Monday, January 25, 2010

Vilmos Kondor: Budapest Noir


“Come giornalista di cronaca nera di Az Est, conosceva i mille modi in cui la morte si manifesta molto meglio di quanto avrebbe voluto. Domestiche che si avvelenano con i fiammiferi, che si buttano sotto un tram, barbieri che fanno a pezzi le loro amanti, donne divorziate che si tagliano le vene con un rasoio, garzoni di bottega che si gettano dal ponte Francesco Giuseppe, impiegati gelosi che trafiggono le loro mogli con un coltello da macellaio, uomini d’affari che sparano ai loro concorrenti con un revolver – le possibilità sono infinite, e allo stesso tempo di una deprimente uniformità, poiché la fine è sempre la stessa.” (1)


Budapest, ottobre 1936. Il conservatore Gyula Gömbös è morto, e forse l’Ungheria dovrà rinunciare al sogno di affiancare Germania e Italia nel nascente asse Roma-Berlino. Intanto, mentre l’intera città si perde nei preparativi dei funerali di stato, e le spoglie del defunto primo ministro sono in arrivo da Monaco, Zsigmond Gordon, cronista di nera per il quotidiano “Az Est”, indaga sull’omicidio di una giovane sconosciuta trovata morta, priva di documenti ed effetti personali se non per un “mirjiam”, un piccolo libro di preghiere ebraiche femminili, nella zona malfamata posta all’incrocio tra via Nagydiófa e corso Rákóczi. Per gli uomini della polizia si tratta del semplice omicidio di una prostituta, ma Gordon vuole vederci chiaro: come e perché una giovane ebrea di buona famiglia si ritrova costretta a prostituirsi in una delle zone più squallide della città? Perché l’ispettore capo Vladimir Gellért, che pure nega di essere in possesso di informazioni sul caso, conservava, già prima che il cadavere venisse ritrovato, una foto della giovane vittima?
Aiutato dal nonno medico in pensione e ormai “inventore” di conserve e marmellate a tempo pieno, dall’innamoratissima, valente, illustratrice Krisztina, e dallo spericolato tassista Czöveck, Gordon si muove tra incontri di boxe illegali e quartieri malfamati, riunioni politiche clandestine, squallidi studi fotografici e bordelli di lusso, tra ambiente politico e “alta finanza”, nel tentativo di dipanare l’intricata matassa. Nel farlo, scoprirà che la Budapest di fine anni ’30, oscurata dall’ombra del nazismo, può essere ancora più pericolosa di quanto non lo fosse la natia America nell'era del proibizionismo…

Salutato dai critici come “il primo noir in lingua ungherese”, Budapest Noir, di Vilmos Kondor, è sicuramente il primo noir ungherese tradotto in italiano; la scelta (azzeccatissima) è dovuta alla romana E/o, da sempre in prima linea nella selezione e edizione di testi chiave delle letterature cosiddette “minori” o nascenti, e già responsabile della diffusione, in Italia, del concetto di “noir mediterraneo”.
Giustamente paragonato ai romanzi dell’hard boiled americano, il romanzo di Kondor –primo capitolo di una serie avente per protagonista Gömbös- richiama alla mente, per meccanica e ambientazioni, l’Hammett degli esordi (sarà forse per le pur brevi parentesi pugilistiche, che evocano il classico Piombo e sangue), stemperato con simpatici battibecchi, scene di coppia e interni da sophisticated comedy sullo stile di The thin man nella versione portata sugli schermi da W.S. Van Dyke (L’uomo ombra, 1934, con William Powell e Myrna Loy).
Anche la scelta dei personaggi, dal cronista di nera alla giovane di buona famiglia, dal poliziotto incorruttibile (e forse corrotto…) al titolare di un impero commerciale, è piacevolmente classica, ma i canoni del genere sono rinnovati con tutta la libertà del citazionismo contemporaneo.
Per quanto riguarda l’assunto di base, invece, Budapest Noir è più realista del re, e più hard boiled dell’hard boiled: non solo l’unico, indiscusso, “oggetto di valore” (in senso greimasiano, s’intende), è la verità, e dunque il compito del detective è “morale” (e non “punitivo” o giustizialista), ma la ricerca della “verità” si rivela inutile(2), impedendo al protagonista ogni riappacificazione (3).
Anche da un punto di vista sociale, il romanzo riprende la lezione dell’hard boiled, mettendo in scena un universo globalmente corrotto nel quale le fasce più elevate della popolazione, dal mondo della politica a quello della finanza, risultano brutali, immorali, disoneste, disumane come (o più) delle classi meno abbienti, e il riconoscimento dei punti di contatto tra malavita e alta società è essenziale per la soluzione del caso(4).
La ricostruzione storica, che non si ferma all’evocazione del momento politico molto particolare, ma pervade le descrizioni ambientali, ricche di particolari d’epoca, è fortemente realistica(5) e rafforza un’atmosfera già ben costruita.
La narrazione in terza persona con focalizzazione fissa e stile scarno, veloce, fortemente dialogico, confermano il gusto “classico” di un romanzo solido e retrò, scritto con la libertà e la sicurezza post-moderna, di chi sceglie di accostarsi a un genere ormai dissolto, per indagare con un "linguaggio d'epoca", un passato mai raccontato i cui punti di contatto con il presente sono assolutamente evidenti...

