Tuesday, November 24, 2009

Paola Ronco: Corpi Estranei


Correvamo da un angolo all’altro di una città che ormai non riconoscevamo più, sfuggivamo ai lacrimogeni e ai blindati, e io cascavo giù come una pera ogni tre passi. Ogni tanto qualcuno mi raccattava da terra, bestemmiava piano, riprendeva a correre. Ripenso a tutte queste cose, e intanto fumo e resto seduta. Davanti a me c’è un pezzo di fiume che conosco poco; da queste parti non ci vengo mai, di solito il Po me lo guardo dai Murazzi.(1)


Torino, oggi.
Mauro Cabras è un poliziotto; un buon poliziotto, direbbe qualcuno. Per altri è solo un uomo dal grilletto facile. Uno incapace di controllarsi, che porta sul corpo le tracce di un errore passato - un errore per il quale non prova, o si sforza di non provare, alcun rimorso. E i colleghi lo sanno, e lo guardano con un misto di rispetto e compassione.
Silvia, addetta stampa e p.r., è sempre sull’orlo del licenziamento (in un mondo di precariato diffuso, le stagiste giovani, carine e servizievoli, non mancano mai, e anche il minimo errore può rivelarsi fatale…), e vittima di una coppia di insopportabili dirigenti. Eppure, tutto questo non basta a spiegare lo stanco disgusto che prova nei confronti del fidanzato Luciano, un avvenente poliziotto che è l’invidia di tutte le colleghe. Che cosa, esattamente, la tormenta?
La giovane studentessa universitaria Alessia, scioccata da un tragico passato, si arrabatta tra contratti a termine rimediati con l’“aiuto” di un’agenzia interinale, esami superati alla bell'e meglio (2) e piccole-grandi lotte con due disordinati e rumorosi coinquilini. Ma da qualche anno, alcune situazioni la terrorizzano, è convinta di non poter più respirare, teme di scoprirsi vittima di un tumore ai polmoni, non ha più progetti per il futuro.
I tre personaggi si incontrano e si scontrano, si inseguono e si sfuggono, si riconoscono e si allontanano, sullo sfondo di una Torino perfettamente realistica; intanto, una banda di imprendibili giustizieri si aggira per la città –a bordo di una misteriosa Opel nera decorata di gagliardetti fascisti, assicurano alcuni testimoni- “ripulendo” le strade da “barboni, extracomunitari, tossici allo sbando”(3)…

Costruito a “tre voci” grazie ad un’inedita miscela di focalizzazione interna (Alessia) e narrazione in terza persona (narratore esterno e focalizzazione zero, che però si adatta ai limiti dei personaggi “raccontati”, concedendo al lettore solo ciò che essi stessi sono pronti a richiamare alla mente(4)), il romanzo può contare, oltre che su una lingua lucida, piacevolmente familiare, “ristretta” e priva di fronzoli, su una scelta dei tempi azzeccatissima, che mantiene viva l’attenzione del lettore fino alle ultimissime pagine, attraverso un montaggio di brani studiati per svelare “sottraendo”, negando tutta una serie di particolari essenziali per la ricostruzione della vicenda. E l’effetto è perfetto: Corpi estranei coinvolge con forza pari a quella prodotta dal detestabile romanzo ad enigma, ma senza tradire una cornice profondamente realistica(5). Se, nel giallo classico, la disposizione ordinata di indizi "tra le pagine"–elemento, inutile a dirsi, fortemente irreale- richiamava l’animo enigmistico del lettore ad una distante partecipazione, nel romanzo di Paola Ronco, è il “non detto” a forzare il lavoro sull’intreccio, la ricostruzione della trama sommersa(6) in una narrazione che rinuncia ad ogni facile chiarimento, e abbandona ogni funzione consolatoria(7): i colpevoli non pagano. Così, il lavoro del lettore si fa metafora di quello sguardo “demistificante” che il poliziesco propone e deve proporre come compito irrinunciabilmente umano, e il romanzo, che di per se intrattiene egregiamente, assume in un certo senso una funzione pedagogica, sostenendo le ragioni del dubbio di fronte alla semplice, passiva, “ricezione della realtà”.



Paola Ronco è nata a Torino nel 1976. Vive a Genova. Corpi estranei, edito da Perdisa, è il suo primo romanzo.



