta in originale: il vocabolario non è ampio, le conoscenze tecnico-pugilistiche di base sono più che sufficienti per capire gli intrecci, e in questo modo si gode appieno dei dialoghi sgrammaticati, pieni di slang e riportati con un gusto quasi puntiglioso per la trascrizione fonetica delle parlate della strada.
(4)F.X. Toole è morto nel 2002, due anni in anticipo sull’uscita del film che avrebbe dato notorietà alla sua ristretta opera narrativa (usciti i racconti di Million Dollar Baby, l’autore stava lavorando al romanzo Pound by Pound, in Italia A bordo ring, tradotto per Garzanti, pubblicato postumo).

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Tuesday, April 15, 2008

L- Elmore Leonard: Cat Chaser

George Moran, trentottenne ex-marine e proprietario del modesto complesso Coconut Palms Resort Apartments di Pampano Beach (Florida), decide di prendersi una vacanza e tornare a Santo Domingo, dove ha combattuto nel 1965(1), per godersi in pace i luoghi visti in tempo di guerra, e cercare la bella Luci Palma, giovane cecchina ribelle con una passione per la musica dei Beatles e di Petula Clark, che una volta, dopo averlo fatto prigioniero, gli aveva medicato le ferite.
Arrivato sull’isola l’ex-militare piazza un annuncio sul quotidiano locale sperando di ritrovare Luci, e la storia dello yankee innamorato che cerca la ribelle conosciuta quindici anni prima passa per radio e televisione. Moran diventa una celebrità locale, ma invece di ritrovare la ragazza si tira addosso il misero truffatore Rafael “Rafi” Amado. Frustrato dallo scarso successo dell’operazione, l’americano si consola iniziando una relazione (in realtà a lungo sognata) con la connazionale Mary Delaney, biondissima e splendida consorte dell’ex generale Andres DeBoya ( un tempo capo dei temibili Cascos Blancos, poi fuggito negli USA con milioni di dollari in contanti in seguito all’omicidio di Trujillo), riincontrata nella hall dell’albergo.Travolti dalla passione George e Mary cominciano a pianificare un futuro insieme, ma al ritorno negli USA dovranno affrontare un marito geloso, una coppia di truffatori da strapazzo, qualche temibile guardia del corpo ed un assassino senza scrupoli deciso ad accaparrarsi i fondi segreti di casa DeBoya…

Il romanzo, scritto in uno stile scorrevole e senza fronzoli, si apre in modo convenzionale (un uomo entra in un motel e viene ricevuto dal proprietario) per proseguire in maniera del tutto imprevedibile: i due personaggi vengono presentati nello stesso momento; per le prime cinque o sei pagine, il lettore non è in grado di decidere chi sia il protagonista della vicenda. C’è qualche scarna descrizione ambientale, ma sono i dialoghi a darci quasi tutte le informazioni. La prima parte del romanzo è un piccolo capolavoro di depistaggio: sembra che la vicenda abbia preso il via (un uomo pagato per seguire un cubano e la sua amante rintraccia i due in una stanza d’albergo…) mentre l’autore si sta prendendo tutto il tempo necessario alla presentazione dei personaggi, tanto che, quando si comincia a intuire quale sarà il vero argomento del racconto (e succede solo dopo una cinquantina di pagine), pare di conoscerli da tutta la vita. Tutto avviene nel pieno rispetto del ritmo narrativo e con un gusto tutto cinematografico per le scene d'azione.
Meravigliosi i dialoghi, credibili e curati in maniera quasi maniacale.

Elmore Leonard, nato a New Orleans nel 1925, si occupa di crime fiction dal 1967, ha scritto soggetti per il cinema, sceneggiature (es. Joe Kidd diretto da John Sturges ed interpretato da Clint Eastwood), racconti e romanzi, molti dei quali trasportati con successo sul grande schermo (Jackie Brown diretto da Quentin Tarantino, Oltre ogni rischio, tratto da Cat Chaser, diretto da Abel Ferrara, Get Shorty di Barry Sonnenfeld e Be cool di F. Gary Gray, per citare solo i più noti), ed è comunemente considerato uno dei maestri del noir contemporaneo.

Il romanzo Cat Chaser di Elmore Leonard è edito in Italia da Einaudi.



(1) I marines furono inviati sull’isola il 28 aprile del 1965 per contrastare l’avanzata dei ribelli del movimento Catorce de Junio, che si ispiravano alla rivoluzione castrista (l’episodio dello sbarco è ricordato da Phil Ochs nel brano The marines have landed on the shores of Santo Domingo, piccolo capolavoro dimenticato di uno dei maggiori rappresentanti del pacifismo americano degli anni ‘60). Il governo americano, preoccupato dalla prospettiva di trovarsi di fronte ad una “seconda Cuba”,aveva preferito sostenere l’antidemocratico governo di Ramfis Trujillo (figlio del dittatore Rafael Trujillo, salito al potere nel 1924, sempre con l’appoggio statunitense) e, fin dal 1961, la Flotta Atlantica presidiava l’isola. Poco chiaro il ruolo della CIA nell’omicidio di Trujillo padre. Le autorità, ovviamente, negano ogni coinvolgimento.


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