Il romanzo Budapest Noir, di Vilmos Kondor, è proposto ai lettori italiani da E/o.



(1)Vilmos Kondor, Budapest Noir, traduzione di Laura Sgarioto, E/o, Roma 2009, p. 18.
(2)Se non per quel collaterale effetto giustizialista, che, si è detto, al detective non interessava affatto.
(3) Tant’è vero che, sul finire del romanzo, l’amareggiato Gordon così si rivolge ad un giovane giornalista «Si ricordi che il suo compito è scrivere ciò che è successo […] Scoprire il perché non è affar suo». (Ivi, p. 263).
(4)L’esempio più noto e lampante di questa tendenza dell’hard boiled, che mette in crisi la normale, rigida distinzione sociale in gioco nel giallo classico (all’interno del quale, come è noto, solo aristocrazia e alta borghesia avevano diritto ad una rappresentazione attiva, e i personaggi d’estrazione popolare trovavano spazio, al più, come comprimari), rivelando la corruzione delle classi dirigenti, è probabilmente rintracciabile nel capolavoro chandleriano Il grande sonno. Questa scoperta, che oggi suona forse scontata e banale, è forse una delle maggiori conquiste dell’hard boiled.
(5)O almeno così sembra “a sensazione”, e gli editori ungheresi confermano: «Kondor è stato estremamente meticoloso nelle sue ricerche. Ha controllato ogni fatto, pescando da articoli e giornali contemporanei ai fatti narrati – si è spinto fino a includere dei passaggi di storie pubblicate all’epoca» (http://www.budapestnoir.hu/eng/edit.html, traduzione mia).

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Thursday, January 07, 2010

Rachid Djaïdani: Viscerale. Un grido dalle banlieue


Primo agosto. I primi raggi di sole incendiano un immenso quartiere di periferia, il più sballato del territorio gallico. Inaugurato trent’anni fa, non ha denominazione controllata, niente etichetta, niente annata. Qui i ratti indossano completi di teflon. Gli scarafaggi fanno smurf sulle scie degli sputi. I pit-bull tirano piste di coca prima di azzannare i marmocchi. Il cemento ha l’herpes curato con il Kärcher, i fili spinati l’AIDS e la dichiarazione dei Diritti dell’Uomo è una barzelletta che circola sottobanco.”(1)

