Tuesday, October 13, 2009

Roberto Saporito: Carenze di futuro

Finito sul lastrico dopo aver perso al gioco una discreta fortuna in beni mobili e immobili, l’unico erede di una importante famiglia alto-borghese della provincia piemontese si ritrova costretto a fuggire dai “fantasmi della sua stupida vita precedente”(1): Pacifico e la sua banda, un gruppo di temibili strozzini decisi a prenderlo, “anche solo per tagliargli tutte le dita della mano destra”(2), e dare, così, il buon esempio. Aiutato da Bruno e Cesare, gli unici veri amici rimasti, l’uomo, privo di ogni legame da quando moglie e figlia se ne sono andate, decide di lasciare Torino, gli ultimi averi -qualche migliaio di franchi in contanti- infilati in una cappelliera rigida, e nascondersi per qualche mese assumendo l’inutile(3) mansione di custode in un residence nel sud della Francia; arrivato sul posto, scopre, però, di aver fatto male i suoi calcoli: gli uomini di Pacifico sono già sulle sue tracce, e forse neppure una fuga sul fiume, a bordo della chiatta della nuova compagna di viaggio Sophie -una ragazza dall'aria incomprensibilmente triste che rifiuta di fornirgli la benché minima informazione sul suo misterioso passato- potrà sottrarlo all'ira dei suoi inseguitori e agli schiaffi del destino…

Costruito con l’alternanza di capitoli narrati in prima persona dal protagonista, (melanconicamente ritmati da una prestigiosa colonna sonora fatta di pezzi new-wave e atmosferiche torch-songs a tinte fosche; Tindersticks, Cousteau, Nick Cave e i "calmi" Einstürzende Neubauten di Sabrina, per limitarsi a qualche esempio), e brani in terza persona che rappresentano, in focalizzazione esterna, il punto di vista degli inseguitori; aperto ad una piacevole, imprevista vena giovanilistica –si fa strada, o diviene percettibile dietro la voce del personaggio, a partire dall’entrata in scena della professoressa Simone, e resta palpabile fin in fondo(d’altronde, se il protagonista si è ridotto alla condizione di “carenza di futuro” nella quale il lettore lo coglie, è proprio in quanto incapace di crescere…), conferendo al romanzo i suoi toni piacevolmente “sciolti”, colloquiali in maniera azzeccata e naturale-, Carenze di futuro, ricorda, da un punto di vista puramente esteriore(4), Piccolo Blues di Manchette(5), ma se ne allontana per questioni teoriche di importanza cruciale: se Gerfaut, indimenticato personaggio manchettiano, ritorna, al termine dell'avventura, alla sua calma e tranquilla vita borghese, il protagonista di Saporito è colto, sul finale, nel bel mezzo di un viaggio volutamente fuori dai "canali consueti", verso la Parigi mitica dei sogni tardo-adolescenziali; la città che ha ingoiato la bella e sensuale Simone, non il luogo visitato in viaggio di nozze con la ex moglie Francesca…

Lucido, ironico, rapidissimo, ben scritto e imprevedibile (6), Carenze di futuro, terzo romanzo di Roberto Saporito, già autore di Anche i lupi mannari fanno surf, Millenovecentosettantasette, fantasmi armati, e delle antologie di racconti Harley-Davidson. Racconti e H-D Harley Davidson, Deserti e nuovi vampiri, è edito da Zona.



(1)Roberto Saporito, Carenze di futuro, Arezzo 2009, p. 88.
(2)Ivi, p. 79.
(3)La storia si svolge in periodo di bassa stagione.
(4)Volendo riassumere la trama alla maniera di certo strutturalismo a buon mercato, si potrebbe fare di Carenze di futuro il racconto di un borghese improvvisamente privato di tutte le sue certezze e rituffato nel bel mezzo del mitico "stato di natura" (dai risvolti chiaramente hobbesiani...); ovviamente, questa eccessiva generalizzazione crea una classe inutile, talmente ampia da includere un po' di tutto, dal già citato Piccolo Blues a Cane di Paglia di Peckinpah e persino Robinson Crusoe di Defoe (e la cosa è curiosa, perché Saporito costringe il suo protagonista ad "adattarsi" e "vivere" -se così si può dire per una permanenza brevissima- non su un'isola, ma su una spiaggia deserta, producendo effetti di colta comicità).
(5)Anche nella sua rilettura echenoziana: con Un anno, il romanzo di Saporito ha infatti in comune la scelta “ciclistica”… (Si veda Jean Echenoz, Un anno, Einaudi, Torino 1998, recensito su queste pagine il 14 agosto 2008 http://nonsolonoir.blogspot.com/2008/08/l-jean-echenoz-un-anno.html). Manchette è, comunque, l’unico autore esplicitamente citato: a pagina 38 si legge, infatti: “Il noir è un genere morale. È la grande letteratura morale della nostra epoca, e non lo dico io, lo dice Jean-Patrick Manchette”.
(6) L’autore spende spunti narrativi “con liberalità”: nel corso di Carenze di futuro, ci si imbatte in almeno un paio di sub-plots importanti abbastanza da servire come trama per altrettanti romanzi brevi (penso, oltre che al "misterioso" -in realtà noto al lettore perché ben tracciato, con pochi, sapienti tocchi- passato di Sophie, alla disavventura vissuta al fianco di Cesare, personaggio interessantissimo, che meriterebbe di ritrovarsi al centro di un possibile seguito…), e la narrazione, perdendo il suo carattere lineare -l'intreccio è, o almeno dovrebbe essere, semplice-, ne risulta positivamente arricchita.

