Tuesday, December 22, 2009

Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza: Profondo Nero. Mattei, De Mauro, Pasolini. Un’unica pista all’origine delle stragi di stato

Enrico Mattei; Mauro De Mauro; Pier Paolo Pasolini.
Tre nomi, tre volti popolari, entrati indelebilmente nella nostra memoria collettiva; tre idee, tre storie, tre biografie profondamente differenti, accomunate solo dalla violenza dell'epilogo.
Solo? Forse no: Enrico Mattei è morto a Bascapè, provincia di Pavia, il 27 ottobre 1962, in seguito ad un “misterioso incidente” aereo; Il giornalista Mauro de Mauro è scomparso a Palermo, il 16 settembre 1970, accompagnato da una serie di “misteriosi” individui; Pier Paolo Pasolini è stato assassinato il 2 novembre 1975, nel corso di una “misteriosa” lite. Il suo cadavere martoriato è stato ritrovato all’Idroscalo di Ostia.
Non è solo la fine violenta, dunque, ad accomunare i tre personaggi, ma anche il mistero che avvolge le circostanze della loro morte; mistero che, come spesso è accaduto nell’Italia degli ultimi settant’anni, è in realtà riducibile a una serie di avvenimenti "quasi noti", legalmente non provabili per effetto di una serie di mistificazioni, alterazioni, depistaggi ecc.
E nel caso dei tre personaggi in questione, il collegamento non è poi così difficile; basta partire dal primo delitto, e porsi la ben nota domanda di senechiana ascendenza: Cui prodest?
A chi avrebbe giovato la morte di Enrico Mattei? Agli americani? Certo. Alle “sette sorelle”? Sicuramente. Ma la morte dell’allora numero uno dell’Eni, avrebbe (e ha) fatto molto comodo anche a Eugenio Cefis, “il corazziere”, ex partigiano in contatto con gli americani (e con la CIA), amico di Fanfani, probabile fondatore della P2, numero due dell'ente, misteriosamente espulso nel 1962, per volontà di Mattei, ma rientrato in pompa magna subito dopo l'incidente di Bascapè.
E, si dà il caso, che proprio sulla morte dello storico presidente dell’Eni, e sui giorni del suo ultimo soggiorno catanese, stesse indagando, su commissione del regista Francesco Rosi, pronto a girare il film Il caso Mattei, il giornalista Mauro De Mauro. Pare, anzi, che pochi giorni prima della scomparsa, avvenuta il 16 settembre 1970 sotto casa sua, avesse scoperto “qualcosa di grosso”, (qualcosa su Cefis?) e che lo avesse rivelato a un noto avvocato della zona... l’avvocato sbagliato, a quanto pare.
Si aggiunga a questo, che su Mattei, e anzi, meglio, su Cefis (trasfigurato nel "Troya" che fa da protagonista al romanzo incompiuto Petrolio) stava lavorando anche Pasolini, al momento della sua morte, e che le voci sul carattere “politico” della lite dell’idroscalo, in circolazione fin dalla morte del poeta, il 2 novembre 1975, non si sono mai spente.









Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza raccontano, con piglio piacevolmente romanzesco e penna affilata, pungente, talvolta ironica, sempre lucida, una storia profondamente italiana, nel senso negativo del termine: una storia di verità coperte e camuffate, di insabbiamenti, depistaggi e menzogne, di false accuse e calunnie; una storia i cui attori sono politici, mafiosi, avvocati, faccendieri, malavitosi romani legati agli ambienti della destra eversiva, uomini dei servizi, amministratori locali, “stimati professionisti”, rappresentanti di forze politiche tutt’ora in campo, complici di una serie di delitti che legalmente irrisolti(1), ma effettivamente insabbiati per oltre quarant’anni.
E la ricostruzione funziona, non solo in virtù dell’incredibile quantità di documenti proposti a sostegno della tesi, ma anche grazie a una serie di calibrati passaggi dai modi del reportage alla narrazione in chiave di fiction, dall’intervista alla ricostruzione storica, che "costringono" il lettore, convinto e coinvolto, a seguire il “filo nero come il petrolio” che “lega gli omicidi di Mattei, De Mauro e Pasolini”(2).

Il saggio Profondo Nero. Mattei, De Mauro, Pasolini. Un’unica pista all’origine delle stragi di stato, di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, è edito da Chiarelettere.



(1)E c'è ancora chi avanza dei dubbi, e parla di "incidente" e "coincidenze": secondo la sentenza di archiviazione firmata dal gip di Pavia Fabio Lambertucci il 17 marzo 2004, per esempio, l'inchiesta del P.M. Calia (ad oggi l'indagine più completa sul caso Mattei) permette, al massimo, la formulazione di "un giudizio di mera compatibilità con l'ipotesi
 delittuosa"...
(2)Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, Profondo Nero. Mattei, De Mauro, Pasolini. Un’unica pista all’origine delle stragi di stato, Chiarelettere, Milano 2009, p. 276.