Parigi, oggi. per le vie di una periferia urbana mestamente multiculturale, nella quale ogni sogno di rivalsa si riduce, nella migliore delle ipotesi, a un miraggio lontano, che aiuta a tirare avanti finché non ci si scontra con una realtà fatta di porte chiuse e cemento armato, il ventitreenne Lies, comproprietario di un quasi fatiscente call-center, coltiva il pugilato agonistico come unica via di fuga dal ghetto. Presentendo la fine della carriera -annunciata, in maniera via via più sfacciata, dall’emergere di un invadente problema agli occhi -, e convinto delle potenzialità di altri giovani avanzi di banlieue, piccoli fantasmi di un passato non troppo lontano, il pugile si è messo a insegnare la noble art all’interno della palestra del quartiere e in carcere. E i ragazzi, una squadra intera di giovani pugili “arrabbiati”, hanno deciso di seguirlo: quelli dentro dedicandosi anima e corpo agli allenamenti, quelli fuori preparandosi per il debutto sul ring, a Marsiglia, in un'importante competizione ufficiale.
Ma il già citato scontro(2) con la dura realtà è dietro l’angolo: quando l’evento di Marsiglia viene cancellato, l’ira dei ragazzi si rovescia sull’allenatore; intanto, il call-center è messo letteralmente sottosopra, la palestra è resa inservibile, e il suicidio di uno dei carcerati provoca l’immediata sospensione del corso. Lies si ritrova improvvisamente privo di ogni prospettiva futura: l'incontro (fortuito) con la responsabile di un casting cinematografico sembra l'unico evento in grado di sottrarlo alla sua condizione... ma il destino è sempre in agguato.

Scritto con una libertà lessicale che “complica”(3) dialoghi e descrizioni, imponendosi, però come insuperabile garanzia di realismo, straripante di immagini “pop” e pubblicità, ritmi hip-hop e fortunate trovate antirazziste, stile cinematografico e ammiccamenti vari(4), Viscerale. Un grido dalle banlieue, terzo romanzo (ma primo ad approdare nelle librerie italiane) del trentaseienne ex muratore, ex boxeur, attore e regista Rachid Djaïdani, riesce a combinare una serie di noti clichés del genere (quasi tutti di origine americana), in una narrazione nerissima, credibile, mai scontata, di grande impatto, che conquista, dopo lo sconforto linguistico iniziale(5), anche i lettori più scettici, mantenendoli incollati alla pagine fino al tragico, imprevedibile epilogo.

Il romanzo Viscerale. Un grido dalle banlieue, di Rachid Djaïdani, è proposto ai lettori italiani da Giulio Perrone editore.




(1)Rachid Djaïdani: Viscerale. Un grido dalle banlieue, traduzione di Ilaria Vitali, Giulio Perrone Editore, Roma 2009, p. 5.
(2)Superficiale e scontato, forse, ma quasi d’obbligo, citare, qui, la celeberrima linea di dialogo “L'important c'est pas la chute...C'est l'atterrissage”, tratta dal film La Haine, di Mathieu Kassovitz, che il romanzo Djaïdani richiama alla mente per atmosfere e morale…
(3)L’interpretazione non è sempre agevole, ma in fondo è giusto così: solo scegliendo una lingua sgrammaticata, orale, “anarchica”, gergale (ma in maniera quasi mai compiaciuta), attuale, mimetica, presa direttamente dalla strada, l’autore può rendere fedelmente la realtà della banlieue; e, a noi lettori dell’edizione italiana, non resta che fare i complimenti a Ilaria Vitali per la scioltezza della traduzione.
(4)A guardare "dietro il testo", si ritrova, nell'autore, una cultura cinematografica e letteraria che lui stesso sembra restio ad ammettere, per modestia o per snobismo intellettuale.
Notevole, tra le altre, la sequenza finale, che richiama alla mente -ma senza citare- il godardiano Fino all'ultimo respiro.
(5)Ma, d’altra parte, lo stesso si prova attaccando (in lingua) le prime pagine dell’antologia Rope Burns di F.X. Toole, il cui valore è ormai quasi universalmente riconosciuto…

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Thursday, February 26, 2009

L- Giuseppe Munforte: La prima regola di Clay


Milano, un quartiere come tanti, in periferia. Nell’umida palestra di pugilato della zona, ricavata in uno scantinato, una banda di ragazzi senza prospettive si rompe le nocche al sacco pesante, spezza il fiato saltando una corda, migliora la tecnica allo specchio o al sacco veloce, si rinforza sollevando i pesi, o si procura qualche livido da esibire con gli amici.
Soltanto Ivano, che tutti ormai chiamano Clay, ha del talento: il maestro Volpe, ex-agonista senza gloria, ha riconosciuto dietro al modo in cui il ragazzo balla e saltella sul ring schivando e boxando di rimessa l’istinto del campione, e per questo lo allena con una cura tutta particolare; ma per Ivano il pugilato non è che un passatempo serale, tutt’altro che un’alternativa al lavoro da aiutante in una carrozzeria che occupa gran parte della sua giornata.
Quando il padre muore, ennesima vittima delle esalazioni di vernici e solventi prodotti nella fabbrica in cui tutti gli abitanti della zona lavorano, Clay sembra assolutamente indifferente, ma in breve si macchia, a dispetto della sua indole tranquilla, di un atroce, inspiegabile delitto…