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Wednesday, October 07, 2009

Hugues Pagan: Quelli che restano


“Secondo la leggenda, Lester Young, alla fine della vita, parlava solo con i morti. Si era inventato un linguaggio tutto suo -o tutto loro… E così aveva capito tutto, anche le cose più sgradevoli, quelle che uno preferirebbe non aver mai saputo. La leggenda aggiunge che un giorno, colui che i suoi pari riconoscevano come il più grande sax tenore della sua generazione, colui che tutti chiamavano ‘Presidente’, se ne andò da solo, senza lasciarsi nulla alle spalle, a parte poche frasi teneramente pudiche, contenuto tragico e acume disilluso, da cui traspariva la splendida e pacata amarezza che è la tremenda prerogativa di quelli che, fin dall’inizio, hanno capito che non ne avrebbero fatta molta, di strada…”(1)


Parigi, primi anni novanta. Chiusi (malamente) tutti i rapporti con l’“Usine”(2), il “vecchio” Chess(3), ex sbirro tutto d’un pezzo, passa la vita tra bottiglie di whisky, fumo di sigaretta e polverosi vinili jazz, nell’attesa che il male che da tempo gli trapana i polmoni(4) se lo porti via. Quando l’antillese Fortune tenta di assumerlo per indagare sulla morte dell’avvenente prostituta Velma, fatta fuori sul “posto di lavoro”, in avenue de Gravelle, in quello che, se non fosse per l’archiviazione troppo rapida del caso, potrebbe sembrare il banale e cruento attacco di un agguerrito concorrente, il detective decide di tenersi fuori dalle indagini; poi, le strane incongruenze emerse nel corso di un primo, rapido, giro tra gli informatori e il ricordo (troppo vivido) degli occhi della vittima -grandi occhi “malva e dolci, con un alone ardesia attorno all’iride”(5)- lo costringono a tornare sui suoi passi e a ributtarsi, a bordo della sua vecchia Pontiac Firebird, per le strade di una metropoli notturna e insidiosa. Ma la decisione di indagare gli costerà cara: oltre a portare in luce la sporcizia e la corruzione del dipartimento di polizia e della divisione della quale, un tempo, ha fatto parte, Chess si vedrà sfuggire tra le mani -impotente come tutti “quelli che restano”- la possibilità di un ultimo, disperato amore…

Secco, crudo, deprimente o meglio sconsolante (nel senso positivo del termine), come possono esserlo solo i romanzi che pretendono di dire “tutta la verità”, in barba alle esigenze di mercato e in spregio alle aspettative dei lettori “medi”, Quelli che restano, è una di quelle rare opere in grado di portare sulla scena un personaggio “duro e puro” –un incorruttibile sognatore rivestito alla meglio dei panni del cinico- senza dissolvere la spessa cappa di fumo e nebbia che avvolge una società realisticamente dipinta come un’unica, grande macchia grigia(6), e senza che il sistema cominci a stridere e scricchiolare.
Spesso paragonato a Jean-Patrick Manchette (probabilmente per schieramento politico o in quanto “figura principale” di un determinato periodo del noir francese, come l’autore di Piccolo Blues lo era stato nel decennio precedente), Pagan crea il suo romanzo con modi diametralmente opposti(7) a quelli del “behaviorismo manchettiano”, puntando su un’interiorità manifesta nella narrazione in forma quasi monologica: Quelli che restano è, infatti, una racconto in prima persona che spesso si apre alle divagazioni del protagonista-narratore; è una riflessione personale, dolente, giustamente sconnessa, talvolta reticente (ma in funzione realistica e mimetica, e non per creare inutili, decorativi, effetti sorpresa), fitta di riferimenti metatestuali(8), inframmezzata da brevi (ma essenziali), rapidissime, sequenze d’azione, e chiuso da un'imprevista coda metanarrativa.