(1)Paola Ronco, Corpi Estranei, Perdisa, Bologna 2009, p. 130.
(2)Studenti ed ex-studenti leggeranno con “piacere” (o con sdegno?) i brani relativi all’esame di filosofia morale sostenuto dalla giovane protagonista, e chissà che qualche torinese non riconosca il professore ritratto come un personaggio realmente esistito...
(3)Ivi, p. 72
(4)La reticenza (nel senso originario e menandriano di ellissi "emotivamente giustificata"), che in questo romanzo sembra assurgere al livello di schema, di strategia narrativa, non è una scelta gratuita, ma è una “trascrizione” di pensieri fedele ai limiti dei "personaggi pensanti", incapaci di “rimuovere” il passato, ma anche di affrontarlo per lasciarselo definitivamente alle spalle.
(5)Quello di Corpi estranei non è un improbabile universo parallelo, ma è quello tristemente reale del precariato e delle mistificazioni mediatiche, della morte della politica e della fine dell’impegno, dell’intolleranza, della sempre più anacronistica (ma paradossalmente sempre più radicata) xenofobia, e del G8 di Genova (evento al quale il romanzo sembra rimandare in maniera piuttosto esplicita).
(6) Per come procedono le cose, ci si aspetterebbe di riannodare le tre storie in un’unica serie di avvenimenti: si scopre, invece, procedendo nella lettura, che uno dei personaggi è un semplice “testimone indiretto”; l’asimmetria di ruoli, che in questo modo si viene a creare, non indebolisce, ma rafforza il romanzo aggiungendo “confusione” e contribuendo alla costruzione dell’effetto complessivo.
(7)L’unico spiraglio di luce all’orizzonte sembra essere rappresentato dall’idea dell’espatrio, che sfiora, come un’improvvisa illuminazione, uno dei personaggi.

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Tuesday, October 13, 2009

Roberto Saporito: Carenze di futuro

Finito sul lastrico dopo aver perso al gioco una discreta fortuna in beni mobili e immobili, l’unico erede di una importante famiglia alto-borghese della provincia piemontese si ritrova costretto a fuggire dai “fantasmi della sua stupida vita precedente”(1): Pacifico e la sua banda, un gruppo di temibili strozzini decisi a prenderlo, “anche solo per tagliargli tutte le dita della mano destra”(2), e dare, così, il buon esempio. Aiutato da Bruno e Cesare, gli unici veri amici rimasti, l’uomo, privo di ogni legame da quando moglie e figlia se ne sono andate, decide di lasciare Torino, gli ultimi averi -qualche migliaio di franchi in contanti- infilati in una cappelliera rigida, e nascondersi per qualche mese assumendo l’inutile(3) mansione di custode in un residence nel sud della Francia; arrivato sul posto, scopre, però, di aver fatto male i suoi calcoli: gli uomini di Pacifico sono già sulle sue tracce, e forse neppure una fuga sul fiume, a bordo della chiatta della nuova compagna di viaggio Sophie -una ragazza dall'aria incomprensibilmente triste che rifiuta di fornirgli la benché minima informazione sul suo misterioso passato- potrà sottrarlo all'ira dei suoi inseguitori e agli schiaffi del destino…

Costruito con l’alternanza di capitoli narrati in prima persona dal protagonista, (melanconicamente ritmati da una prestigiosa colonna sonora fatta di pezzi new-wave e atmosferiche torch-songs a tinte fosche; Tindersticks, Cousteau, Nick Cave e i "calmi" Einstürzende Neubauten di Sabrina, per limitarsi a qualche esempio), e brani in terza persona che rappresentano, in focalizzazione esterna, il punto di vista degli inseguitori; aperto ad una piacevole, imprevista vena giovanilistica –si fa strada, o diviene percettibile dietro la voce del personaggio, a partire dall’entrata in scena della professoressa Simone, e resta palpabile fin in fondo(d’altronde, se il protagonista si è ridotto alla condizione di “carenza di futuro” nella quale il lettore lo coglie, è proprio in quanto incapace di crescere…), conferendo al romanzo i suoi toni piacevolmente “sciolti”, colloquiali in maniera azzeccata e naturale-, Carenze di futuro, ricorda, da un punto di vista puramente esteriore(4), Piccolo Blues di Manchette(5), ma se ne allontana per questioni teoriche di importanza cruciale: se Gerfaut, indimenticato personaggio manchettiano, ritorna, al termine dell'avventura, alla sua calma e tranquilla vita borghese, il protagonista di Saporito è colto, sul finale, nel bel mezzo di un viaggio volutamente fuori dai "canali consueti", verso la Parigi mitica dei sogni tardo-adolescenziali; la città che ha ingoiato la bella e sensuale Simone, non il luogo visitato in viaggio di nozze con la ex moglie Francesca…