Secondo romanzo di Giuseppe Munforte, già vincitore, grazie all'opera d'esordio Meridiano (Castelvecchi, 1998), del Premio Assisi, La prima regola di Clay si serve di alcuni cliché della narrazione pugilistica(1) e del romanzo di formazione per tracciare una credibilissima tragedia contemporanea ispirata ai fatti dell’IPCA(2) di Cirié (Torino).
Nel romanzo di Munforte, come nella realtà, miseria economica e culturale, nutrite dalla quasi assoluta mancanza di stimoli e dal pessimismo diffuso, si mescolano alla più profonda miseria esistenziale perpetuando le recenti(3) forme di emarginazione urbana, e svuotandole da ogni possibile via di fuga.
Nonostante l'indubbio valore tematico, è forse nello stile che La prima regola di Clay esprime il suo aspetto più originale: contrariamente a quanto ci si aspetterebbe, l'autore non si conforma ai canoni del realismo minimalista vigente nel genere, ma narra la sua vicenda con ampie immagini e lunghe frasi ricercate, poeticamente descrittive e inconsuetamente cariche di aggettivi, non per vanità, non per un gratuito sfoggio della sua indubbia abilità linguistica, ma per restituire al lettore l’atteggiamento sognante, la disposizione alla contemplazione estetica e l’amore per la cultura(4) che sembrano offrire al narratore intradiegetico l’unica via di scampo dalla sua condizione di vita.

Il romanzo La prima regola di Clay di Giuseppe Munforte è edito da Mondadori.



(1)Il valore metaforico del pugilato come rappresentazione plastica e fin troppo esplicita della lotta per la vita, in genere tanto ben occultata dietro la mal-simulata, inconsistente, "cortesia" o la "solidarietà" borghese, si è affermato fin dai racconti di Jack London (si vedano, per esempio i drammatici Una bella bistecca e La sfida).
(2)L’IPCA (Industria Piemontese dei Colori di Anilina), fondata nel 1922 è passata alla storia per il caso sollevato da Albino Stella e Benito Franza: entrambi affetti da tumore alla vescica, e preso atto dei molti colleghi deceduti per la stessa patologia (secondo una recente ricerca INAIL sarebbero 168 i dipendenti morti di cancro), i due operai avevano sporto denuncia contro la fabbrica. Nel 1977, al termine di un processo durato 5 anni, titolari e dirigenti dell’azienda vennero condannati per omicidio colposo.
I tristi fatti del IPCA sono stati ricostruiti dal regista Daniele Gaglianone nel documentario Non si deve morire per vivere (2005).
(3)Ma saranno poi così recenti? In che modo questi abitanti delle periferie milanesi si differenziano dai “ragazzi di vita” che popolavano le borgate della Roma di Pasolini? E le loro vicende non riecheggiano quelle dei protagonisti dei racconti de Il ponte della Ghisolfa di Testori?
(4) Il rifiuto del lavoro portato avanti dal narratore in nome della cultura ricorda gli atteggiamenti assunti da Arturo Bandini ne La strada per Los Angeles di John Fante, ma mentre quest'ultimo si dedicava alla sua attività culturale con snobismo e violenta convinzione, il personaggio di Munforte, segnato dalla vicinanza di Vera e Clay, deve fare i conti con i sensi di colpa.

