Sunday, August 08, 2010

Sebastian Fitzek: Schegge

«Fermo, aspetta, rimani qui. Voglio stringerti forte.»
«Ma che hai ora... piangi?».
«Ascolta, lo so che può sembrare assurdo, ma noi dobbiamo farci una promessa».
«Va bene, quale?».
«Se uno di noi dovesse morire – aspetta, lasciami finire, ti prego – deve mandare un segno all'altro».
«Cioè deve accendere la lampada?».
«In modo che sappiamo che, nonostante tutto, non siamo soli. Che ci pensiamo, anche se non possiamo vederci».(1)

Alzi la mano chi non ha mai sofferto a causa di abbandoni, perdite, rotture, lutti, sensi di colpa...
Certo, da qui a decidere di eliminare la memoria di ogni trauma, il passo è lungo, sopratutto se, per farlo, è necessario cancellare tutti i ricordi, per poi re-inserire solo quelli positivi.
È questa la questione che affligge il berlinese Marc Lucas, avvocato impegnato nel sociale, reso improvvisamente “instabile” da un terribile incidente; ma la sua indecisione non dura a lungo: giunto ad un passo dall'accettare l'offerta del folle dottor Bleibtreu, sperimentatore nel campo delle neuroscienze, Lucas lascia la clinica privata nella quale ha passato appena un paio d'ore, per trovarsi di fronte a un'inspiegabile verità: non è lui ad aver dimenticato il mondo, ma è il mondo ad aver dimenticato lui...

Ispirato alle ricerche di Mark Bear, scienziato del "Massachusets Institute of Technology"(2), “Schegge”, terzo romanzo del berlinese Sebastian Fitzek, è un solido thriller psicologico dai risvolti soprannaturali, che può contare su un intreccio volutamente e dichiaratamente surreale, complesso, ricco di depistaggi, incidenti e colpi di scena, ma abbastanza ben congegnato da permettere una perfetta ricomposizione (e ricostruzione) finale(3).
Se da un punto di vista stilistico non c'è molto da segnalare, a parte la scrittura precisa, minimale (ma, in questo caso, non scarna) e rapida (anche grazie alla bella traduzione di Claudia Crivellaro) imposta dai canoni del genere, è dal  punto di vista strutturale e meta-narrativo, che il romanzo dà il massimo, a partire dalla spaesante anacronia iniziale(4), e fino al chiarificante finale, che risolve tutte le apparenti incongruenze dell'intreccio. Ed è proprio in virtù di questa dimensione "sperimentale", che non rallenta la lettura (il lettore è avvisato: il romanzo tende a monopolizzare l'attenzione fino all'ultima pagina...), né guasta la fruizione “ingenua”, che “Schegge” si impone come uno dei migliori psyco-thriller dell'anno.
Da segnalare il pioneristico sistema di marketing virale messo a punto dalla casa editrice Elliot, la quale ha voluto accompagnare l'uscita di “Schegge”, con la creazione di due "dispositivi" -un particolare sito internet e un numero telefonico dedicato(5)- che, mimando l'inserimento del lettore all'interno della diegesi e l'annullamento del confine realtà/finzione, assecondano la vocazione meta-narrativa del romanzo.



(1)Sebastian Fitzek, “Schegge”, Elliot Edizioni, Roma 2010, p. 10. Traduzione di Claudia Crivellaro.
(2)Cfr. ivi, p.352 .
(3)Le proteste di chi considera il finale del romanzo “poco credibile” suonano piuttosto sconvolgenti considerato il mondo distortamente fiabesco (casa isolata nel bosco, protagonista moribondo ecc. ecc.) evocato nelle prime pagine...
(4)Il tempo dichiarato -quell'“Oggi” che fa da sottotitolo al semplice “1” che apre il primo capitolo “reale” del romanzo- cozza con l'espressione verbale al passato remoto; la frattura del piano temporale è comunque destinata a chiarirsi, sul finale, come trascrizione stilistica di un'opposizione interno/esterno, “tempo dei corpi”/....
(5)Link e numero di telefono sono stati inseriti nel libro in posizioni altamente strategiche...

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Hugues Pagan: Operazione Atlanta


Una mia recensione del romanzo "Operazione Atlanta", di Hugues Pagan, è stata pubblicata su SugarPulp (http://www.sugarpulp.it/critica/operazione-atlanta-di-hugues-pagan).

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Tuesday, July 20, 2010

Fabio Beccacini: Sushi sotto la mole


Novembre 2009. L'emotivamente disastrato(1) commissario Paludi è di ritorno da un viaggio a Santo Domingo che, purtroppo, non si è rivelato “rilassante” come avrebbe dovuto.
Incapace di lasciarsi alle spalle i problemi personali, il commissario ha passato 12 giorni ad ubriacarsi solo, sulle spiagge o nei bar.
E, a Torino, i criminali non hanno certo atteso il suo rientro, o la soluzione dei suoi problemi personali, per ricominciare a darsi da fare: atterrato all'aeroporto di Caselle, Paludi non viene accolto da uno stuolo di parenti “pentiti” o trepidanti fidanzate, ma da un sottoposto, -il fido ispettore Anastasi- pronto a passargli gli incartamenti riguardanti quello che sembra un misterioso duplice omicidio: due cadaveri senza nome sono appena stati ritrovati nella cantina non accatastata di un lussuoso stabile di Corso Matteotti; una cantina ingombra di acquari pieni zeppi di pesci tropicali morti...

Costruito con stupefacente precisione ambientale -la ricostruzione eccede il semplice particolare geografico(2), per lanciarsi, qua e là, in una riuscita satira di costume legata agli usi locali(3)...-, piacevolmente citazionista(4), e chiaramente debitore della profonda cultura cinematografica dell'autore(5), “Sushi sotto la mole”, terzo romanzo di Fabio Beccacini, e seconda avventura del ciclo dedicato al “commissario Paludi”, rilegge con tecnica inedita un intreccio da romanzo poliziesco classico in un “quasi-giallo” che si apre con il reperimento dei cadaveri, e prosegue con indagini, errori, false piste, rivelazioni, depistaggi, agnizioni ecc., e che è fortunatamente privo, per scelta programmatica (in fondo la verità “torinese” bonariamente rilevata dall'autore è proprio quella relativa all'ipocrita frattura tra convenzioni borghesi di facciata e comportamento reale), di tutte le pacificanti distorsioni sociali tradizionalmente legate al genere.
Così, l'autore consegna ai lettori un romanzo che racconta la Torino contemporanea (e non solo(6)), in maniera realistica e prestando la massima cura al dettaglio ambientale, intrattenendo, e senza ipocrisia.
E il risultato convince.

Il romanzo "Sushi sotto la mole", di Fabio Beccacini, è edito da Fratelli Frilli editori.


(1)Paludi ha un'ex moglie che forse ama ancora, un figlio adolescente che quasi sicuramente non capisce più, e una sensuale fidanzata con la quale rischia di rompere da un momento all'altro.
(2)Da via Montebello al quartiere Vanchiglia, da San Salvario a corso Matteotti e il Valentino, la Torino di Beccacini è frutto di osservazioni quotidiane, precise e attuali.
(3)Beccacini, originario d'Imperia ma Torinese d'adozione, concilia, con gusto e misura, la conoscenza approfondita degli “indigeni” con l'occhio distaccato (e giustamente ironizzante) del "forestiero"...
(4)Da “Scerbanenco” a “Lucentini” da James Ellroy a Calvino, dal noir francese anni '40 a “Viale del tramonto”, le citazioni utilizzate nel romanzo non sono semplici indici dei gusti dell'autore, ma funzionano come contro-testo (esemplare il caso di “Lucentini”: attraverso la semplice "nominazione", l'autore rievoca quella frattura interno/esterno, verità/convenzione sociale tipica dei salotti torinesi narrata -forse per la prima volta- da Fruttero e Lucentini nel loro “La donna della domenica”) o contribuiscono a caratterizzare i personaggi...
(5)È vero, oggi, la scrittura di genere tende ad essere destrutturata, e dato che nel cinema, e in particolare in quel non-genere di consumo che è l'action, il montaggio per pezzi brevi si è imposto come modo di narrazione obbligato, l'assunzione del cosiddetto “stile cinematografico”, anche per la facilità di creazione di suspence ed effetti sorpresa (tutti accorgimenti tecnici che l'autore dimostra di aver ben assimilato, servendosi dei classici movimenti parallittici e dei consueti mutamenti di punto di vista, scelte di focalizzazione e tempi verbali), è diventata una mossa comune e piuttosto “facile” per gli autori di polizieschi (così come il rilevare il “carattere cinematografico” della scrittura è diventato un punto saldo (ma debole) della critica di genere); in questo caso, però, l'influenza cinematografica non si riduce ai dialoghi felicemente sboccati (chiaramente influenzati dal poliziesco post-tarantiniano), e alle citazioni: la qualità visiva delle sequenze (si prenda, per esempio, quella iniziale), porta alla sperimentazione di alcuni inediti effetti "depistanti", tra i quali spicca un riuscitissimo occultamento della distanza temporale attraverso la descrizione di spazi omogenei o contigui...
(6) Si veda il riemergere, tra le righe, di temi temi quali il precariato, la pillola abortiva RU486, la tragedia della Thyssenkrupp, il terremoto di Haiti ecc.