Lucido, ironico, rapidissimo, ben scritto e imprevedibile (6), Carenze di futuro, terzo romanzo di Roberto Saporito, già autore di Anche i lupi mannari fanno surf, Millenovecentosettantasette, fantasmi armati, e delle antologie di racconti Harley-Davidson. Racconti e H-D Harley Davidson, Deserti e nuovi vampiri, è edito da Zona.



(1)Roberto Saporito, Carenze di futuro, Arezzo 2009, p. 88.
(2)Ivi, p. 79.
(3)La storia si svolge in periodo di bassa stagione.
(4)Volendo riassumere la trama alla maniera di certo strutturalismo a buon mercato, si potrebbe fare di Carenze di futuro il racconto di un borghese improvvisamente privato di tutte le sue certezze e rituffato nel bel mezzo del mitico "stato di natura" (dai risvolti chiaramente hobbesiani...); ovviamente, questa eccessiva generalizzazione crea una classe inutile, talmente ampia da includere un po' di tutto, dal già citato Piccolo Blues a Cane di Paglia di Peckinpah e persino Robinson Crusoe di Defoe (e la cosa è curiosa, perché Saporito costringe il suo protagonista ad "adattarsi" e "vivere" -se così si può dire per una permanenza brevissima- non su un'isola, ma su una spiaggia deserta, producendo effetti di colta comicità).
(5)Anche nella sua rilettura echenoziana: con Un anno, il romanzo di Saporito ha infatti in comune la scelta “ciclistica”… (Si veda Jean Echenoz, Un anno, Einaudi, Torino 1998, recensito su queste pagine il 14 agosto 2008 http://nonsolonoir.blogspot.com/2008/08/l-jean-echenoz-un-anno.html). Manchette è, comunque, l’unico autore esplicitamente citato: a pagina 38 si legge, infatti: “Il noir è un genere morale. È la grande letteratura morale della nostra epoca, e non lo dico io, lo dice Jean-Patrick Manchette”.
(6) L’autore spende spunti narrativi “con liberalità”: nel corso di Carenze di futuro, ci si imbatte in almeno un paio di sub-plots importanti abbastanza da servire come trama per altrettanti romanzi brevi (penso, oltre che al "misterioso" -in realtà noto al lettore perché ben tracciato, con pochi, sapienti tocchi- passato di Sophie, alla disavventura vissuta al fianco di Cesare, personaggio interessantissimo, che meriterebbe di ritrovarsi al centro di un possibile seguito…), e la narrazione, perdendo il suo carattere lineare -l'intreccio è, o almeno dovrebbe essere, semplice-, ne risulta positivamente arricchita.

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Wednesday, September 23, 2009

Luca Rinarelli: In perfetto orario


“Premette il grilletto.
Senza alcun rumore.
In perfetto orario.” (1)

Torino, novembre 2005. Un treno in arrivo da Milano centrale raggiunge la stazione di Porta Nuova; sono le due e ventotto della notte, e in giro non c’è quasi nessuno. Un uomo sulla quarantina scende senza fretta da uno scompartimento semivuoto; indossa un pesante parka blu e porta in spalla zaino e sacco a pelo. Esce dalla stazione guardandosi intorno incuriosito –sono alcuni giorni che manca da Torino, e non si aspettava di trovare tanti cantieri aperti- e si allontana senza fretta lungo corso Vittorio. È in perfetto orario. Pochi isolati dopo, svolta e si infila in una mansarda sfitta di Via Galliari, quartiere San Salvario. Srotola a terra il sacco a pelo, si stende e aspetta. Un movimento dietro le tende rosse dell’appartamento dal lato opposto della strada lo avvisa che è ora di agire. L’uomo, Werner Hartenstein, ex agente segreto della DDR e killer freelance, estrae dallo zaino i pezzi di un fucile di precisione e li monta senza fatica, controlla il bersaglio grazie al mirino telescopico, e tira il grilletto. In perfetto orario.
Dentro l’appartamento con le tende rosse, la bella Irina, professione prostituta, scopre, terrorizzata, la morte del suo cliente…