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Tuesday, August 19, 2008

L- F.X. Toole: Million Dollar Baby (Lo sfidante)

Un vecchio ed esperto cutman, scoperto un tentativo di truffa da parte di Hoolie, il promettente pugile messicano per il quale lavora, punisce il ragazzo lasciandogli perdere un incontro valido per il titolo mondiale dei pesi piuma; uno sfidante apparentemente senza speranze stupisce pubblico ed organizzatori dell’incontro interrompendo l’inesorabile ascesa del pugile Dasihki Jones verso il titolo mondiale; la giovane Maggie, cameriera entrata nel mondo del pugilato professionistico in cerca di riscatto, vista la sua brillante carriera interrotta da un incidente che la lascia paralizzata, chiede al suo allenatore Frankie Dunn di mettere fine alla sua inutile esistenza; al termine di un importante incontro professionistico a Philadelphia il pugile Odell Bodeen, deciso a comprare una casa per sua madre con i soldi della borsa, viene decretato perdente da un gruppo di giudici corrotti; “Dangerous Dillard Fightin Flippo Bam-Bam Barch”, giovane peso welter al limite della demenza e poco portato per il pugilato che frequenta con assiduità la palestra Hymns, viene pestato a sangue dal peso massimo Shawrelle Berry (che approfitta di un momento di distrazione dell’allenatore). Il Vecchio Hymn, vecchio pugile in pensione, in persona sale allora sul ring per dare una lezione al gradasso Shawrelle; Henry “Puddin” Pye, giovane e promettente pugile convocato per le olimpiadi di Barcellona, difende la proprietaria di un ristorante messicano dagli assalti di un gruppo di piccoli gangster locali; il capobanda organizza allora una terribile vendetta...

I sei racconti che compongono l’antologia Lo sfidante (Rope Burns), ripubblicata, in Italia e all’estero con il titolo Million Dollar Baby in seguito al grande successo del film diretto nel 2004 da Clint Eastwood, rappresentano una perfetta esplorazione delle possibilità metaforiche del pugilato (la lotta sul ring come lotta per la vita, l’impegno che non sempre, o spesso, non da risultati, l’inevitabile scorrere del tempo, le speranze disattese, l’inconfessata e inconfessabile violenza del mondo, alla quale è impossibile resistere giocando secondo regole, il destino che schiaccia, alla fine, anche i più resistenti…)(1), compiuta però con l’occhio clinico del tecnico(2) e un amore per i particolari da vero appassionato.

Lo stile, scarno e iper-realista, ma anche elegiaco, come fanno giustamente notare i recensori del Guardian, è semplicemente perfetto (Nei racconti di Toole si sente il ritmo della pera, il rumore dei guanti sui sacchi, i respiri affannati, lo scampanellio di fine ripresa…). Le rapide, efficaci, descrizioni fanno da contrappunto a dialoghi ultra naturali(3) che sembrano registrati direttamente per la strada o in palestra.
I personaggi sono credibili, umani, ben approfonditi.
Un piccolo capolavoro del realismo americano contemporaneo, giustamente coronato da un successo del quale l’autore, partecipe delle disgrazie dei suoi personaggi, e con essi solidale fino alla fine, non ha fatto in tempo a godere. (4)

L’antologia Million Dollar Baby di F.X. Toole è edita in Italia da Garzanti.



(1)Non a caso il sottotitolo della raccolta è “Stories from the corner”, come a voler sottolineare la condizione dei personaggi, che, dall’angolo, hanno solo l’illusione di poter cambiare il proprio destino, mentre il massimo che possono fare è aggravare (come nel caso del primo racconto, il protagonista del quale, fingendo di chiudere le ferite del suo pugile, decide l’esito negativo dell’incontro e si prende la sua vendetta…) cose che già per loro conto sono destinate ad andar male
(2) L’autore F.X. Toole (1930-2002), per un breve periodo anche pugile a livello amatoriale, ha lavorato a lungo come allenatore, preparatore e cutman.
(3) Ad anglofoni ed anglofili si consiglia la lettura della raccolta in originale: il vocabolario non è ampio, le conoscenze tecnico-pugilistiche di base sono più che sufficienti per capire gli intrecci, e in questo modo si gode appieno dei dialoghi sgrammaticati, pieni di slang e riportati con un gusto quasi puntiglioso per la trascrizione fonetica delle parlate della strada.
(4)F.X. Toole è morto nel 2002, due anni in anticipo sull’uscita del film che avrebbe dato notorietà alla sua ristretta opera narrativa (usciti i racconti di Million Dollar Baby, l’autore stava lavorando al romanzo Pound by Pound, in Italia A bordo ring, tradotto per Garzanti, pubblicato postumo).

