Thursday, August 14, 2008

L- Jean Echenoz: Un anno

“Victoire si svegliò una mattina di febbraio senza ricordare nulla della serata precedente, poi scoprì Félix morto accanto a lei nel loro letto, fece la valigia prima di passare in banca e prendere un taxi per la Gare Montparnasse”.(1)

Parigi. La bella ventiseienne Victoire conduce una tranquilla e onesta esistenza borghese, almeno finché, svegliandosi una mattina, non si scopre a letto con il fidanzato morto ammazzato ed assolutamente immemore degli avvenimenti della serata precedente; allora, innocente ma incapace di giustificarsi di fronte alla polizia o chiunque altro, inizia una fuga alla cieca lungo un itinerario dettato più dal gusto per la “musica del caso”, dal fascino della scelta irrazionale, seppure mascherato dietro la necessità di far perdere le tracce, che da un qualunque genere di progetto. Intanto l’amico Louis-Philippe, che misteriosamente riesce sempre a raggiungerla a bordo della sua piccola fiat cinquecento bianca, la tiene informata sugli sviluppi delle indagini. Proprio la rottura con Louis-Philippe, per sfuggire al quale la protagonista decide di agire in maniera sempre più imprevedibile, da inizio ad una lenta ma inesorabile discesa agli inferi alla quale Victoire non sa sottrarsi, e che la porterà sull’orlo della disperazione e della miseria. Poi, al termine di un vagabondaggio circolare durato un anno, la ragazza si ritroverà a Parigi, e, posta di fronte ad un’incredibile rivelazione (infondo quasi prevedibile per il lettore, che avverte fin dal principio un senso d’estraneità, d’irrazionalità intrinseco all’universo messo in scena da Echenoz, e che, paradossalmente, costituisce il carattere realistico dell’opera nel senso dell’aderenza alla realtà extra-diegetica), rientrerà miracolosamente illesa nella sua rassicurante esistenza quotidiana…

In Un anno uno stile segnato dalla lezione del Nouveau Roman (basta qualche piccolo accenno ai segni lasciati sulla polvere dagli oggetti per portare alla mente, chissà come, chissà perché, le descrizioni d’interno che aprono il notissimo Nel labirinto di Alain Robbe-Grillet) incrocia un ipotetico intreccio giallo costruito come una parabola politica alla Jean-Patrick Manchette(ma senza il gusto per l’azione)(2), che sfonda tutte le convenzioni del genere e lascia il lettore spiazzato e pensoso.
Interessante, complesso, originale e ricco (a dispetto della sue misere 70 pagine), Un anno è il romanzo ingiustamente trascurato di un autore sfortunatamente poco conosciuto.

Il romanzo Un anno di Jean Echenoz è edito in Italia da Einaudi.




(1)Jean Echenoz, Un anno, Einaudi, Torino 1998, p. 3.
(2)Volendo tentare un paragone forse neppure troppo azzardato, dato che lo stesso Echenoz ha sempre fatto il nome di Manchette parlando dei suoi maestri e riferimenti letterari, il termine di confronto potrebbe essere Piccolo Blues (Jean-Patrick Manchette, Le petit bleu de la côte ouest, in Italia edito da Einaudi): come George Gerfaut nel romanzo di manchette è un innocente catapultato al di fuori della sua condizione borghese e costretto ad una fuga senza speranza (almeno fino al trionfale ritorno), così Victoire è costretta a vagabondare per un anno riducendosi ad un’esistenza da clochard; come Gerfaut, Victoire viene rapinata; come Gerfaut, Victoire trova rifugio, in seguito ad un incidente, in una zona rurale;come Gerfaut viene curato e ospitato dal vecchio montanaro Raguse, Victoire viene raccolta e curata dai neo-campagnoli Castel e Poussin. Come Gerfaut, che, riequilibrata la situazione rientra nei ranghi (“Une fois, dans un contexte douteux, il a vécu une adventure mouvementée et saignante; et ensuite tout ce qui’il a trouvé a faire, c’est rentrer au bercail.” / Un tempo, in un contesto ambiguo, ha vissuto un avventura movimentata e sanguinosa; alla fine tutto quello che ha trovato da fare è stato rientrare all’ovile., Jean-Patrick Manchette, Le petit bleu de la côte ouest, Folio policier, Gallimard, Paris 2008, p. 184, traduzione nostra), Victoire riprende, tornata a Parigi, la sua vita di tutti i giorni. Se però il romanzo di Manchette si gioca su un piano reale, (un borghese diventa avventuriero vagabondo per sfuggire ad una coppia di killer ed al loro mandante, e alla fine, sistemati i tre con mezzi molto poco borghesi riprende il suo posto in seno alla società), quello di Echenoz sembra risolversi tutto sul piano psicologico.

Un’interpretazione possibile, alla quale ci limiteremo ad accennare per non svuotare il romanzo da ogni effetto sorpresa, potrebbe prendere le mosse dai tratti psicologici di una catàbasi conseguente ad un evento luttuoso, chiaramente riscontrabili nell’autolesionista vagabondare di Victoire, dettato dal senso di colpa (motivato o immotivato? il romanzo non fornisce dati sufficienti, anche se, in un dialogo indiretto a pagina 69, uno dei personaggi insinua il dubbio nella mente del lettore); la “risalita” verso il mondo borghese, ha infatti inizio con una ri-conciliazione, una ri-appropriazione del defunto preceduta da un lungo momento di separazione, di volontario, indispettito allontanamento del “fantasma”.

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