Scritto nel 1993, come seguito dell'altrettanto riuscito Dead End Blues(9), Quelli che restano, da tempo quasi introvabile in Italia, viene oggi riproposto in edizione tascabile da Meridiano Zero.



(1) Hugues Pagan, Quelli che restano, Meridiano Zero, Padova 2009, p. 7 (traduzione di Alberto Pezzotta).
(2)Il termine traduce perfettamente quello di “Factory” in uso nel noto ciclo di romanzi di Derek Raymond; questa convergenza -probabilmente incidentale- è, comunque, solo la prima e la più superficiale di una serie di ovvie analogie. Si noti, per esempio, il rigorismo morale, il carattere incorruttibile e granitico e la disposizione empatica nei confronti delle vittime dei due protagonisti, oltre che l'impegno in vista della soluzione di casi "lontani dai riflettori" e generalmente considerati di scarso interesse.
(3) Il soprannome rimanda alla famosa etichetta discografica fondata nel 1950 da Leonard Chess. La storia della Chess e del suo fondatore è stata recentemente ricostruita, in maniera romanzata ma credibile, nel film Cadillac Records, scritto e diretto da Darnell Martin.
(4) La malattia, pur mortale, spesso si manifesta al protagonista sotto forma di un “semplice”, fastidioso, mal di schiena, o poco più, come a volergli impedire una delle ultime forme di eroismo che gli siano consentite: la stoica resistenza al dolore.
(5)Ivi, pp. 35-36.
(6)Lo scioglimento del tradizionale, manicheo, dualismo buoni-cattivi, ormai dato per scontato, e tenuto per punto fermo del genere, è in realtà ancora sottoposto a periodiche crisi e improvvise ricadute: si pensi, per esempio, alla mini-serie televisiva Flics e ai film di Olivier Marchal, che, pur essendo, in media, riuscitissimi, ricreano, qua e là, rigide opposizioni dal tono ingenuamente classico.
(7)O almeno all’opposto del Manchette più noto ed influente, quello dei romanzi narrati in terza persona.
(8)Particolarmente evidenti, come sempre nei romanzi di Pagan, quelli alla cultura americana, dalla musica (principalmente jazz, ma anche blues e rock & roll anni '50) al gusto quasi pop per determinati oggetti (spesso, ma non necessariamente “vintage”), passando per la letteratura (in questo caso non solo di genere: a pagina 201 si legge, con chiaro riferimento a Il grande Gatsby di F. Scott Fitzgerald “Anche lui credeva alla piccola luce verde dall’altro lato della baia”).
(9)Da Dead end Blues, sempre edito da Meridiano Zero, è stato recentemente tratto il film Diamante 13, scritto e diretto da Gilles Béhat (ma all'adattamento hanno partecipato anche Olivier Marchal e lo stesso Hugues Pagan), e interpretato da Gérard Depardieu, Olivier Marchal e Asia Argento.

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Tuesday, September 16, 2008

L- Jean-Patrick Manchette: Piccolo Blues

Georges Gerfaut ha tutto: una bella moglie, due figli, un buon lavoro in un’importante società, una tranquilla vita alto-borghese faticosamente costruita a dispetto dei vecchi ideali socialisti. La sua tranquillità volge al termine quando, di ritorno da un viaggio di lavoro, soccorre un uomo che ritiene vittima di un incidente stradale, ma che rivela, allo sguardo dei medici, delle ferite d’arma da fuoco: inseguito da una coppia di killer professionisti e sospettato dalla polizia(1) Gerfaut è costretto a darsi alla fuga e preparare un contrattacco…


I tratti distintivi della narrativa di Manchette sono senza dubbio da rintracciare nella ritmica feroce e nel linguaggio tanto lucido e realistico da risultare scarno. La violenza, quella delle pellicole di Peckinpah, implicita nel modo di vita borghese, disgustosa se analizzata a freddo, ma irrinunciabile(2) funziona come vero motore del romanzo.

L’azione è tanto rapida e coinvolgente da occultare quasi completamente il carattere parabolico dell’opera (se non fosse per gli accenni in apertura(3) e in chiusura(4) al romanzo neppure i lettori più attenti vi farebbero caso).

Splendidi i dialoghi, piacevole la critica del consumismo (mai esagerata e condotta con grande ironia), ineccepibile la corrispondenza tra gusti musicali e carattere dei personaggi.