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Wednesday, January 30, 2008

L- Joe R. Lansdale: L’anno dell’uragano

Foto: Il Pugile Jack Johnson
Galveston, Texas, Settembre 1900; il giovane di colore Jack ‘Lil Arthur’ Johnson(1), cresciuto negli incontri di lotta clandestini, e poi passato al pugilato, si è guadagnato il titolo di campione locale sconfiggendo il bianco Forrest Thomas; i ricchi e razzisti possidenti dello sporting club, insofferenti nei confronti del ragazzo hanno convocato John Mc Bride, un bianco, violento, razzista aspirante al titolo dei massimi, “uno e ottantacinque abbondanti, quasi cento chili, le manone come prosciutti e un fisico da cinghiale” (2) organizzando il combattimento dell’anno; intanto la vita degli abitanti di Galveston procede monotona e regolare finchè un uragano in arrivo da Cuba porta lo scompiglio sull’isola…


Scritto nel 2000 come ampliamento di un racconto pubblicato nel 1997, ingiustamente spacciato per romanzo sul pugilato, truffaldinamente accostato al racconto The Mexican di Jack London, L’anno dell’uragano è in realtà la narrazione (dai chiari intenti progressisti ed antirazzisti) di una terribile tempesta tropicale che si abbatte, come un anticipo sull’apocalisse, sull’isoletta di Galveston incrinandone (complice il violento Mc Bride) il rodato (e non per questo privo di brutture) meccanismo sociale. Normalmente additato come erede della tradizione del western letterario, Lansdale non abbandona il gusto tipicamente pulp per i particolari grotteschi e violenti e per il colpo di scena, e costruisce, nonostante la brevità della romanzo, la scarsità di personaggi ed avvenimenti ecc., un intreccio imprevedibile e ben congegnato, che tiene il lettore in sospeso fino all’ultimo.
Il romanzo risulta turbato dalla volgarità del parlato (dimentico della lezione dei grandi narratori del sud da Faulkner a Caldwell, da Steinbeck alla O’Connor, Lansdale sembra convinto che i dialoghi sboccati possano conferire ai personaggi un tono di maggiore durezza), che talvolta investe la stessa narrazione traducendosi in qualche lampante esempio di immaturità stilistica (che dire di un incipit come “In un pomeriggio più caldo di due ratti che trombano in un calzino di lana”?).
Segnato da numerosi errori e spiacevolezze, ben lontano dall’essere un capolavoro, L’anno dell’uragano funziona, e, come un film di serie z, offre, se affrontato con la giusta indulgenza, un piacere inatteso e quasi inspiegabile…

Il romanzo L’anno dell’uragano di Joe R. Lansdale è edito in Italia da Fanucci.



(1) Jack Johnson (1878- 1846) fu una figura leggendaria della boxe professionistica ed una delle icone dimenticate dei movimenti per i diritti dei neri.
Nato e cresciuto a Galveston, Johnson si dedicò al pugilato fin da tenera età. Il primo arresto nel 1901 (la pratica del pugilato era vietata nello stato del Texas) non lo dissuase dall'intraprendere la carriera sportiva ; costretto ad affrontare numerosi pugili bianchi prima di poter competere con il canadese Tommy Burns, Johnson vinse il titolo dei massimi il 26 dicembre 1908 divenendo il primo nero detentore di un titolo mondiale; nel 1920 aprì ad Harlem il night club che sarebbe poi divenuto, sotto la gestione del gangster Owney Madden, il noto "Cotton Club" .
Nel 1928, a 50 anni, Johnson abbandonò il pugilato professionistico chiudendo la sua carriera con 349 vittorie su 350 incontri sostenuti.
il leggendario Johnson è stato celebrato da Miles Davis nell'album "A tribute to Jack Johnson"(1970).
(2) pg 19