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Tuesday, July 13, 2010

Christopher Brookmyre: Un mattino da cani


Una mia recensione del romanzo "Un mattino da cani", di Christopher Brookmyre, è stata pubblicata su Milano Nera.
(http://www.milanonera.com/?p=6447)

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Tuesday, June 22, 2010

René Frégni: Estate


In una mai nominata, ma riconoscibile Marsiglia contemporanea, il malinconico Paul – un uomo che, se solo non avesse dovuto “lavorare ogni singolo giorno della sua vita”, avrebbe voluto fare lo scrittore, e che da dieci anni cerca la seconda frase per un romanzo che probabilmente non avrà mai né il “tempo né il coraggio”(1) di scrivere-, tira avanti alla meglio, gestendo, con l'amico Tony, il ristorante “Petit Farci”; è anche riuscito a fare del semplice gesto di “lavare tazze e bicchieri in piedi dietro il bancone” guardando “le donne che attraversano la piazza”, il suo “piacere più grande”(2).
Certo, ogni tanto, la notte, quando si ritira nella sua stanza sopra il ristorante e “sotto i tetti”, esausto per il lavoro della giornata, sente un po' il peso della solitudine e delle promesse mancate, ma, be', ha visto momenti peggiori... o almeno così gli sembra, finché l'incontro con la splendida Sylvia, malinconica aspirante scrittrice, non gli mostra tutta la monotonia, la vuotezza della sua vita. Improvvisamente, solo una cosa conta: l'amore; l'amore di Sylvia, l'unico in grado di trasformare una primavera di eterne (e mai mantenute) promesse di felicità, in un'estate di realizzazioni. Ma le cose non sempre sono quello che sembrano, e, tanto per cominciare, per conquistare Sylvia, Paul dovrà vedersela con un concorrente, il violento pittore Altona, al quale la donna si sente legata in maniera indissolubile...

Scritto con la sorprendente linearità(3) del miglior Frégni, “Estate”, è un romanzo atipico, che rientra nel quadro del genere in virtù di una cornice “delittuosa”, e per via di una certa (nel caso specifico giustificatissima) misoginia di ritorno(4), ma se ne distacca per modi, ritmi ed esito: non solo perché il “fattaccio” avviene molto avanti nell'intreccio, e occupa una parte relativamente breve del testo, ma anche per l'aperta violazione dell'assunto secondo il quale “il crimine non paga” - vincolo narrativo quasi imprescindibile per il noir(5) classico-; sul finale (sia pure retrospettivo e nostalgico(6)), la vicenda sembra infatti lasciar filtrare uno spiraglio di luce, come a dire che, in fondo, c'è speranza per tutti.
"Impressionista" ma "psicologico", "morale" ma d'"intrattenimento", "scarno" ma "ambientale", "attraversato", ma non "dominato" dal caso, "Estate", di René Frégni, si impone al lettore come oggetto letterario dalle mille spiazzanti (ma interessanti e piacevoli) contraddizioni...

Il romanzo "Estate", di René Frégni, è edito in Italia da Meridiano Zero.



(1)René Frégni, "Estate", Meridiano Zero, Padova 2010, p. 21. Traduzione di Claudia Zonghetti.
(2)Ivi, p. 5.
(3)Volendo indulgere a un facile (troppo facile) biografismo, si potrebbe ricondurre lo stile piatto, e la sintassi semplice (non si esce, qui, in neppure un'occasione, dalla paratassi), dal passo corto, e l'uso, al di fuori del dialogo, di frasi brevissime, alle giovanili difficoltà d'apprendimento dell'autore. In realtà, la semplicità della narrazione rientra in una deliberata scelta mimetica, rivolta non tanto alla natura del protagonista, quanto ai suoi desideri: struttura semplice per un personaggio in cerca di una vita semplice, fatta di piaceri quotidiani, albe, tramonti, incontri con la donna amata ecc.
Assolutamente fuori luogo, in questo caso, qualunque preoccupazione relativa all'efficacia della prosa: la lingua “alleggerita” di Frégni, non solo ottiene il suo effetto, tratteggiando, in maniera deliberatamente naif, voci, profumi, ambienti, e arrivando a evocare la qualità della luce (quelle albe, e quei tramonti marsigliesi che i lettori di noir, orfani di Izzo da ormai un decennio, hanno troppo spesso cercato altrove), ma facilità l'identificazione (già piuttosto scontata, data la scelta del narratore autodiegetico e della focalizzazione interna fissa) del lettore con il protagonista e con le sue ambizioni.
(4)Il romanzo ripropone il mito della femme fatale, tentando persino una giustificazione (in senso narrativo, e non morale) psicologico/genetica del comportamento "deviato” del personaggio...
(5)Il principio è stato normativamente imposto, in maniera più o meno esplicita, dal “Motion Picture Production Code” emanato da Hays nel 1930; un'analisi dell'effetto della censura cinematografica sull'hard boiled prodotto nell'epoca classica del cinema hollywoodiano potrebbe forse aprire nuove prospettive su alcune direzioni prese dal genere in epoca più recente, dal noir esistenzialista alla rilettura neo-tragica proposta, tra gli altri, da Gilles Deleuze.
(6)C'è nel testo un impercettibile slittamento all'indietro: la narrazione, che parte al presente (l'eterno, monotono, presente della vita di Paul, anonimo gestore del “Petit Farci”), finisce con un blocco di testo al passato remoto “il giorno dopo salii su una nave e lasciai che fossero le onde a occuparsi della mia stanchezza” (p. 158); la cesura, formalmente irrintracciabile (brevi brani al passato remoto sono anacronicamente rintracciabili qua e là nel testo), è ovviamente costituita dalla rottura dei rapporti con Sylvia. Lo sguardo retrospettivo (evocato dalla scelta verbale, ed esplicitamente affermato, con l'intenzione di chiarire i moventi dell'agire della donna amata) e la scelta di “affidarsi alle onde”, nel tentativo di lenire una stanchezza che ha tutta l'aria di essere non fisica ma emotiva, conferiscono al personaggio un credibile tono dolente...

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Wednesday, June 09, 2010

Francisco Pérez Gandul: Cella 211


Spagna, oggi.
Il ventisettenne Juan Oliver soffre di violenti attacchi d'ansia - abbastanza violenti da lasciarlo, talvolta, privo di sensi: per questo, per evitare imbarazzanti reazioni emotive, si presenta con un giorno d'anticipo al carcere di massima sicurezza di Siviglia 2, dove dovrebbe prendere servizio come guardia. Ma lo stratagemma non funziona: accompagnato all'interno del carcere da due colleghi, Oliver viene colto da uno svenimento.
Decisi a non trasportarlo finché privo di sensi, i suoi accompagnatori lo stendono sul letto della cella 211, momentaneamente vuota.
È proprio allora che Malamadre, il detenuto più temuto dell'intero carcere, dà inizio ad una violenta rivolta.
Abbandonato dai colleghi, Juan Oliver non ha scelta: deve mescolarsi ai rivoltosi, o morire...

Opera prima del giornalista spagnolo Francisco Pérez Gandul, il romanzo “Cella 211”, uscito in Spagna nel 2004, è stato proposto ai lettori italiani quest'anno, parallelamente all'arrivo nelle sale dell'omonimo film di Daniel Monzón (uscito lo scorso 16 aprile).
Se la trasposizione cinematografica -pluripremiata sul piano internazionale- è costruita in maniera piuttosto stanca e tradizionale(1), lineare e a tratti poco ritmata, nella sua forma originale di romanzo, “Cella 211” può contare su una scelta narrativa decisamente inusuale: l'insieme dei fatti è ricostruito attraverso un'alternanza di punti di vista (la genettiana "focalizzazione interna multipla"(2)) che, dilatando indefinitamente i tempi del racconto, finisce per imporre ritmi di lettura forsennati.
Si aggiunga a questo che le voci narranti -tutte caratterizzate da elementi e registri personali, dalla violenta e insultante brachilogia di Malamadre, al formale (ma dolente) “rapporto” di Armando, passando per il divagare pacato e familiare di Oliver- sono (ri)costruite con grande realismo; che l'intreccio solido, credibile (a dispetto della trovata iniziale, a dir poco “fantasiosa”), e sostenuto da un'inattesa ferocia politica(3), recede, in ultimo, sullo sfondo, lasciando spazio a una serie di temi e considerazioni profondamente morali -dalla facile simmetria tra carcerati e carcerieri, al ruolo del caso nella vita individuale, dalla “pervasività” del male alla violenza “giusta”, dagli orrori della repressione al desiderio di vendetta-, e si avrà una visione d'insieme di “Cella 211”: uno degli esordi "dell'anno", forse destinato ad agitare -almeno per un po'- con la sua scelta narrativa originale, difficile, perfetta, le acque -sempre troppo chete, e segnate da un discreto conformismo- del panorama poliziesco internazionale.
Semplicemente imperdibile.

Il romanzo “Cella 211”, di Francisco Pérez Gandul, è edito in Italia da Marsilio.



(1)Mi limito a segnalare la perdita di originalità, per tacere delle piccole incongruenze generate, (talvolta inutilmente, in maniera del tutto gratuita), nel passaggio da un media all'altro, probabilmente nel tentativo di facilitare la fruizione ad un pubblico cinematografico ritenuto "meno preparato".
(2)Il passaggio da un punto di vista all'altro è deliberatamente utilizzato in funzione “parallittica”, per creare improvvisi restringimenti, o piuttosto spostamenti della prospettiva, che si rivelano, curiosamente, più utili alla costruzione della suspence che a quella dei prevedibili "effetti sorpresa": il lettore, che ha intravisto “il pericolo”, si ritrova improvvisamente catapultato “all'interno” di un personaggio ancora all'oscuro di tutto, ed è così costretto a rincorrere il successivo spostamento...
A mantenere viva l'attenzione contribuiscono, poi, le anacronie create dall'asimmetrico posizionamento dei narratori (due dei personaggi raccontano al passato, mente il terzo, si esprime al presente) elemento “dissonante” le cui motivazioni si fanno sempre più chiare man mano che il romanzo procede.
(3)Se Carlo Oliva nella sua essenziale “Storia sociale del giallo” indicava nella riflessione politica uno dei caratteri peculiari del poliziesco iberico, qui l'accento è tutto sulla dimensione morale; il motivo politico figura piuttosto in chiave negativa -come disimpegno sociale rispetto alle condizioni dei carcerati e dei loro parenti- o, incarnato nei tre malcapitati detenuti dell'ETA, come elemento sul quare far presa per vedere esaudite le proprie richieste...