Potrebbe finire tutto qui, con l’uccisione pulita e silenziosa di un dirigente d’azienda, ma ci sono azioni, gesti ripetuti anche mille volte, che d’improvviso, pur se eseguiti in maniera precisa, rigorosa, “in perfetto orario”, scatenano lunghe reazioni a catena; così, mentre il cadavere di Carlo Mariani, un tipo anonimo, un qualunque uomo di mezza età, resta inosservato nell’appartamento di via Galliari, la deriva morale di una serie di personaggi –un’incerta studentessa del DAMS, un killer solo apparentemente senza cuore e il suo “sensibile” mandante, una prostituta che scopre il fascino della “vita tranquilla”, un clochard vendicatore e un timido autista di pullman-, diventa deriva geografica (o “psicogeografica” in senso situazionista e debordiano), dando vita ad una serie di inseguimenti e fughe, incontri e scontri, sullo sfondo di una città piena di cicatrici: i cantieri aperti in vista delle prossime olimpiadi invernali, segni di un “lifting” che, come di consueto, non ha investito le zone periferiche (o, quando lo ha fatto, ha ottenuto effetti semplicemente disastrosi)…
In perfetto orario, esordio letterario del trentaquattrenne Luca Rinarelli è un romanzo limpido, ritmato, stilisticamente misurato, attraversato da una piacevole qualità fotografica(2) che lascia spazio, nelle scene d’azione, a una tecnica chiaramente cinematografica; un’opera che coniuga buona scrittura, perfetta conoscenza dei luoghi(3), intreccio e personaggi credibili, con una palpabile e apprezzabile tensione sociale priva di moventi estetici (4) e distante da ogni facile soluzione politica.

Il romanzo In perfetto orario, di Luca Rinarelli, è edito da Robin editore.



(1)Luca Rinarelli, In perfetto orario, Robin, Roma 2009, p.14
(2)L’esperienza fotografica dell’autore diventa palese nel gusto per la composizione del quadro e per il particolare cromatico (tende rosse, K-way giallo limone, statua illuminata di giallo rosso e verde, parka blu scuro, pareti grigio-beige ecc. ecc.), e nella precisione delle descrizioni ambientali.
(3)Se i lavori fotografici raccolti nel percorso La sconfitta dell’uomo meccanico – scatti dall’ex capitale industriale(2003) mostravano la profonda conoscenza del capoluogo piemontese (osservato anche e soprattutto nelle sue zone periferiche e in decadimento) da parte di Luca Rinarelli, nel romanzo In perfetto orario, l'osservazione puramente esteriore dei luoghi (sia pure quelli meno noti e più inaccessibili) cede spesso il posto ad un’esperienza da “abitanti” (emerge, tanto per fare un esempio, nello sguardo scettico gettato dai personaggi sui cantieri aperti in corso Vittorio); così, Torino, lungi dall’essere sfondo inerte per le avventure di personaggi provenienti da chissà dove, diventa elemento essenziale, influenzando (a volte anche in maniera profonda, come nel caso dell’ultimo incontro tra Irina e Werner, o tra Giulia e Andrea) lo svolgimento della trama.
(4)Non c’è traccia, tra le righe di In Perfetto orario, del “poverismo” beat o della fascinazione noir-beat(penso ad autori quali David Goodis e Stanley Ellin, ma in fondo anche del Woolrich di L’angelo nero) per i bassifondi e i loro abitanti; piuttosto una conoscenza diretta e profondamente empatica della realtà locale: da anni, infatti, l’autore fa parte di un’associazione che si occupa di persone senza fissa dimora.
(Foto: Guardaroba di Luca Rinarelli)