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Saturday, April 14, 2007

L- Nick Tosches: Sonny Liston e il diavolo

Poche figure, nella storia dello sport americano hanno avuto una risonanza pari a quella di Sonny Liston, e questo non per un incredibile popolarità, ma anzi per un’ impopolarità quasi insopportabile.La presenza di Liston, tanto ingombrante e negativa da eccedere l’amore degli americani per il gesto sportivo, l’amore per i grandi campioni, evocava l’immagine stessa di una brutalità naturale, incivile, e dunque insopportabile.Mal sopportato dal pubblico, temuto dai pugili della sua categoria, stimato forse solo dall’amico Foneda Cox ed un pugno di altri uomini, Liston è stato uno dei più grandi campioni di Boxe prima della comparsa del giovane Ali (piuttosto dubbio, anzi, l'esito del famoso incontro "Liston-Ali", a quanto ci dice l'autore assolutamente truccato); Nick Tosches, scrittore mediocre e portato a divagare dilungandosi su particolari inutili e/o difficilmente sopportabili, ripercorre vita e carriera di Liston scegliendo di mimare (ma con poca efficacia e ottenendo un effetto assolutamente artefatto) il linguaggio dei bassifondi.

Poco convincono i commenti personali ed i capitoli riflessivi (si pensi all’insopportabile primo capitolo diviso tra osservazioni quasi razziste e leggende africane ed altri elementi folcloristici insopportabilmente riportati).
Assolutamente troppo estesi e dettagliati i capitoli riguardanti i rapporti tra la mafia ed il mondo del pugilato (amche se di per se' molto interessanti), che tendono ad estenuare il lettore consegnando nelle sue mani una serie di dati e nomi ecc.(e d’altra parte è proprio questo il mestiere di Tosches, già autore della biografia “Dino” deidcata a Dean Martin e sempre documentata oltre i limiti di sopportazione del lettore).
Ma la biografia, per quanto romanzata (e se si vuole anche mal scritta), ha il merito di riconsegnarci un immagine corretta di Liston: Un uomo duro, forse il più forte, “nato sotto una cattiva stella”, come recita il noto blues, uno capace solo di stare sul ring, buono solo con i preti ed i ragazzini.

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Wednesday, November 29, 2006

L- Jack London: La sfida e altre storie di boxe

La mini antologia “La sfida e altre storie di Boxe” edita da Newton Compton, raccoglie in un unico, esile volume, il romanzo breve “The Game” (la sfida, o “il gioco” secondo la traduzione scelta per l'edizione italiana) e i due racconti “The Mexican” e “Una bella bistecca”. Joe Fleming è un giovane pugile costretto a scegliere tra la boxe e la futura sposa, ma qualcosa durante il suo ultimo incontro va storto, e il ragazzo perde la vita sul ring; Felipe Rivera è un pugile messicano che si batte per finanziare la rivoluzione; Tom King è un vecchio pugile costretto, per pagarsi i debiti, ad affrontare il giovane Sandel, che lotta invece per farsi strada.
London, non del tutto estraneo a quell’ amore, all’ammirazione tutta americana per il gesto sportivo, individua nella Boxe un terreno privilegiato, il luogo per una possibile rivisitazione del mito del coraggio in chiave non-nazionalistica (persino “anti-nazionalistica” come nel caso di “The Mexican”) e individuale; i protagonisti dei tre racconti sono uomini in lotta con se’ stessi e con il proprio destino, piuttosto che con un avversario in carne ed ossa.Costruiti su una serie di opposizioni e contrapposizioni antitetiche (tra la brutalità primordiale e l’intelligenza, tra la dittatura e il popolo, tra giovinezza e vecchiaia) i racconti travalicano i limiti del genere avventuroso e assumono (in particolare nel caso di “Una bella bistecca”) marcati toni esistenziali.

Lo stile realista ed essenziale, le descrizioni credibili ed accurate (London fu pugile dilettante e potè dunque contare su una buona preparazione tecnica per la descrizione degli incontri) il senso di umanità che traspare, supera, eccede le espressioni più brutali dell'essere uomini (si pensi al tardo, empatico riconoscimento della situazione di Stowsher Bill da parte di Tom King), fanno di questi racconti un piccolo, imperdibile, capitolo della storia della letteratura americana.

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