Il romanzo Piccolo Blues di Jean-Patrick Manchette, che rappresenta forse uno dei punti più alti del polar e del noir europeo in generale, è stato portato sugli schermi nel 1980, con il titolo di 3 Hommes à abbattre, per la regia di Jacques Deray e interpretato da Alain Delon e Dalila Di Lazzaro. Gli amanti del fumetto apprezzeranno di certo la bella trasposizione firmata Jacques Tardi (in Italia è edita da BD).


Piccolo Blues di Jean-Patrick Manchette è edito in Italia da Einaudi.

(1) Preso dall’impazienza di tornare a casa Gerfaut è fuggito dall’ospedale senza declinare le sue generalità…

(2) Gerfaut in Piccolo Blues come David Summer/Dustin Hoffman in Cane di paglia di Peckinpah libera la naturale inclinazione alla violenza e ricorre alle riserve di energie istintuali che, sepolte sotto il peso della civiltà, sono sempre pronte a riemergere anche nell’uomo moderno. La vita tranquilla del mito borghese, distrutta da condizioni materiali incidentali, viene ricostruita in maniera violenta, e cioè attraverso una momentanea sospensione delle regole etiche che si presume siano alla base della modernità. Si crea così un paradosso: pare infatti che, in determinati frangenti, solo l’individualismo (ma un individualismo consapevole, e compiaciuto, non vergognoso di sé e mascherato come quello vigente nel mondo degli affari) possa garantire la sopravvivenza della società.

(3) “La raison pour laquelle Georges file ainsi sur le périphérique avec de refléxes diminués et en ecoutand ce musique-là il faut la chercher surtout dans la place de Georges dans le rapports de production”. / La ragione per la quale Georges corre così sulla periferica con in i riflessi diminuiti e ascoltando quella determinata musica, è da ricercare innanzi tutto nel posto occupato da Georges nei rapporti di produzione. (J.-P. Manchette, Le Petit Bleu de la Côte Ouest, Folio Policier, Gallimard, Paris 2008, p. 8, traduzione mia).

(4) “Une fois, dans un contexte douteux, il a vécu une adventure mouvementée et saignante; et ensuite tout ce qui’il a trouvé a faire, c’est rentrer au bercail”. / Un tempo, in un contesto ambiguo, ha vissuto un avventura movimentata e sanguinosa; alla fine tutto quello che ha trovato da fare è stato rientrare all’ovile. (J.-P. Manchette, Le petit bleu de la côte ouest, Folio Policier, Gallimard, Paris 2008, p. 184, traduzione mia).

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Thursday, August 14, 2008

L- Jean Echenoz: Un anno

“Victoire si svegliò una mattina di febbraio senza ricordare nulla della serata precedente, poi scoprì Félix morto accanto a lei nel loro letto, fece la valigia prima di passare in banca e prendere un taxi per la Gare Montparnasse”.(1)

Parigi. La bella ventiseienne Victoire conduce una tranquilla e onesta esistenza borghese, almeno finché, svegliandosi una mattina, non si scopre a letto con il fidanzato morto ammazzato ed assolutamente immemore degli avvenimenti della serata precedente; allora, innocente ma incapace di giustificarsi di fronte alla polizia o chiunque altro, inizia una fuga alla cieca lungo un itinerario dettato più dal gusto per la “musica del caso”, dal fascino della scelta irrazionale, seppure mascherato dietro la necessità di far perdere le tracce, che da un qualunque genere di progetto. Intanto l’amico Louis-Philippe, che misteriosamente riesce sempre a raggiungerla a bordo della sua piccola fiat cinquecento bianca, la tiene informata sugli sviluppi delle indagini. Proprio la rottura con Louis-Philippe, per sfuggire al quale la protagonista decide di agire in maniera sempre più imprevedibile, da inizio ad una lenta ma inesorabile discesa agli inferi alla quale Victoire non sa sottrarsi, e che la porterà sull’orlo della disperazione e della miseria. Poi, al termine di un vagabondaggio circolare durato un anno, la ragazza si ritroverà a Parigi, e, posta di fronte ad un’incredibile rivelazione (infondo quasi prevedibile per il lettore, che avverte fin dal principio un senso d’estraneità, d’irrazionalità intrinseco all’universo messo in scena da Echenoz, e che, paradossalmente, costituisce il carattere realistico dell’opera nel senso dell’aderenza alla realtà extra-diegetica), rientrerà miracolosamente illesa nella sua rassicurante esistenza quotidiana…

In Un anno uno stile segnato dalla lezione del Nouveau Roman (basta qualche piccolo accenno ai segni lasciati sulla polvere dagli oggetti per portare alla mente, chissà come, chissà perché, le descrizioni d’interno che aprono il notissimo Nel labirinto di Alain Robbe-Grillet) incrocia un ipotetico intreccio giallo costruito come una parabola politica alla Jean-Patrick Manchette(ma senza il gusto per l’azione)(2), che sfonda tutte le convenzioni del genere e lascia il lettore spiazzato e pensoso.
Interessante, complesso, originale e ricco (a dispetto della sue misere 70 pagine), Un anno è il romanzo ingiustamente trascurato di un autore sfortunatamente poco conosciuto.