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Saturday, May 29, 2010

Jacques Chessex: L'orco



“Stavano per raggiungere un ponte fiancheggiato da obelischi allorché la classe si fermò di colpo davanti a un monumento strabiliante. Si levarono grida, risate. Jean Calmet, che camminava come un sonnambulo, alzò gli occhi e rimase stupefatto: un orco era seduto in cima a una fontana e divorava un bambino già mezzo inghiottito, con le natiche nude e le piccole cosce grassocce che si dimenavano sulla gola insanguinata. Jean Calmet strizzò gli occhi per vedere meglio: la scena era spaventosa.” (1)


Sono i primi anni '70, e il fermento culturale che ha scosso i giovani di tutto il mondo sembra essere approdato perfino nella tranquilla Svizzera. Non si tratta certo di una grande rivoluzione; piuttosto di un generico clima d'emancipazione... così, ad esempio, a Losanna, gli studenti delle superiori sono pronti a scendere in piazza per rivendicare diritti misteriosamente negati. A guardarli dall'ombra -un sorriso complice fermo a fior di labbra- il modesto professore di lettere classiche Jean Calmet, non più giovane (almeno non nel senso in cui lo sono gli studenti ai quali va la sua simpatia) ma ancora sospeso in una situazione di adolescenziale indeterminatezza, una mancanza d'identità imposta dall'insormontabile ombra del padre, un uomo appena sepolto, che ha mantenuto, fino all'ultimo, appetiti insaziabili: un padre-orco forse disposto, come Crono, a divorare i suoi figli pur di non essere detronizzato...

In uscita in questi giorni per Fazi Editore, il romanzo “L'orco”, premiato nel 1973 con il prestigioso “Premio Goncourt”, è probabilmente l'opera più "dolente" e “difficile” di Jacques Chessex: dolente perché vi si racconta -in terza persona, attraverso un narratore onnisciente che riporta il punto di vista del protagonista, senza mai assumerlo(2)-, una vicenda dalle ovvie risonanze autobiografiche(3); difficile perché la ricostruzione della problematica identitaria (generata da un rapporto psicologico complesso, conflittuale, patologico, irrisolvibile(4)), e l'evocazione delle sue estreme conseguenze, si fanno strada, nel testo, attraverso un'alternanza di pagine di pura narrazione e attente notazioni ambientali (spesso esteriorizzazione, materializzazione, di stati psicologici), inattese ierofanie, suggestioni autoritarie (la violenza nazista come estrema ratio per l'affermazione del se' e ricorso ad una presunta identità “di razza” sostitutiva rispetto a quella -individuale- mancante) pronte a rovesciarsi in laceranti sensi di colpa, improvvise rivelazioni dionisiache e regresso al mito (esaltazione di un “vitale”(5) naturale che oscilla tra le due polarità di "sottrazione dal" ed "evocazione del" padre(6)).
E la vicenda non si esaurisce nella dimensione familiare: il conflitto tra il mite figlio Calmet e il padre-orco, coinvolge -secondo una suggestione junghiana- l'intero concetto di autorità; il tiepido simpatizzare del professore per i movimenti studenteschi apre, così, la strada, a una rilettura metaforica del '68 e all'anticipazione del suo fallimento su basi morali (scarsa convinzione) e fisiologiche (il passare del tempo che trasforma in "vecchi" i giovani studenti, peraltro già pronti a farsi “padri castigatori” (cfr. p. 113)).
L'essenza del romanzo si realizza, comunque, nella dimensione tragica: in un mondo che ha già conosciuto l'esistenzialismo(7), Jean Calmet è l'eroe (ancora) romantico che, avendo bussato inutilmente alla porta di un dio assente, cieco e muto, e avendo tentato -senza successo- la strada della poesia e quella dell'amore, posto, insomma, di fronte alla totale mancanza di "scelte positive", e all'impossibilità di ogni redenzione, è pronto a scegliere la morte(8), nell'estremo tentativo di sottrarsi al puro dominio del fato.



(1)Jacques Chessex,“L'orco”, Fazi Editore, Roma 2010, p. 176, traduzione di Maurizio Ferrara.
(2)La scelta narrativa, a prima vista piuttosto convenzionale, nasconde in realtà un volontario sdoppiamento “auto-terapeutico”, e uno spostamento del contenuto biografico sul piano finzionale che permette all'autore di dedicarsi a quell'opera di “riscrittura del se'” che è negata al protagonista.
(3)Dalle iniziali J.C., comuni a Jean Calmet e Jacques Chessex (ma anche a Jean Calvin, come fa notare Tommaso Pincio nella sua interessante introduzione all'opera), alla posizione di Calmet, effettivamente professore in un liceo di Losanna nel periodo d'ambientazione del romanzo, e così via fino al tormentato rapporto con il padre.
(4)È l'irrimediabile scomparsa “naturale” del padre-nemico a vanificare ogni sforzo culturale di composizione o risoluzione del conflitto.
(5)Nella determinazione dell'opposizione tra giovanile (e naturale) vitalità e responsabilità, noia e geriatrico ricorso all'autorità, è essenziale l'osservazione del personaggio di Therèse Dubois (o “Du Bois” - letteralmente “del bosco”, secondo un'interpretazione che l'autore stesso suggerisce a più riprese attraverso l'associazione con immagini silvestri, naturali o fantastiche, che vanno dal gatto alla fata, dal latte alla pietra focaia).
(6)Proprio per via di questo secondo polo che evoca l'incontinente esuberanza del genitore, la pura "naturalità" (pre-culturale solo in maniera presunta, in quanto frutto di una scelta) perde ogni valore salvifico.
(7) E, d'altra parte, l'esperienza de "La Nausea" (anche se, più che da Sarte, il personaggio di Jean potrebbe essere stato creato -per problematiche e psicologia- dalla penna di Drieu La Rochelle) sembra affiorare a più riprese.
(8) Ma una morte come "atto" culturale, privo dell'elemento spaventoso, ingiusto (si vedano i brani relativi alla dipartita della giovane studentessa), tipico del "fatto" naturale e incontrollabile.

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Tuesday, May 11, 2010

Marina Visentin: Biancaneve



“È stato quello l'inizio di tutto. Quello stupido pensiero. Io non conto, non ci posso fare niente[…].
Stupida prima ancora che cattiva. La cattiveria è venuta dopo”.(1)


La madre la chiamava “Biancaneve”, per via della carnagione chiara e dei capelli scuri (che, fatti crescere a dovere, avrebbero dovuto renderla bellissima), ma il mondo dell'anonima professoressa che fa da protagonista e narratrice del romanzo -una donna pronta a ridivenire uno “scricciolo senza forme”(2), al primo sguardo cattivo del “suo” uomo-, è tutt'altro che fiabesco: sì, perché, nella vita, la timida “Biancaneve”, ha sempre dovuto vedersela con fidanzati falsi, distanti, traditori, e con amiche troppo attraenti, vitali e spigliate. Si è sempre sudata ogni minima vittoria.
E non parliamo poi di “lieto fine”: a poco più di trent'anni, il massimo a cui possa aspirare è un qualche rapporto tiepido con un uomo di seconda mano. E a che prezzo, poi...

Raccontato in prima persona e al passato remoto, ma racchiuso tra due brevi monologhi interiori(3), che fanno eco allo stato d'esaltazione della protagonista(4), il romanzo porta in scena una variante noir del più “classico” triangolo amoroso, e sfiora il tema della “violenza di genere”(5), trasfigurando, però, il motivo sociologico, statistico e “di cronaca”, in un intreccio “nero” tutto giocato sulla dimensione psicologica.
Con piglio sicuro -d'altra parte, a sostenerla nell'impresa c'è un quintetto di personaggi perfetti e perfettamente definiti, da Biancaneve, vittima delle situazioni e incapace di prendere la benché minima decisione senza l'aiuto dell'amato (e temuto) “I Ching”(6), all'insopportabile e manesco Alberto, passando per l'amica Rossana, l'anonima studentessa di farmacia e il commissario Zonta-, l'autrice conduce i lettori per mano, dall'iniziale, fredda e “ben educata” esistenza della protagonista (incapace di incidere su un mondo “estraneo”), al “tragico” finale, dettato da un caso non “cieco”, ma “vendicativo”(7)); il tutto secondo una serie di passaggi strettamente logici, che affiancano alla dostoevskiana considerazione dei meccanismi psicologici di rimozione, d'elaborazione del lutto e del senso di colpa(8), lo sviluppo di una crudeltà e di una freddezza delle quali la “Biancaneve” delle prime pagine sembrava del tutto incapace...

Il romanzo “Biancaneve”, di Marina Visentin, è edito da Todaro.



(1)Marina Visentin, “Biancaneve”, Todaro Editore, Lugano 2010, p. 110.
(2)Ivi, p. 7.
(3)I monologhi permettono all'autrice di inscrivere il racconto in una cornice quasi-circolare: a ben vedere, incipit ed excipit non coincidono, come se nel corso della lettura qualcosa fosse cambiato in maniera irrimediabile, per il lettore come per la protagonista.
(4)Ma la momentanea “follia” della protagonista non diviene mai pretesto per una sospensione del controllo linguistico e sintattico: la scrittura di Marina Visentin (copywriter, giornalista e traduttrice, e quindi tutt'altro che esordiente, seppure alle prese con il suo primo romanzo) è incredibilmente precisa, dalla prima all'ultima pagina.
(5)Quello della violenza sulle donne è un tema “collaterale” ma fortissimo, affrontato con la cura per il particolare psicologico che caratterizza l'intero romanzo; si veda, per esempio, la ricostruzione di pagina 125, aperta dal proverbiale “non mi aveva fatto poi così male quella volta”...
(6)Oracolo che, parafrasando la durrenmattiana “Morte della Pizia”, “profeta a casaccio, vaticina alla cieca”, ma che finisce per avere ragione, un po' per via della già citata insicurezza della protagonista, e un po' perché “altrettanto ciecamente viene creduto”.
(7)“Vedi, amore mio, cosa succede a sfidare gli Dei? La loro vendetta è terribile. E non c'è perdono”, recita l'impenetrabile (almeno alla prima lettura) incipit...
(8)Si veda, a titolo d'esempio, il meraviglioso brano relativo al (tardivo) sogno dell'amica morta pp. 97-98.