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Thursday, February 26, 2009

L- Giuseppe Munforte: La prima regola di Clay


Milano, un quartiere come tanti, in periferia. Nell’umida palestra di pugilato della zona, ricavata in uno scantinato, una banda di ragazzi senza prospettive si rompe le nocche al sacco pesante, spezza il fiato saltando una corda, migliora la tecnica allo specchio o al sacco veloce, si rinforza sollevando i pesi, o si procura qualche livido da esibire con gli amici.
Soltanto Ivano, che tutti ormai chiamano Clay, ha del talento: il maestro Volpe, ex-agonista senza gloria, ha riconosciuto dietro al modo in cui il ragazzo balla e saltella sul ring schivando e boxando di rimessa l’istinto del campione, e per questo lo allena con una cura tutta particolare; ma per Ivano il pugilato non è che un passatempo serale, tutt’altro che un’alternativa al lavoro da aiutante in una carrozzeria che occupa gran parte della sua giornata.
Quando il padre muore, ennesima vittima delle esalazioni di vernici e solventi prodotti nella fabbrica in cui tutti gli abitanti della zona lavorano, Clay sembra assolutamente indifferente, ma in breve si macchia, a dispetto della sua indole tranquilla, di un atroce, inspiegabile delitto…

Secondo romanzo di Giuseppe Munforte, già vincitore, grazie all'opera d'esordio Meridiano (Castelvecchi, 1998), del Premio Assisi, La prima regola di Clay si serve di alcuni cliché della narrazione pugilistica(1) e del romanzo di formazione per tracciare una credibilissima tragedia contemporanea ispirata ai fatti dell’IPCA(2) di Cirié (Torino).
Nel romanzo di Munforte, come nella realtà, miseria economica e culturale, nutrite dalla quasi assoluta mancanza di stimoli e dal pessimismo diffuso, si mescolano alla più profonda miseria esistenziale perpetuando le recenti(3) forme di emarginazione urbana, e svuotandole da ogni possibile via di fuga.
Nonostante l'indubbio valore tematico, è forse nello stile che La prima regola di Clay esprime il suo aspetto più originale: contrariamente a quanto ci si aspetterebbe, l'autore non si conforma ai canoni del realismo minimalista vigente nel genere, ma narra la sua vicenda con ampie immagini e lunghe frasi ricercate, poeticamente descrittive e inconsuetamente cariche di aggettivi, non per vanità, non per un gratuito sfoggio della sua indubbia abilità linguistica, ma per restituire al lettore l’atteggiamento sognante, la disposizione alla contemplazione estetica e l’amore per la cultura(4) che sembrano offrire al narratore intradiegetico l’unica via di scampo dalla sua condizione di vita.

Il romanzo La prima regola di Clay di Giuseppe Munforte è edito da Mondadori.



(1)Il valore metaforico del pugilato come rappresentazione plastica e fin troppo esplicita della lotta per la vita, in genere tanto ben occultata dietro la mal-simulata, inconsistente, "cortesia" o la "solidarietà" borghese, si è affermato fin dai racconti di Jack London (si vedano, per esempio i drammatici Una bella bistecca e La sfida).
(2)L’IPCA (Industria Piemontese dei Colori di Anilina), fondata nel 1922 è passata alla storia per il caso sollevato da Albino Stella e Benito Franza: entrambi affetti da tumore alla vescica, e preso atto dei molti colleghi deceduti per la stessa patologia (secondo una recente ricerca INAIL sarebbero 168 i dipendenti morti di cancro), i due operai avevano sporto denuncia contro la fabbrica. Nel 1977, al termine di un processo durato 5 anni, titolari e dirigenti dell’azienda vennero condannati per omicidio colposo.
I tristi fatti del IPCA sono stati ricostruiti dal regista Daniele Gaglianone nel documentario Non si deve morire per vivere (2005).
(3)Ma saranno poi così recenti? In che modo questi abitanti delle periferie milanesi si differenziano dai “ragazzi di vita” che popolavano le borgate della Roma di Pasolini? E le loro vicende non riecheggiano quelle dei protagonisti dei racconti de Il ponte della Ghisolfa di Testori?
(4) Il rifiuto del lavoro portato avanti dal narratore in nome della cultura ricorda gli atteggiamenti assunti da Arturo Bandini ne La strada per Los Angeles di John Fante, ma mentre quest'ultimo si dedicava alla sua attività culturale con snobismo e violenta convinzione, il personaggio di Munforte, segnato dalla vicinanza di Vera e Clay, deve fare i conti con i sensi di colpa.

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