Il romanzo Un anno di Jean Echenoz è edito in Italia da Einaudi.




(1)Jean Echenoz, Un anno, Einaudi, Torino 1998, p. 3.
(2)Volendo tentare un paragone forse neppure troppo azzardato, dato che lo stesso Echenoz ha sempre fatto il nome di Manchette parlando dei suoi maestri e riferimenti letterari, il termine di confronto potrebbe essere Piccolo Blues (Jean-Patrick Manchette, Le petit bleu de la côte ouest, in Italia edito da Einaudi): come George Gerfaut nel romanzo di manchette è un innocente catapultato al di fuori della sua condizione borghese e costretto ad una fuga senza speranza (almeno fino al trionfale ritorno), così Victoire è costretta a vagabondare per un anno riducendosi ad un’esistenza da clochard; come Gerfaut, Victoire viene rapinata; come Gerfaut, Victoire trova rifugio, in seguito ad un incidente, in una zona rurale;come Gerfaut viene curato e ospitato dal vecchio montanaro Raguse, Victoire viene raccolta e curata dai neo-campagnoli Castel e Poussin. Come Gerfaut, che, riequilibrata la situazione rientra nei ranghi (“Une fois, dans un contexte douteux, il a vécu une adventure mouvementée et saignante; et ensuite tout ce qui’il a trouvé a faire, c’est rentrer au bercail.” / Un tempo, in un contesto ambiguo, ha vissuto un avventura movimentata e sanguinosa; alla fine tutto quello che ha trovato da fare è stato rientrare all’ovile., Jean-Patrick Manchette, Le petit bleu de la côte ouest, Folio policier, Gallimard, Paris 2008, p. 184, traduzione nostra), Victoire riprende, tornata a Parigi, la sua vita di tutti i giorni. Se però il romanzo di Manchette si gioca su un piano reale, (un borghese diventa avventuriero vagabondo per sfuggire ad una coppia di killer ed al loro mandante, e alla fine, sistemati i tre con mezzi molto poco borghesi riprende il suo posto in seno alla società), quello di Echenoz sembra risolversi tutto sul piano psicologico.

Un’interpretazione possibile, alla quale ci limiteremo ad accennare per non svuotare il romanzo da ogni effetto sorpresa, potrebbe prendere le mosse dai tratti psicologici di una catàbasi conseguente ad un evento luttuoso, chiaramente riscontrabili nell’autolesionista vagabondare di Victoire, dettato dal senso di colpa (motivato o immotivato? il romanzo non fornisce dati sufficienti, anche se, in un dialogo indiretto a pagina 69, uno dei personaggi insinua il dubbio nella mente del lettore); la “risalita” verso il mondo borghese, ha infatti inizio con una ri-conciliazione, una ri-appropriazione del defunto preceduta da un lungo momento di separazione, di volontario, indispettito allontanamento del “fantasma”.

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Monday, February 04, 2008

L- Jean Patrick Manchette: Il caso N'gustro

Foto: Il terzomondista Mehdi Ben Barka

Henri Butron è il giovane disadattato e violento rampollo di una famiglia alto borghese di Rouen; cresciuto negli ambienti della destra nazionalista, reduce dalla guerra di Algeria (alla quale ha preso parte per levarsi dai guai, dietro consiglio di un ufficiale di polizia), rimasto orfano di entrambi i genitori, ma comunque restio a trovarsi un’occupazione, il giovane passa le sue giornate tra donne, bar, piccole truffe portate avanti con la complicità degli amici, e grandi spacconate.

Entrato in contatto con dei guerriglieri africani tramite la giovane comunista Anne, sedotta (nonostante le divergenze politiche) grazie alle collaudate pose da duro, Butron si ritrova guardia del corpo di ‘Ngustro, leader del movimento indipendentista dello Zimbabwe.
Servizi segreti e polizia sono decisi a eliminare il rivoluzionario, ma il ragazzo è convinto di poterlo salvare facendo leva sulla stampa…

Pubblicato nel 1971, ispirato al torbido "affaire Ben Barka" (1) (in seguito argomento di tre riduzioni cinematografiche(2)) Il caso ‘Ngustro propone una versione altamente verosimile dei vergognosi fatti del 1965.