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Sunday, April 18, 2010

Hugues Pagan: La notte che ho lasciato Alex



Una mia recensione del romanzo "La notte che ho lasciato Alex", di Hugues Pagan, è stata pubblicata sul numero di Aprile di Milano Nera Mag - cartaceo collegato al Web Press Milano Nera.
( http://www.milanonera.com/?p=5812, p. 9).

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Monday, April 12, 2010

Intervista a Victor Gischler


Una mia intervista a Victor Gischler è appena stata pubblicata sul portale SugarPulp.
(http://www.sugarpulp.it/interviste/intervista-a-victor-gischelr)

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Monday, March 29, 2010

Barbara Baraldi: Lullaby – La ninna nanna della morte


Italia, oggi.
La vita di un imprecisato paesino di campagna(1), scorre lenta e monotona, come quella dei suoi abitanti: studenti più o meno ribelli persi tra casa, scuola e uscite “clandestine”; giovani casalinghe divise tra commissioni, cura dei figli e lavoretti per arrotondare; solidi padri di famiglia, seri, impegnati, ma sempre pronti a concedersi uno spritz al bar “da Gianni”; vecchie mamme moribonde, ma poi sempre vive e fin troppo vitali; aspiranti scrittori e rappresentanti, baristi annoiati, pensionati sentenziosi ecc.
Ma quello che sembra un tranquillo universo paesano, sta per essere scosso da qualcosa che si agita sotto la lucida superficie: qualcosa di più eccitante della barista del nuovo "American Bar", e decisamente più pericoloso.
E prima che il sangue cominci ad arrossare le strade del paese, è solo questione di tempo...

È “un gotico rurale con qualche velato ammiccamento al soprannaturale, e sfumature noir che non guastano mai”(2), “Lullaby”, ultimo romanzo di Barbara Baraldi, recentemente proposto ai lettori italiani da Castelvecchi; e se a dichiararlo è l'autrice stessa, parlando -con mossa classicamente metanarrativa- per bocca del personaggio dell'aspirante scrittore Marcello (che dimostra così, se non grande sensibilità, almeno grande capacità auto-riflessiva) non ci si può certo azzardare a dissentire; tanto più che i caratteri del gotico rurale (in particolare, di marca americana) ci sono tutti: dall'amplificazione delle passioni (negative) dovuta alla “strettezza” dell'ambiente, alla mancanza di stimoli culturali, dalla tonalità “soprannaturale” assunta dagli “impulsi negativi” che originano la sanguinosa vicenda e dall'associazione (storicamente molto solida)(3) rigorismo morale-religioso e violenza, al lento risolversi del già citato elemento sovrannaturale(4) in un accadere “umano, troppo umano” (e anzi, verrebbe da dire “familiare, troppo familiare”); il tutto espresso attraverso una tecnica mista che incrocia scelte classiche(5) e trovate post-moderne(6), assoluta cura dei dialoghi e brani espressi in discorso indiretto libero(7).
Anche sul versante del noir (che l'autrice riduce a un insieme di “sfumature”), il romanzo funziona meravigliosamente: la storia è perfettamente congegnata, gli indizi sepolti nell'intreccio bastano a farsi un idea della soluzione della vicenda (ma si resta pur sempre con l'incertezza), la tensione regge -a dispetto del ridotto numero di delitti-, fino all'impennata finale.
Il ritmo è continuo, la narrazione è fluida, avvincente, limata, “giovanile”, ma sintatticamente precisa. Ed è proprio su questo che poggia la perfetta riuscita di “Lullaby”: sulla capacità dell'autrice di costruire una narrazione matura (tematicamente e stilisticamente), mantenendo un rapporto profondamente empatico, e dimostrando una perfetta comprensione dei tormenti giovanili della protagonista; così, in un panorama di scritture finto-giovanili sempre più omologate e sempre meno sopportabili, i giovani tornano "leggibili", e la bistrattata letteratura di genere si riappropria di uno stratagemma critico classico, ma ancora più che efficace: la frattura tra lo sguardo "puro" degli adolescenti e la vuota ipocrisia, la falsità dei valori del mondo "adulto".

Il romanzo “Lullaby – La ninna nanna della morte”, di Barbara Baraldi è edito da Castelvecchi.



(1)Paesino che, in virtù delle poche battute di dialogo espresse in dialetto, si tende a collocare in Emilia.
(2)Barbara Baraldi, “Lullaby – La ninna nanna della morte”, Castelvecchi, Roma 2010, p. 17.
(3)Questo elemento critico nei confronti della violenza indissolubilmente connessa ad ogni eccesso religioso risalta anche nella breve flashback relativo a un tentativo di esorcismo ai danni di uno dei protagonisti...
(4)L'elemento gotico, nell'accezione comune del termine, è piuttosto da ricercare nell'uso (o riuso) di oggetti -immagini, citazioni horror, scampoli di brani musicali, che vanno dai Cure (loro il pezzo “Lullaby” che dà il titolo all'opera) a "Il Corvo", passando per i Bauhaus di "Bela Lugosi's Dead" ecc.- tratti dall'immaginario “dark” (termine tutto nostro per un genere che, all'estero, si chiama appunto “gothic”), al quale l'autrice, adattandosi (e senza fatica) al gusto della giovane protagonista, fa riferimenti continui.
(5)Scelte che vanno dalla reticenza al depistaggio, e alla costruzione per pezzi brevi interrotti in maniera da mantenere sempre alto il livello della tensione, tanto per citare gli esempi più ovvi.
(6)Alternanza di tre punti di vista, ognuno dei quali espresso un po' in prima e un po' in terza persona, e con focalizzazione variabile.
(7)Il discorso indiretto libero è utilizzato dall'autrice per risolvere i momenti di particolare tensione emotiva: si prenda, per esempio, un brano come “Cammino sotto la falce di luna. Cammino con il cielo nero sopra la testa. Nessuna stella, solo quella polare, grande e lucente come una pietra preziosa. Forse il libro che ho cominciato a scrivere non terminerà mai. Penso e ripenso fino a spremermi dentro, ma quando mi ritrovo di fronte alla pagina bianca del pc, le parole che mi frullavano in testa scompaiono. È come se si smembrassero, perdessero di consistenza. Diventassero trottole indemoniate che sbattono l'una contro l'altra. Rumore sordo nelle orecchie. Mi sembra di scoppiare e allora devo alzarmi e accendermi una sigaretta. Che cosa mi manca?” (Ivi, p. 164), che esprime tutta la lacerazione interiore, l'impotenza del “cinico” e “freddo” (solo apparentemente, va da se') Marcello, senza neanche il bisogno di tirarne in ballo la tediante (ma forse “castrante” sarebbe più appropriato) situazione familiare.

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Wednesday, March 24, 2010

Enrico Pandiani: Troppo Piombo

Pubblicata oggi, sul Web Press Milano Nera, una mia recensione del romanzo "Troppo Piombo", di Enrico Pandiani.
(http://www.milanonera.com/?p=5575)

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Monday, March 15, 2010

Gordon Houghton: L'apprendista


Di colpo ero stato travolto dalla consapevolezza che l'esistenza non era quella visione precisa e tranquilla che l'esempio dei miei genitori mi incoraggiava a credere: vedevo il futuro non come l'inevitabile estensione della mia fanciullezza incondizionatamente felice, con i suoi principi morali e soluzioni semplici, ma come una terrificante idra che emergeva da una nebbia fitta. Responsabilità, sessualità, timidezza, affettazione, potere, autodeterminazione, caducità: queste parole non erano più concetti astratti trovati nei libri che leggevo, ma una creatura disgustosa con sette teste da rettile, dalla quale non sarei mai riuscito a sfuggire...”(1)


Tempi d'oro per i morti? Tutt'altro: da quando Ade, vecchio assistente di “Morte”, è stato ritrovato sventrato, le viscere rovesciate in un fosso ai margini di una strada rurale, e i quattro cavalieri dell'apocalisse battono i cimiteri in cerca di un rincalzo (pescando a caso numeri identificativi con l'aiuto dell'“empia lotteria”) a nessuno è dato di riposare in pace...E, anche dal punto di vista dei quattro agenti dell'“agenzia” - Pestilenza, Guerra, Carestia e Morte-, affiancati dal giovane “Rissa”, non si può dire che le cose vadano gran che bene... Altro che “amabili resti”: nessuno dei sei candidati resuscitati per una “settimana di prova” si è dimostrato all'altezza del compito affidatogli. Si aggiunga a questo che l'agente Morte si muove ormai stanco e pieno di dubbi sullo sfondo della Oxford di fine anni '90, e che la “terminazione” di Ade, è opera di uno degli uomini dell'agenzia, e si avrà una vaga idea dell'antefatto.

Per completare il tutto, si getti al centro della vicenda un settimo candidato d'eccezione: il cadavere semi-martoriato di un detective insicuro, imbranato, voyeur e pieno di complessi che non ricorda nulla -o quasi- delle circostanze della sua morte; uno che tutto ha in mente, meno che dare una mano ai cavalieri dell'apocalisse nel loro devastante incedere; uno zombi dotato di forze fisiche appena sufficienti per andarsene a spasso, ma abbastanza acuto da far luce sulla misteriosa morte di Ade, e senza una vera e propria indagine - insomma, una sorta di moderno Dupin dell'oltretomba, nutrito a noir classici e filmetti porno, già morto, eppure in pericolo(2), impegnato nello svelamento di un "doppio" mistero...