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Thursday, February 26, 2009

L- Giuseppe Munforte: La prima regola di Clay


Milano, un quartiere come tanti, in periferia. Nell’umida palestra di pugilato della zona, ricavata in uno scantinato, una banda di ragazzi senza prospettive si rompe le nocche al sacco pesante, spezza il fiato saltando una corda, migliora la tecnica allo specchio o al sacco veloce, si rinforza sollevando i pesi, o si procura qualche livido da esibire con gli amici.
Soltanto Ivano, che tutti ormai chiamano Clay, ha del talento: il maestro Volpe, ex-agonista senza gloria, ha riconosciuto dietro al modo in cui il ragazzo balla e saltella sul ring schivando e boxando di rimessa l’istinto del campione, e per questo lo allena con una cura tutta particolare; ma per Ivano il pugilato non è che un passatempo serale, tutt’altro che un’alternativa al lavoro da aiutante in una carrozzeria che occupa gran parte della sua giornata.
Quando il padre muore, ennesima vittima delle esalazioni di vernici e solventi prodotti nella fabbrica in cui tutti gli abitanti della zona lavorano, Clay sembra assolutamente indifferente, ma in breve si macchia, a dispetto della sua indole tranquilla, di un atroce, inspiegabile delitto…

Secondo romanzo di Giuseppe Munforte, già vincitore, grazie all'opera d'esordio Meridiano (Castelvecchi, 1998), del Premio Assisi, La prima regola di Clay si serve di alcuni cliché della narrazione pugilistica(1) e del romanzo di formazione per tracciare una credibilissima tragedia contemporanea ispirata ai fatti dell’IPCA(2) di Cirié (Torino).
Nel romanzo di Munforte, come nella realtà, miseria economica e culturale, nutrite dalla quasi assoluta mancanza di stimoli e dal pessimismo diffuso, si mescolano alla più profonda miseria esistenziale perpetuando le recenti(3) forme di emarginazione urbana, e svuotandole da ogni possibile via di fuga.
Nonostante l'indubbio valore tematico, è forse nello stile che La prima regola di Clay esprime il suo aspetto più originale: contrariamente a quanto ci si aspetterebbe, l'autore non si conforma ai canoni del realismo minimalista vigente nel genere, ma narra la sua vicenda con ampie immagini e lunghe frasi ricercate, poeticamente descrittive e inconsuetamente cariche di aggettivi, non per vanità, non per un gratuito sfoggio della sua indubbia abilità linguistica, ma per restituire al lettore l’atteggiamento sognante, la disposizione alla contemplazione estetica e l’amore per la cultura(4) che sembrano offrire al narratore intradiegetico l’unica via di scampo dalla sua condizione di vita.

Il romanzo La prima regola di Clay di Giuseppe Munforte è edito da Mondadori.



(1)Il valore metaforico del pugilato come rappresentazione plastica e fin troppo esplicita della lotta per la vita, in genere tanto ben occultata dietro la mal-simulata, inconsistente, "cortesia" o la "solidarietà" borghese, si è affermato fin dai racconti di Jack London (si vedano, per esempio i drammatici Una bella bistecca e La sfida).
(2)L’IPCA (Industria Piemontese dei Colori di Anilina), fondata nel 1922 è passata alla storia per il caso sollevato da Albino Stella e Benito Franza: entrambi affetti da tumore alla vescica, e preso atto dei molti colleghi deceduti per la stessa patologia (secondo una recente ricerca INAIL sarebbero 168 i dipendenti morti di cancro), i due operai avevano sporto denuncia contro la fabbrica. Nel 1977, al termine di un processo durato 5 anni, titolari e dirigenti dell’azienda vennero condannati per omicidio colposo.
I tristi fatti del IPCA sono stati ricostruiti dal regista Daniele Gaglianone nel documentario Non si deve morire per vivere (2005).
(3)Ma saranno poi così recenti? In che modo questi abitanti delle periferie milanesi si differenziano dai “ragazzi di vita” che popolavano le borgate della Roma di Pasolini? E le loro vicende non riecheggiano quelle dei protagonisti dei racconti de Il ponte della Ghisolfa di Testori?
(4) Il rifiuto del lavoro portato avanti dal narratore in nome della cultura ricorda gli atteggiamenti assunti da Arturo Bandini ne La strada per Los Angeles di John Fante, ma mentre quest'ultimo si dedicava alla sua attività culturale con snobismo e violenta convinzione, il personaggio di Munforte, segnato dalla vicinanza di Vera e Clay, deve fare i conti con i sensi di colpa.

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