Affidata alla voce narrante del folle protagonista Butron (incisa su nastri e riascoltata dai suoi carnefici), la narrazione, che non insinua mai, ma mostra e dichiara, permette all’autore di intrecciare al racconto intimo dalla psicologia perfettamente congegnata (ben testimoniata da dialoghi verissimi) una critica aperta e spietata (ma priva di moralismo) ad uno dei casi politici più loschi della Francia del secondo dopoguerra.

“Il caso ‘Ngustro” di Jean-Patrick Manchette è edito in Italia da Einaudi.

(1) Mehdi Ben Barka fu leader del movimento indipendentista marocchino, oppositore del re Mohammed V, fondatore del movimento terzomondista ecc.
Coinvolto nell’organizzazione della conferenza tricontinentale, Ben Barka scomparve il 29 ottobre 1965 a Parigi, sequestrato da due agenti della polizia francese. Il suo cadavere non fu mai ritrovato; secondo le dichiarazioni di Ahmed Bujari (agente della sicurezza marocchina) Barka fu trasporato fino al centro di detenzione clandestino di Dar Al-Muqri per essere poi sciolto nell’acido.
(2) “L’attentato” diretto nel 1972 da Yves Boisset (anche regista del film “Una donna da uccidere”, tratto dall’omonimo romanzo di Jean-Patrick Manchette), interpretato da Jeanne Seberg, Gian Maria Volonté, Michel Piccoli e Jean Louis Trintignant, “J'ai vu tuer Ben Barka” (2005) di Serge Le Péron e Sahid Smihi con Jean-Pierre Léaud, e “L’affaire Ben Barka” (2007) firmato per la televisione da Jean-Pierre Sinapi.

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Monday, January 21, 2008

L- Jean-Patrick Manchette: Piovono Morti

Foto: Jean-François Balmer, Eugène Tarpon nell'adattamento cinematografico di "Un mucchio di cadaveri" per la regia di Jacques Bral (Fra, 1984)


Torna Eugène Tarpon, già protagonista del romanzo “Un mucchio di cadaveri”; l’ ex poliziotto reduce da numerose avventure è tornato alla solita vita: poco noto, trascurato dai clienti d’alto livello e sempre sull’orlo del fallimento, tira avanti risolvendo piccoli casi di secondo ordine.
Quando il commissario Coccioli gli invia la vecchia signora Pigot, interessata a recuperare la figlia scomparsa, il detective, che si sta occupando solamente della sorveglianza di una farmacia i cui dipendenti sono sospettati di piccoli furti alla cassa, accetta il caso di buon grado.
La scomparsa della giovane Pigot sembra legata ad una banale fuga d’amore, ma ben presto le cose si complicano e Tarpon, che ancora non immagina l’esistenza di un legame tra i due casi dei quali si sta occupando, si trova ad aver a che fare con trafficanti di droga, ex ghestapo francesi, membri di una misteriosa comunità religiosa e, come al solito, poliziotti corrotti…

“Piovono Morti” è la seconda incursione di Manchette nel campo della detective story classica; l’autore conferisce alla vicenda (come al solito non priva di risvolti politici che restano però giustamente sommersi o appena affioranti da un intreccio difficilissimo) un taglio da romanzo hard-boiled americano ricorrendo ad una serie di clichés del genere (1) e lasciando al detective il compito di narrare la vicenda in prima persona; fautore di una forma di radicale behaviorismo letterario (e dunque abituato a limitarsi all’azione dei personaggi) Manchette rifiuta la tentazione di consegnare direttamente al lettore le riflessioni del protagonista/narratore, complicando così la ricostruzione dei fatti.
Complesso ed articolato ma rapido e violento, “Piovono morti” è un ponte gettato tra la detective story classica americana degli anni ’40 e ’50 ed il poliziesco d’azione di serie B-Z prodotto in Europa tra gli anni ’60 e ’70.

Il romanzo “Piovono Morti” di Jean-Patrick Manchette è edito in Italia da Einaudi.