Seconda opera dell'inglese Gordon Houghton(3), pubblicato in Inghilterra nel 1999 ma proposto solo oggi ai lettori italiani, “L'apprendista” concilia la costruzione lisergica(4) del Brautigan di “Sognando Babilionia” con l'irriverenza alcolico-surreale e l'occhio meta-narrativo del Bukowski di “Pulp” , passando con disinvoltura dalle citazioni kafkiane alla stesura di finti contratti con la morte, e muovendosi in una cornice cinica, follemente comica, ma non per questo priva di riferimenti alla realtà(5).

Romanzo nero e ironico, che si serve dello stile narrativo tipico della “Scuola dei Duri” (prima persona e passato remoto, a dispetto dei due diversi “tempi” raccontati) per costruire una vicenda pulp tanto piena di elementi metaforici(6) e velate (ma amare) riflessioni esistenziali(7) da vanificare ogni tentativo di sintesi (immancabilmente destinato a risultare una piatta elencazione), “L'apprendista”, di Gordon Houghton, è edito in Italia da Meridiano Zero.



(1)Gordon Houghton, “L'apprendista”, Meridiano Zero, Padova 2010, p. 216, traduzione di Stefania Sapuppo.
(2)Sì perché, in caso di inefficienza, o mancato “rinnovo del contratto”, l'apprendista rischia la “terminazione” o il confinamento nel misterioso “deposito”...
(3)Gordon Hougton, inglese, classe 1965, è autore dei romanzi “The Dinner Party” (1998) e “The Apprentice” (1999; Trad. It. “L'apprendista”, 2010). Si è avvicinato alla scrittura subito dopo il college, collaborando con la rivista Zzap64, dedicata al Commodore64 - consolle alla quale dichiara di essere tutt'ora legato (la sua tribute-page è visibile qui). A leggere il suo romanzo, pare che qualcosa del l'inarrivabile creatività e del polveroso, rumoroso, impareggiabile divertimento che caratterizzavano i vecchi, fragilissimi giochi (in cassetta) del Commodore, sia rimasto nel suo stile narrativo...
(4)Da un punto di vista tematico, ma anche stilistico.
(5)Tant'è vero che intorno a pagina 70 -momento che segna l'entrata in scena dell'intreccio hard boiled- cominciano ad affacciarsi sullo sfondo le ombre dei realisti James M. Cain e Dashiell Hammett...
(6)Due tra gli esempi più lampanti: il “contratto in prova” come metafora -non solo politica- della precarietà, e la comica ambizione dell'aiutante “Rissa”.
(7)Essenziali, tanto per limitarsi agli esempi più ovvi, i temi della “crescita” e dell'ineluttabilità della morte.

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Monday, March 01, 2010

Paolo Roversi: L'uomo della pianura


«Ammazzare col coltello è sempre personale, come il bacio alla francese. Ci si sporca, certo, ma col ferro non mi sono mai trovato a mio agio. Fa rumore, è distaccato; non c'è contatto. Non senti la vita che esce fuori dalla tua vittima.»(1)

Milano, fine anni '70; finito in carcere per un drammatico errore giudiziario, un ragazzo qualunque, -uno che non è mai stato uno “stinco di santo”(2), ma del tutto innocente per quanto riguarda il reato contestatogli- si trasforma in un temibile bandito.
Uscito da San Vittore, l'“università del crimine”, con la momentanea approvazione di due pezzi grossi della mala, il ragazzo comincia a mettere a ferro e fuoco le strade della Milano di Cavallero e Vallanzasca, di Lutring, Epaminonda e Turatello; la scerbanenchiana “Milano calibro 9”; quella di “Stazione centrale ammazzare subito” e de “La mala ordina”. I suoi contemporanei lo consoceranno come “Hurricane”.

Capo di Ponte Emilia -ultimo baluardo lombardo prima del confine emiliano e paese d'origine di Enrico Radeschi-, oggi.
Quando il corpo senza vita della giovane Giulia viene ritrovato -intriso di sangue, “riverso su un giaciglio di paglia, vicino a una mangiatoia”(3), la gola squarciata da un kirpan- in una delle stalle dell'azienda agricola paterna, la popolazione, sobillata dal bieco Ghezio, politicante di un partito che pretende di “discendere dai celti”, non ha dubbi: il colpevole è Vikram Singh, Sikh impiegato come mungitore, con il quale la ragazza aveva allacciato una chiacchierata relazione.
I sospetti dei paesani sembrano confermati dall'improvvisa scomparsa dell'indiano; ma mentre gli inquirenti, caldamente invitati ad “arrestare Sandokan” da un questore tutt'altro che illuminato, si dedicano alle indagini, un'automobile con i sedili sporchi di sangue viene ritrovata, abbandonata, subito fuori dal paese...


“L'uomo della pianura”, ultimo romanzo del ciclo dedicato al giornalista e hacker Enrico Radeschi, è costruito secondo un'alternanza di brani che ricorda il montaggio cinematografico incrociato, alludendo così, fin dai primi paragrafi, al ricongiungimento finale(4) delle due vicende.
Alla momentanea opposizione tra i due casi (e tra i due piani temporali), fa eco l'alternanza dei registri linguistici: da un lato il racconto di Hurricane, espresso in prima persona, con un lungo discorso indiretto libero che ricorda le voci fuoricampo di tanti flashback cinematografici, dall'altro le avventure di Radeschi, riportate in terza persona, con focalizzazione esterna, uso del discorso diretto e toni lampantemente ironici, che si spingono, qua e là, fino alla satira (politica, come nel caso del già citato Ghezio, o di costume, come nell'incontro-scontro del giornalista con l'eccentrica scrittrice “Santina Croce”...). A questa seconda opposizione, stilistica, assolutamente centrale e strettamente funzionale alla costruzione di precisi effetti narrativi(5), se ne aggiungono altre, tematiche -dall'alternativa città/paese a quella uso/rifiuto della tecnologia (Radeschi e Delia/Hurricane), cinismo/idealismo (Radeschi/Delia) ecc.- che arricchiscono un romanzo misurato, privo di punti morti, spesso piacevolmente ironico, straripante di citazioni(6), popolato da personaggi simpatici e ben costruiti(7).
Un romanzo che si riappropria della mitologia legata alla “mala” italiana (e lo fa con garbo e cautela), per chiudersi, poi, con un inatteso, amaro, finale, pienamente coerente con le regole del noir classico...

Il romanzo “L'uomo della pianura”, di Paolo Roversi, è edito in Italia da Mursia.



(1)Paolo Roversi, “L'uomo della pianura”, Mursia, Milano 2009, p. 28.
(2)Ivi, p. 17
(3)Ivi, pp. 22-23.
(4)Avviene grazie a quel meccanismo “popolare” del riconoscimento dell'dentità celata, che Propp chiama "agnizione".
(5)L'espressione fredda, calcolata, del tutto priva di coloriture emotive “positive”, che caratterizza la storia di Hurricane, restituendo al lettore l'idea della banalità del male, impedisce (o dovrebbe impedire) ogni possibile identificazione, smorzando il fascino di un personaggio dai chiari tratti eroici.
(6) Da Scerbanenco, la cui onnipresenza si fa palpabile nei personaggi di “Mascaranti” e “Lamberto Duca” a Ledesma, da Montalbàn a Izzo, da Bunker a McCarthy, da Gutierrez a Carlotto, al Lansdale di “Rumble Tumble” (evocato attraverso l'inserimento dell'armadillo Gatsby), le citazioni e i rimandi metatestuali di “L'uomo della pianura” non si contano, e, d'altra parte, non sarà un caso, se l'autore è stato soprannominato “Lo Scerbanenco postmoderno”...
(7) Impossibile non menzionare almeno il protagonista Enrico Radeschi -ultima declinazione di quell'eroe tardo-adolescenziale che risale, per tradizione, al Tonio Kroeger e che finisce sempre (giustamente) per conquistare il lettore-, il suo dipendente Diego Fuster, le protagoniste femminili Delia e Carla, e gli esilaranti Betassa e Bellotti.

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Monday, February 22, 2010

Lucia Tilde Ingrosso: Nessuno, nemmeno tu


Annoiati dal clima sanremese, dalle polemiche del pre e del dopo-festival?
Stufi del televoto, espressione della “sovranità” del popolo televisivo e cellular-munito? Ancora increduli riguardo allo scempio di eliminazioni e ripescaggi, e pronti a rispolverare il dubbio nella forma scettico-sanremese del “Se televotando”(1)...?
Disgustati dalla pochezza melodica e tematica della nuova canzone italiana, al punto da voler dimenticare -almeno per un po'- l'intero sistema discografico?
Allora, sentitevi pure liberi di saltare questa recensione e passare ad altro.

Sì, perché Nessuno, nemmeno tu, di Lucia Tilde Ingrosso, trae nutrimento proprio da questo: dall'ambientazione interna ad un settore, quello discografico, pieno di difficoltà, rivalità e lotte, vivo ma non troppo, privo di direzione e velleità artistiche, come si conviene ad una qualunque industria culturale che pretenda di vivere in un paese esteticamente martoriato dalla diffusione di reality e talent show, irrimediabilmente segnato dal trionfo del commercio sul gusto.
Valutazioni morali ed estetico-musicali (inerenti all'ambiente e non al romanzo) a parte, Nessuno, nemmeno tu, è un poliziesco fuori dal coro, un giallo dalle sfumature rosa, di solida costruzione e impianto classico(2), che riesce a portare al centro della scena i protagonisti “buoni” della discografia, esperti e professionisti del settore che ancora credono in ciò che fanno; personaggi come la bella Viola, un tempo aspirante cantante derubata dei sogni tardo-adolescenziali da un marito cinico e super-professionale, o come il talent scout Davide Leonardi, che, pur agendo, da anni, per proprio tornaconto, è rimasto attento alla genuinità e alla novità della produzione artistica dei suoi pupilli.