(1)La donna innamorata, l’inseguimento in automobile, la cattura del protagonista, i rapporti burrascosi con la polizia, l’ assoluta a-moralità dei metodi applicati dal detective nello svolgere il suo compito strettamente morale, rimandano in maniera palese ai romanzi della "cosiddetta scuola dei duri"…

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Wednesday, January 02, 2008

L- Jean- Patrick Manchette: Pazza da uccidere

Julie Ballanger è stata malata; dopo un passato tormentato ha deciso di ricoverarsi nella clinica “anti-psichiatrica” del dottor Roselnfeld, ma ormai è guarita, ed è giunta per lei l’ora di tornare alla realtà.Contattata dal ricco ed eccentrico filantropo Michel Hartog, intenzionato ad assumerla come bambinaia per il pestifero nipote Peter, Julie lascia l’isitituto e si ritrova in una casa la cui servitù è interamente composta da malati di ogni genere…I rapporti con il piccolo Peter sembrano insolubilmente conflittuali , poi un gruppetto di malviventi guidati dal crudele Thompson (un tristissimo killer affetto dalla peggior forma di ulcera psicosomatica…) rapisce bambino e tata tentando di incastrare Julie…
Chi si nasconde dietro al falso rapimento di Peter Hartog?
I nervi di Julie saranno abbastanza saldi da permetterle di salvare se stessa e il bambino?

Pubblicato in Francia da Gallimard nel 1972, narrato con il solito piglio cinematografico, anti-psicologico e anti-descrittivo (attenuato qua e là per necessità narrative), veloce e rumoroso come una pellicola d’azione, “Pazza da uccidere” è il romanzo che ha regalato a Manchette la celebrità.
Strepitoso il senso del ritmo, e meravigliosa la protagonista Julie, anello mancante, mi diceva qualcuno, tra cenerentola e Bruce Willis…
Dal romanzo “Pazza da uccidere” è stato tratto nel 1975 il film “Folle à tuer” diretto da Yves Boisset ed interpretato da Marlène Jobert (Julie) e Thomas Milian (Thompson).

“Pazza da uccidere” di Jean-Patrick Manchette è edito in Italia da Einaudi.

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Wednesday, October 03, 2007

L- Jean-Patrick Manchette: Fatale

La misteriosa ed avvenente Aimée Joubert arriva nella piccola cittadina portuale di Bléville fingendosi interessata all’acquisto di una piccola proprietà; introdotta ai notabili della città dall’ignaro notaio Lindquist (convinto, o almeno così pare, più dall’aspetto fisico della bella Joubert, che dalla sua aria rispettabile), la donna può dar corso ad i suoi complessi progetti criminali, ma la sordida realtà della cittadina trasforma la sua avarizia ed il suo egoismo in sete di giustizia…

Scritto nel 1977, Fatale è la storia della redenzione incompiuta ed impossibile della bella Aimée, divenuta killer un po’ per rabbia ed un po’ per caso, uscita incensurata da otto delitti, ed infine costretta a ravvedersi al contatto con la terribile realtà di una piccola città, nella quale, a dispetto (o per merito) delle piccole distanze e del basso numero di abitanti, le miserie e le ipocrisie del vivere borghese (1) sembrano amplificate in maniera intollerabile…
Lo stile è secco e scarno(2), la narrazione fluida e cinematografica (l’autore non dichiara mai, ma mostra…).
Ambientato in un piccolo universo completamente nero e marcio(3), irrimediabilmente condannato e realista in maniera quasi dolorosa Fatale è forse uno dei romanzi più radicali ed onesti di Manchette.

Il romanzo “Fatale” di Jean-Patrick Manchette è edito in Italia da Einaudi.


(1)Esemplare l’uscita di scena del ricco industriale, pronto a protestare la propria innocenza fino all’ultimo…

(2)In “Fatale” Manchette abbandona tutte quelle citazioni musicali che arricchivano, in maniera più o meno importante ed esplicita i romanzi precedenti (in “Posizione di tiro” si poteva ritrovare un vero e proprio sottofondo musicale, in “Principessa di sangue” una serie di citazioni Be-bop ed un omaggio a Clifford Brown e Richie Powell , in “Piccolo Blues” una esplicita riflessione sul “Cool Jazz” ) ; I personaggi, (coerentemente con il progetto dell’autore) sembrano non avere tratti fisici o caratteriali, vizi o abitudini, ma semplicemente posizioni economiche e sociali…

(3)
La critica ha giustamente accostato la Bléville di Manchette alla Poisonville del romanzo “Piombo e sangue” di Dashiell Hammett (in effetti la cittadina francese non ha nulla da invidiare alla sua corrispondente americana); l’omissione di quel riscatto possibile che nel romanzo di Hammett era offerto dal protagonista alla città di Poisonville, e dunque al mondo intero, segna però la differenza, garantendo al romanzo di Manchette grande coerenza ideologica e radicalità…

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Sunday, September 02, 2007

L- Jean Patrick Manchette: NADA

Un commando di terroristi composto da cinque uomini ed una donna organizza il rapimento dell’ambasciatore americano a Parigi; nonostante le mille precauzioni prese, e l’esperienza dei partecipanti, l’azione va storta, e, senza aver messo le mani sul riscatto, i terroristi si trovano barricati in una villa di campagna, circondati dalla polizia, e costretti ad accettare un tragico destino…

Assolutamente modernissimo nell’amara analisi dei rapporti tra fanatismo politico (quello nel quale, ci dicono, ogni concezione rivoluzionaria finisce per sfociare…) e deliberata violenza, tra idealismo, disillusione, cinismo, e semplice opportunismo(1), tra violenza dei singoli (per quanto organizzati), e violenza delle istituzioni (destinata a vincere nonostante il sacrificio dei protagonisti…), NADA ha comunque un andamento molto lineare, e piuttosto prevedibile; completamente sommerso dall’aspetto riflessivo/politico, il romanzo soffre un po’ per le carenze dell’intreccio, e, almeno da un punto di vista narrativo, non è da segnalare tra le opere più riuscite di Manchette.

Dal romanzo Nada di Jean Patrick Manchette è stato tratto (con la collaborazione dell'autore, in sede di adattamento) l'omonimo film(2) diretto da Claude Chabrol, ed interpretato da Fabio Testi (non del tutto credibile nei panni di un personaggio navigato e maturo come quello di “Bueneventura Diaz”) e Mariangela Melato.

Nada, di Jean-Patrick Manchette è edito in Italia da Einaudi.

Il film “Sterminate gruppo zero” di Claude Chabrol è distribuito da “mondo”, collezione “Cinema mon amour”.


(1) E d’altronde il tema non è del tutto nuovo nella storia del noir, tanto è vero che “La vita è uno schifo”, primo romanzo della trilogia nera di Léo Malet, prendeva per personaggio proprio un ex criminale politico, divenuto poi un semplice bandito…

(2) in Italia il titolo è stato fantasiosamente trasformato in “Sterminate Gruppo Zero



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Monday, July 30, 2007

L- Jean-Patrick Manchette: Principessa di sangue

1950: una oldsmobile nera si muove senza rumore su una spiaggia deserta; all’interno dell’abitacolo tre uomini e una bambina avvolta in una coperta e tenuta buona a forza di morfina. L’automobile raggiunge un caseggiato nel cui parcheggio riposa una peugeot 203; gli uomini scendono, uno di loro trasporta la bambina; segue una sparatoria.Un uomo ferito si allontana a grandi passi lungo l’oceano; con lui c’è la bambina, sanguinante e malconcia, ma viva.

Capodanno1956: Ivory Pearl, detta Ivy, fotografa freelance spesso impegnata in reportage di guerra, confessa all’amico (e vecchio benefattore) Sam Farakhan, di aver bisogno di una pausa; l’ex militare (ora in qualche modo legato ai servizi segreti) le consiglia la “Sierra Maestra”, rigogliosa e semi-deserta zona montana posta al centro di Cuba.
La giornalista è decisa a prendersi un anno di completo riposo, muovendosi solo per fotografare gli animali esotici o le piante dell’isola, ma ben presto si imbatte in un uomo con visibili cicatrici d’arma da fuoco, ed una bambina, che vivono in maniera semi-selvaggia sul versante opposto della collina…

Scritto nella stagione 1994/1995, e rimasto tristemente incompiuto alla morte dell’autore, “Principessa di sangue” viene riconsegnato ai lettori italiani come unico inedito di Jean-Patrick Manchette.
Lo stile è, come sempre, secco e tagliente in maniera eccezionale. L’intreccio ben congegnato, ammiccante (come solo le grandi opere di spionaggio sanno essere), pieno di rovesci e colpi di scena, si interrompe tristemente in un punto di accelerazione finale che si sarebbe di certo rivelato irresistibile (ed è stato invece sostituito, nell’edizione italiana, come in quella francese, da una serie di vaghi appunti schizzati dall’autore e raccolti dall’editor).
Indimenticabile il personaggio di Ivy, destinato a tornare in una serie di eventuali seguiti per fornire, come appunta l’autore, “…chiarimenti sui fatti occulti di questo mondo.”(1)
Vivamente consigliato agli habitués di Manchette (anche perché permette, grazie alla raccolta di "appunti", un’intrusione al centro del processo creativo, fornendo numerosi indizi sul modo di scrivere proprio dell’autore), “Principessa di sangue” deluderà forse gli altri, per via di quell’ incompletezza che lo coglie sul più bello, rovinando un romanzo altrimenti destinato a divenire un capolavoro del polar.

“Principessa di sangue” di Jean-Patrick Manchette è edito da Einaudi.


(1) pg.187

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