La storia, narrata in terza persona, con focalizzazione fissa e narratore extradiegetico che riporta, con una certa comprensibile reticenza(3), il punto di vista dei vari personaggi senza mai accorciare le distanze, è apparentemente semplice: quando l'agente e “talent scout” Davide Leonardi viene ucciso, durante la festa di gala per l'anniversario della mitica “Radio Stella”, e la giovane Stefania Dionisi, aspirante cantante, fa la sua comparsa nel privé stipato di vip del "Passion Fruit" -tempio della movida milanese-, sporca di sangue e tremante per lo shock, ogni indagine sembra superflua. Gli inquirenti non aspettano che una confessione; poi, una serie di incongruenze richiamano l'attenzione del commissario Sebastiano Rizzo.
Il poliziotto -che agisce, in ossequio alle convenzioni del genere, un po' contro la volontà del superiore- si trova, così, costretto a gettarsi in un'indagine che vede tra i sospettati la sua vecchia fiamma Viola Alberici, vedova di Ignazio Alberici, “re” dell'industria discografica italiana, e direttrice artistica di una delle maggiori etichette nazionali.
Per risolvere il caso, Rizzo dovrà fare i conti con il suo passato, e chiarire le circostanze del decesso “accidentale”, di Ignazio Alberici, avvenuto al termine dell'edizione 2005 del festival di Sanremo.

Romanzo d'ambientazione, e non d'azione (tratto piuttosto insolito nella nuova narrativa di genere italiana), Nessuno, nemmeno tu, può contare su dialoghi ben scritti, personaggi spesso simpatici a dispetto della loro estrazione sociale elevata (e dei "conseguenti" -sempre per consuetudine del genere- gusti pretenziosi, abitudini costose, ed eccentricità varie(4)) e su diverse buone trovate, che riescono a mantenere viva l'attenzione del lettore.
Da segnalare, come ennesima nota in contro-tendenza, la vena di ottimismo che, quasi del tutto estranea al poliziesco italiano contemporaneo, resta velata per tutto il romanzo, riemergendo solo nell'inatteso (ma giustamente stemperato da una nota di ritrovato realismo) lieto fine: “Un momento di felicità perfetta. Uno di quelli crudelmente destinati a passare subito”.(5)

Raffinato, veloce e piacevolmente classico, Nessuno, nemmeno tu, quarto romanzo di Lucia Tilde Ingrosso (e terzo avente per protagonista Sebastiano Rizzo), è edito da Kowalski.



(1)L'espressione non è mia, ma della scrittrice Darkene F. Dicembre.
(2)Il gusto “classico” del romanzo è rafforzato dalla scelta di inserire, in apertura, l'elenco dei personaggi.
(3)È funzionale alla costruzione dell'effetto sorpresa finale.
(4) Di questi gusti (o vizi?) l'autrice, non a caso giornalista per "Millionaire", sembra avere una conoscenza molto approfondita: si veda, per esempio, la perfetta descrizione dell'arredamento minimal del Passion Fruit...
(5)Lucia Tilde Ingrosso, Nessuno, nemmeno tu, Kowalski, Milano 2010, p. 341.

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Monday, February 15, 2010

Gianni Tetti: I cani là fuori



« Qua tutti leggono la mano. Mi guardo la mano. Non so leggere la mano. Il rumore delle gocce che cadono sul pavimento è rilassante, gocce calde, rumore sordo, è il mio sangue. La mia mano. […] Sento i cani là fuori. I cani più furiosi che abbia mai sentito. Ce l'hanno con me. Sentono il mio odore. Vogliono azzannarmi. Abbaiano, si bagnano, guardano fisso qua, verso di me, verso la porta della stanza numero cinquantasei. Sono predatori pure loro.»(1)

Sardegna, oggi. Da qualche parte, nei dintorni di Alghero, gli avventori di un bar giocano a dadi. Tra loro c'è Indio. Un uomo tranquillo, integrato, uno senza niente da nascondere. Ma uno straniero in panama bianco e maglietta è venuto da molto lontano per cercarlo...
Segnato dalla separazione dei genitori, e convinto dal ticchettare di un ramo su una finestra, un ragazzo commette un efferato delitto.
Un dente appena rotto porta un uomo a rievocare le “tragiche” circostanze della morte del padre.
Per interrompere un interminabile flusso di chiacchiere, un ragazzo uccide una vecchia vicina di casa e la ripone in un congelatore orizzontale.
Asserragliato in una stanza d'albergo di Mumbay, un uomo distrutto dalla gelosia si arrovella nella disperata ricerca di una via di fuga.
Un insospettabile geometra è disposto a tutto pur di salvare l'amata Adela, barista al “Caffè Roma”, dal fidanzamento con l'inaffidabile Marco Russo...
Un aspirante scrittore aspetta “il momento giusto”, quello in cui, buttato finalmente su carta il romanzo di fantascienza che ha tutto lì “nella sua testolina”, raggiungerà la fama. Intanto, tira avanti alla meglio, costringendo due minorenni cinesi a prostituirsi.
Torturato dai sensi di colpa e dall'irrazionale paura di essere battuto, un giovane che per anni ha tentato di sottrarsi all'ira del padre adottivo “diventando invisibile”, vive nei condotti d'aerazione di un edificio universitario.
Un uomo “tranquillo” si piega alla volontà del fidato dobermann Vito, essere parlante e intelligente, a conoscenza di una misteriosa cospirazione aliena.
Finito nelle grinfie di una malvagia colf ucraina, un ricco vedovo volta le spalle ai suoi 12 figli. I ragazzi tentano di cavarsela con un allevamento di maiali, ma, quando le cose vanno storte, non esitano a mettere nei guai l'innocente sorella minore...
Un precisissimo killer pianifica l'omicidio di un trafficante d'avorio.

Il (quasi) trentenne sassarese Gianni Tetti, sceneggiatore e dottorando in storia e critica del cinema, esordisce sulla scena letteraria con una serie di racconti brevissimi, rapidi, surreali, sboccati, inframmezzati da piccoli raccordi(2) senza titolo, ma di per se' segnati da una forte componente unitaria: non si fatica di certo a individuare, dietro i differenti episodi, il tema unico della “crisi del culturale”, dell'insorgere dell'irrazionale, dell'irriflesso, dell'"animalità" incontrollata; quella tendenza alla distruzione che il grande Ernesto de Martino definì, a suo tempo, “nostalgia del nulla”. Per i personaggi di Tetti non vale(3) il discorso -trito e ritrito- sulla fine dei valori nell'era dei consumi, della massificazione e della de-sensibilizzazione mediatica; i suoi personaggi sembrano vivere, piuttosto, in un tempo remoto, precedente: quello delle grandi narrazioni americane che denunciavano -da Caldwell a Faulkner, passando attraverso gli ormai dimenticati racconti di Tennessee Williams- la decadenza dei costumi, la brutalità tipica delle violente zone rurali degli Stati del Sud.
Così, se non esiste in Italia un modello di riferimento(4), i termini di confronto sono da ricercare nella tradizione americana: quella già citata, del sud (e non a caso, una delle poche “tinte” chiaramente riconoscibili nei racconti di Tetti, sia pure filtrata dall'esperienza cinematografica nazionale, è proprio quella western), ma anche, linguisticamente, quella degli anni '70(5), che segna un “recesso” dal linguaggio beat propriamente detto, ormai del tutto privo di punteggiatura, al “semplice” discorso indiretto libero.


L'antologia I cani là fuori, di Gianni Tetti, è edito da Neo Edizioni.



(1)Gianni Tetti, I cani là fuori, Neo Edizioni, Castel di Sangro 2009, p. 85.
(2)Si tratta, in effetti, di piccoli affreschi che servono, oltre che a raccordare i vari episodi, a tratteggiare l'ambiente, a riportare al centro dell'attenzione personaggi secondari, o, a estendere al mondo urbano e continentale, attraverso un'inclusione “televisiva” (cfr pp. 80-81), quella malattia della morale e del senso che altrimenti si potrebbe ritenere appannaggio esclusivo dell'universo rurale/paesano della diegesi.
(3)O “non tanto”, perché in realtà, una pregevole parentesi che porta al centro della scena i falsi miti della moderna società borghese, l'autore se la concede, in quel Il momento giusto arriva che, a modesto parere di chi scrive, costituisce uno dei racconti più riusciti dell'intera antologia.
(4)Non esiste, in Italia, una tradizione del “racconto pulp”; se si eccettuano le (rare) antologie collettive, l'unico antecedente storico di una certa rinomanza è probabilmente costituito da Fango di Ammaniti, opera dalla quale Tetti si allontana profondamente, anche solo per ambientazione.
(5)Meglio resistere alla tentazione di citare l'indimenticato Bukowski; se per la tenue perversione del fantasticare dei personaggi (ma anche, più in generale, per certi passaggi onirici), racconti come E per il resto niente, ricordano le Storie di ordinaria follia, la tecnica di Tetti, che non disdegna affatto l'effetto sorpresa, e che si serve di un vocabolario di immagini (in particolare sacre) strettamente nazionale, è molto diversa da quella osservabile nelle opere della maturità dell'autore di Factotum.

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Friday, January 29, 2010

NonSoloNoir saluta J.D. Salinger

(J.D. Salinger da una copertina del New York Times, 15 Settembre 1961)


Si è spento nella giornata di ieri, 28 gennaio, a Cornish, New Hampshire, cittadina nella quale si era rifugiato, nel 1953, per sfuggire al successo ottenuto con la pubblicazione di Il giovane Holden, il novantunenne scrittore americano J.D. Salinger. Stando alle dichiarazioni del figlio, la morte sarebbe dovuta a cause naturali.
Indiscusso innovatore del romanzo di formazione, con l’indimenticato (e, ahimè, troppo spesso imitato) Giovane Holden, ma anche autore di nove, meravigliosi, racconti, e di una coppia di discreti romanzi brevi, Salinger conduceva da anni una vita ritirata: la sua ultima apparizione pubblica risaliva agli anni ’80, quando, indispettito dal tentativo di pubblicazione della sua biografia non autorizzata In Search of J.D. Salinger, aveva improntato una causa contro l'autore Ian Hamilton (1). L’ultima intervista era invece datata 1974, anno in cui l’autore di Il giovane Holden aveva inaspettatamente accettato di rispondere alle domande di un giornalista del "New York Times".

Salinger lascia i tre romanzi Il giovane Holden (1951), Franny e Zooey (1961) e Alzate l’architrave, carpentieri e Seymour. Introduzione (1963), l'antologia Nove racconti (1953)(2), e, forse, una serie di opere mai pubblicate; in mancanza di dati certi, e rifiutandoci di insinuare -come molti hanno già fatto e stanno facendo- un nesso tra la sua "invisibilità" e il suo successo duraturo, non ci resta che ricordarlo per questo.

(1) La biografia è infine stata pubblicata in edizione rivista, priva delle parti che in origine facevano riferimento a corrispondenza e documenti privati di Salinger. (ed It: Ian Hamilton, In cerca di Salinger, Minimum Fax, Roma 2001).
(2)Tutte le opere di J.D. Salinger sono edite in Italia da Einaudi.

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Monday, January 25, 2010

Vilmos Kondor: Budapest Noir


“Come giornalista di cronaca nera di Az Est, conosceva i mille modi in cui la morte si manifesta molto meglio di quanto avrebbe voluto. Domestiche che si avvelenano con i fiammiferi, che si buttano sotto un tram, barbieri che fanno a pezzi le loro amanti, donne divorziate che si tagliano le vene con un rasoio, garzoni di bottega che si gettano dal ponte Francesco Giuseppe, impiegati gelosi che trafiggono le loro mogli con un coltello da macellaio, uomini d’affari che sparano ai loro concorrenti con un revolver – le possibilità sono infinite, e allo stesso tempo di una deprimente uniformità, poiché la fine è sempre la stessa.” (1)


Budapest, ottobre 1936. Il conservatore Gyula Gömbös è morto, e forse l’Ungheria dovrà rinunciare al sogno di affiancare Germania e Italia nel nascente asse Roma-Berlino. Intanto, mentre l’intera città si perde nei preparativi dei funerali di stato, e le spoglie del defunto primo ministro sono in arrivo da Monaco, Zsigmond Gordon, cronista di nera per il quotidiano “Az Est”, indaga sull’omicidio di una giovane sconosciuta trovata morta, priva di documenti ed effetti personali se non per un “mirjiam”, un piccolo libro di preghiere ebraiche femminili, nella zona malfamata posta all’incrocio tra via Nagydiófa e corso Rákóczi. Per gli uomini della polizia si tratta del semplice omicidio di una prostituta, ma Gordon vuole vederci chiaro: come e perché una giovane ebrea di buona famiglia si ritrova costretta a prostituirsi in una delle zone più squallide della città? Perché l’ispettore capo Vladimir Gellért, che pure nega di essere in possesso di informazioni sul caso, conservava, già prima che il cadavere venisse ritrovato, una foto della giovane vittima?
Aiutato dal nonno medico in pensione e ormai “inventore” di conserve e marmellate a tempo pieno, dall’innamoratissima, valente, illustratrice Krisztina, e dallo spericolato tassista Czöveck, Gordon si muove tra incontri di boxe illegali e quartieri malfamati, riunioni politiche clandestine, squallidi studi fotografici e bordelli di lusso, tra ambiente politico e “alta finanza”, nel tentativo di dipanare l’intricata matassa. Nel farlo, scoprirà che la Budapest di fine anni ’30, oscurata dall’ombra del nazismo, può essere ancora più pericolosa di quanto non lo fosse la natia America nell'era del proibizionismo…

Salutato dai critici come “il primo noir in lingua ungherese”, Budapest Noir, di Vilmos Kondor, è sicuramente il primo noir ungherese tradotto in italiano; la scelta (azzeccatissima) è dovuta alla romana E/o, da sempre in prima linea nella selezione e edizione di testi chiave delle letterature cosiddette “minori” o nascenti, e già responsabile della diffusione, in Italia, del concetto di “noir mediterraneo”.
Giustamente paragonato ai romanzi dell’hard boiled americano, il romanzo di Kondor –primo capitolo di una serie avente per protagonista Gömbös- richiama alla mente, per meccanica e ambientazioni, l’Hammett degli esordi (sarà forse per le pur brevi parentesi pugilistiche, che evocano il classico Piombo e sangue), stemperato con simpatici battibecchi, scene di coppia e interni da sophisticated comedy sullo stile di The thin man nella versione portata sugli schermi da W.S. Van Dyke (L’uomo ombra, 1934, con William Powell e Myrna Loy).
Anche la scelta dei personaggi, dal cronista di nera alla giovane di buona famiglia, dal poliziotto incorruttibile (e forse corrotto…) al titolare di un impero commerciale, è piacevolmente classica, ma i canoni del genere sono rinnovati con tutta la libertà del citazionismo contemporaneo.
Per quanto riguarda l’assunto di base, invece, Budapest Noir è più realista del re, e più hard boiled dell’hard boiled: non solo l’unico, indiscusso, “oggetto di valore” (in senso greimasiano, s’intende), è la verità, e dunque il compito del detective è “morale” (e non “punitivo” o giustizialista), ma la ricerca della “verità” si rivela inutile(2), impedendo al protagonista ogni riappacificazione (3).
Anche da un punto di vista sociale, il romanzo riprende la lezione dell’hard boiled, mettendo in scena un universo globalmente corrotto nel quale le fasce più elevate della popolazione, dal mondo della politica a quello della finanza, risultano brutali, immorali, disoneste, disumane come (o più) delle classi meno abbienti, e il riconoscimento dei punti di contatto tra malavita e alta società è essenziale per la soluzione del caso(4).
La ricostruzione storica, che non si ferma all’evocazione del momento politico molto particolare, ma pervade le descrizioni ambientali, ricche di particolari d’epoca, è fortemente realistica(5) e rafforza un’atmosfera già ben costruita.
La narrazione in terza persona con focalizzazione fissa e stile scarno, veloce, fortemente dialogico, confermano il gusto “classico” di un romanzo solido e retrò, scritto con la libertà e la sicurezza post-moderna, di chi sceglie di accostarsi a un genere ormai dissolto, per indagare con un "linguaggio d'epoca", un passato mai raccontato i cui punti di contatto con il presente sono assolutamente evidenti...

Il romanzo Budapest Noir, di Vilmos Kondor, è proposto ai lettori italiani da E/o.



(1)Vilmos Kondor, Budapest Noir, traduzione di Laura Sgarioto, E/o, Roma 2009, p. 18.
(2)Se non per quel collaterale effetto giustizialista, che, si è detto, al detective non interessava affatto.
(3) Tant’è vero che, sul finire del romanzo, l’amareggiato Gordon così si rivolge ad un giovane giornalista «Si ricordi che il suo compito è scrivere ciò che è successo […] Scoprire il perché non è affar suo». (Ivi, p. 263).
(4)L’esempio più noto e lampante di questa tendenza dell’hard boiled, che mette in crisi la normale, rigida distinzione sociale in gioco nel giallo classico (all’interno del quale, come è noto, solo aristocrazia e alta borghesia avevano diritto ad una rappresentazione attiva, e i personaggi d’estrazione popolare trovavano spazio, al più, come comprimari), rivelando la corruzione delle classi dirigenti, è probabilmente rintracciabile nel capolavoro chandleriano Il grande sonno. Questa scoperta, che oggi suona forse scontata e banale, è forse una delle maggiori conquiste dell’hard boiled.
(5)O almeno così sembra “a sensazione”, e gli editori ungheresi confermano: «Kondor è stato estremamente meticoloso nelle sue ricerche. Ha controllato ogni fatto, pescando da articoli e giornali contemporanei ai fatti narrati – si è spinto fino a includere dei passaggi di storie pubblicate all’epoca» (http://www.budapestnoir.hu/eng/edit.html, traduzione mia).

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Thursday, January 07, 2010

Rachid Djaïdani: Viscerale. Un grido dalle banlieue


Primo agosto. I primi raggi di sole incendiano un immenso quartiere di periferia, il più sballato del territorio gallico. Inaugurato trent’anni fa, non ha denominazione controllata, niente etichetta, niente annata. Qui i ratti indossano completi di teflon. Gli scarafaggi fanno smurf sulle scie degli sputi. I pit-bull tirano piste di coca prima di azzannare i marmocchi. Il cemento ha l’herpes curato con il Kärcher, i fili spinati l’AIDS e la dichiarazione dei Diritti dell’Uomo è una barzelletta che circola sottobanco.”(1)

Parigi, oggi. per le vie di una periferia urbana mestamente multiculturale, nella quale ogni sogno di rivalsa si riduce, nella migliore delle ipotesi, a un miraggio lontano, che aiuta a tirare avanti finché non ci si scontra con una realtà fatta di porte chiuse e cemento armato, il ventitreenne Lies, comproprietario di un quasi fatiscente call-center, coltiva il pugilato agonistico come unica via di fuga dal ghetto. Presentendo la fine della carriera -annunciata, in maniera via via più sfacciata, dall’emergere di un invadente problema agli occhi -, e convinto delle potenzialità di altri giovani avanzi di banlieue, piccoli fantasmi di un passato non troppo lontano, il pugile si è messo a insegnare la noble art all’interno della palestra del quartiere e in carcere. E i ragazzi, una squadra intera di giovani pugili “arrabbiati”, hanno deciso di seguirlo: quelli dentro dedicandosi anima e corpo agli allenamenti, quelli fuori preparandosi per il debutto sul ring, a Marsiglia, in un'importante competizione ufficiale.
Ma il già citato scontro(2) con la dura realtà è dietro l’angolo: quando l’evento di Marsiglia viene cancellato, l’ira dei ragazzi si rovescia sull’allenatore; intanto, il call-center è messo letteralmente sottosopra, la palestra è resa inservibile, e il suicidio di uno dei carcerati provoca l’immediata sospensione del corso. Lies si ritrova improvvisamente privo di ogni prospettiva futura: l'incontro (fortuito) con la responsabile di un casting cinematografico sembra l'unico evento in grado di sottrarlo alla sua condizione... ma il destino è sempre in agguato.

Scritto con una libertà lessicale che “complica”(3) dialoghi e descrizioni, imponendosi, però come insuperabile garanzia di realismo, straripante di immagini “pop” e pubblicità, ritmi hip-hop e fortunate trovate antirazziste, stile cinematografico e ammiccamenti vari(4), Viscerale. Un grido dalle banlieue, terzo romanzo (ma primo ad approdare nelle librerie italiane) del trentaseienne ex muratore, ex boxeur, attore e regista Rachid Djaïdani, riesce a combinare una serie di noti clichés del genere (quasi tutti di origine americana), in una narrazione nerissima, credibile, mai scontata, di grande impatto, che conquista, dopo lo sconforto linguistico iniziale(5), anche i lettori più scettici, mantenendoli incollati alla pagine fino al tragico, imprevedibile epilogo.

Il romanzo Viscerale. Un grido dalle banlieue, di Rachid Djaïdani, è proposto ai lettori italiani da Giulio Perrone editore.




(1)Rachid Djaïdani: Viscerale. Un grido dalle banlieue, traduzione di Ilaria Vitali, Giulio Perrone Editore, Roma 2009, p. 5.
(2)Superficiale e scontato, forse, ma quasi d’obbligo, citare, qui, la celeberrima linea di dialogo “L'important c'est pas la chute...C'est l'atterrissage”, tratta dal film La Haine, di Mathieu Kassovitz, che il romanzo Djaïdani richiama alla mente per atmosfere e morale…
(3)L’interpretazione non è sempre agevole, ma in fondo è giusto così: solo scegliendo una lingua sgrammaticata, orale, “anarchica”, gergale (ma in maniera quasi mai compiaciuta), attuale, mimetica, presa direttamente dalla strada, l’autore può rendere fedelmente la realtà della banlieue; e, a noi lettori dell’edizione italiana, non resta che fare i complimenti a Ilaria Vitali per la scioltezza della traduzione.
(4)A guardare "dietro il testo", si ritrova, nell'autore, una cultura cinematografica e letteraria che lui stesso sembra restio ad ammettere, per modestia o per snobismo intellettuale.
Notevole, tra le altre, la sequenza finale, che richiama alla mente -ma senza citare- il godardiano Fino all'ultimo respiro.
(5)Ma, d’altra parte, lo stesso si prova attaccando (in lingua) le prime pagine dell’antologia Rope Burns di F.X. Toole, il cui valore è ormai quasi universalmente riconosciuto…

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Thursday, December 17, 2009

James Lee Burke: La ballata di Jolie Blon


«Sono cresciuto negli anni Quaranta, a New Iberia, giù lungo la costa del Golfo, e non ho mai messo in dubbio il modo in cui funzionava il mondo. All’alba, le case coloniali della East Main emergevano dalla nebbia, i portici ornati da colonne e i vialetti dei giardini e le verande umide di rugiada, i camini e i tetti d’ardesia segnati dolcemente dai rami delle querce che come un arco coprivano tutta la strada. Le carcasse delle navi affondate della Marina americana giacevano sui fianchi a Pearl Harbor e le stelle di servizio erano appese alle finestre di tutta New Iberia. Ma sulla East Main, nel chiarore illusorio dell’alba, l’aria era carica del profumo dei fiori notturni e dei licheni che crescevano sulla pietra umida, e dell’odore fecondo del bayou Teche, e anche se una stella di servizio d’oro era stata appesa alla finestra di una grande casa a indicare la morte di un membro della famiglia nell’esercito, l’anno avrebbe potuto benissimo essere il 1861 invece del 1942.» (1)

Comincia così La ballata di Jolie Blon, opera tra le più riuscite di James Lee Burke: con l’evocazione di un passato che sembra da tempo dimenticato. Ma la descrizione della Lousiana degli anni ’40, apparentemente paragonabile- avvolta com’è dal comprensibile alone mitico di ogni luogo della memoria- alla terra verde e rigogliosa del 1860, abitata da “bravi cristiani”, patrioti e gentiluomini del sud, non dura molto: concluso un antefatto che poi si rivela tale solo da un punto di vista temporale, perché è quasi scollegato dal seguito, l’autore passa alla “nuova” New Iberia, dipinta in tutta la sua miseria attraverso l’evocazione di un paio di omicidi, quello di una sedicenne di buona famiglia, legata sotto un albero, violentata e uccisa a colpi di fucile, e quello di una prostituta tossicodipendente. La falsa opposizione tra paradisiaco passato e decaduto presente, creata dai capitoli iniziali, ha vita breve: per risolvere il caso, Robicheaux dovrà distogliere lo sguardo dal giovane, dolente bluesman Tee Bobby Hulin, presunto assassino delle due donne, per guardare indietro; e, nel farlo, non solo rivaluterà (svaluterà?) il passato, sistemando vecchi ricordi irrisolti e afferrando meccanismi vigenti (ma per lui incomprensibili) all’epoca della sua infanzia, ma si troverà ad affrontare un temibile superstite: il vecchio schiavista Legion(2) Guidry, emanazione prima del "male assoluto".
E mentre lo scontro si fa duro, e gli assalti del diabolico Guidry diventano diretti e violenti, Robicheaux deve tentare di mantenere sotto controllo una banda di mafiosi italiani imparentati con la prostituta uccisa, accorsi in città per indagare “in proprio”...

Il romanzo procede inesorabile, incidente dopo incidente, verso un “biblico” finale, e, intanto, quello che balza fuori dalle pagine, nel confronto serrato tra ferite passate e cicatrici presenti, tra antiche brutture e moderne crudeltà, è una profonda verità morale, un discorso sul male(3), sulla sua esistenza e immutabilità; una riflessione che Burke affronta con grande serietà, senza concedere al suo personaggio nessun tipo di scorciatoia(4): così, grazie a una prospettiva fideistica popolar-hollywoodiana, à l'Américaine (è solo per merito del “soprannaturale” aiuto di un angelo straccione, che la vicenda si risolve positivamente)(5), l'autore può permettersi di chiudere senza introdurre un facile lieto fine e senza contrapporre una "violenza giusta" a quella, insopportabile del vecchio Legion(6).

Il romanzo La ballata di Jolie Blon di James Lee Burke, edito da Meridiano Zero, è stato recentemente riproposto ai lettori italiani in edizione rivista e aggiornata, nell’ottima traduzione di Matteo Curtoni e Maura Parolini.



(1) James Lee Burke, La ballata di Jolie Blon, Meridiano Zero, Padova 2009, p. 5.
(2) Il nome del personaggio contiene un chiaro riferimento al Vangelo di Marco che, nel corso della narrazione, si fa sempre più esplicito. Recita Marco: “Intanto giunsero all'altra riva del mare, nella regione dei Gerasèni. Come scese dalla barca, gli venne incontro dai sepolcri un uomo posseduto da uno spirito immondo. Egli aveva la sua dimora nei sepolcri e nessuno più riusciva a tenerlo legato neanche con catene, perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva sempre spezzato le catene e infranto i ceppi, e nessuno più riusciva a domarlo. Continuamente, notte e giorno, tra i sepolcri e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre. Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi, e urlando a gran voce disse: "Che hai tu in comune con me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!". Gli diceva infatti: "Esci, spirito immondo, da quest'uomo!". E gli domandò: "Come ti chiami?". "Mi chiamo Legione, gli rispose, perché siamo in molti". E prese a scongiurarlo con insistenza perché non lo cacciasse fuori da quella regione. Ora c'era là, sul monte, un numeroso branco di porci al pascolo. E gli spiriti lo scongiurarono: "Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi". Glielo permise. E gli spiriti immondi uscirono ed entrarono nei porci e il branco si precipitò dal burrone nel mare; erano circa duemila e affogarono uno dopo l'altro nel mare”. (Marco, 5:1 – 5:12).
(3)Il discorso non manca di qualche riflessione politica volutamente ingenua: sembra, a tratti, che i "ricchi" siano necessariamente "cattivi", e di converso (e in maniera altrettanto falsa) che tutti i "poveri" siano "buoni". I brani che danno questa impressione, che paiono semplificare una situazione difficilissima, nella quale le tracce di problemi sociali (si pensi alla questione razziale) vecchi o contemporanei si fondono alle colpe personali (antiche e presenti) in maniera inesplicabile, testimoniano in realtà perfettamente i travagli di Robicheaux, personaggio sempre in bilico, al confine tra granitico moralismo cristiano-americano "di destra" e attenzione alle vittime, tra senso del dovere da sbirro "duro" e cristiana (stavolta in senso positivo) comprensione e attenzione per gli "ultimi".
(4) In effetti, le ultime pagine lasciano intendere un possibile ricorso di Robicheaux alle maniere forti (cfr. p. 348), ma il provvidenziale intervento di Sal permette al protagonista di arrivare “immacolato” alla fine del romanzo. Lo stratagemma, lontano dai normali modi del romanzo nero, non stona con il finale “soprannaturale”; d’altra parte, il riferimento biblico, raro nella letteratura poliziesca, è un elemento centrale della grande letteratura degli stati del sud, da Flannery O’Connor a Faulkner, da Caldwell a Carson McCullers, e così via fino a McCarthy (tutti autori che Burke dimostra di aver letto e amato, e che si affacciano con prepotenza da alcune sue pagine)…
(5) Ed è quasi sorprendente che la figura stracciata e dolente del folle angelo-reduce non tolga nulla alla vicenda, ma contribuisca alla sua perfezione...
(6)Ben altra era la conclusione del più recente e meno riuscito L'urlo del vento...

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