Thursday, December 17, 2009

James Lee Burke: La ballata di Jolie Blon


«Sono cresciuto negli anni Quaranta, a New Iberia, giù lungo la costa del Golfo, e non ho mai messo in dubbio il modo in cui funzionava il mondo. All’alba, le case coloniali della East Main emergevano dalla nebbia, i portici ornati da colonne e i vialetti dei giardini e le verande umide di rugiada, i camini e i tetti d’ardesia segnati dolcemente dai rami delle querce che come un arco coprivano tutta la strada. Le carcasse delle navi affondate della Marina americana giacevano sui fianchi a Pearl Harbor e le stelle di servizio erano appese alle finestre di tutta New Iberia. Ma sulla East Main, nel chiarore illusorio dell’alba, l’aria era carica del profumo dei fiori notturni e dei licheni che crescevano sulla pietra umida, e dell’odore fecondo del bayou Teche, e anche se una stella di servizio d’oro era stata appesa alla finestra di una grande casa a indicare la morte di un membro della famiglia nell’esercito, l’anno avrebbe potuto benissimo essere il 1861 invece del 1942.» (1)

Comincia così La ballata di Jolie Blon, opera tra le più riuscite di James Lee Burke: con l’evocazione di un passato che sembra da tempo dimenticato. Ma la descrizione della Lousiana degli anni ’40, apparentemente paragonabile- avvolta com’è dal comprensibile alone mitico di ogni luogo della memoria- alla terra verde e rigogliosa del 1860, abitata da “bravi cristiani”, patrioti e gentiluomini del sud, non dura molto: concluso un antefatto che poi si rivela tale solo da un punto di vista temporale, perché è quasi scollegato dal seguito, l’autore passa alla “nuova” New Iberia, dipinta in tutta la sua miseria attraverso l’evocazione di un paio di omicidi, quello di una sedicenne di buona famiglia, legata sotto un albero, violentata e uccisa a colpi di fucile, e quello di una prostituta tossicodipendente. La falsa opposizione tra paradisiaco passato e decaduto presente, creata dai capitoli iniziali, ha vita breve: per risolvere il caso, Robicheaux dovrà distogliere lo sguardo dal giovane, dolente bluesman Tee Bobby Hulin, presunto assassino delle due donne, per guardare indietro; e, nel farlo, non solo rivaluterà (svaluterà?) il passato, sistemando vecchi ricordi irrisolti e afferrando meccanismi vigenti (ma per lui incomprensibili) all’epoca della sua infanzia, ma si troverà ad affrontare un temibile superstite: il vecchio schiavista Legion(2) Guidry, emanazione prima del "male assoluto".
E mentre lo scontro si fa duro, e gli assalti del diabolico Guidry diventano diretti e violenti, Robicheaux deve tentare di mantenere sotto controllo una banda di mafiosi italiani imparentati con la prostituta uccisa, accorsi in città per indagare “in proprio”...

Il romanzo procede inesorabile, incidente dopo incidente, verso un “biblico” finale, e, intanto, quello che balza fuori dalle pagine, nel confronto serrato tra ferite passate e cicatrici presenti, tra antiche brutture e moderne crudeltà, è una profonda verità morale, un discorso sul male(3), sulla sua esistenza e immutabilità; una riflessione che Burke affronta con grande serietà, senza concedere al suo personaggio nessun tipo di scorciatoia(4): così, grazie a una prospettiva fideistica popolar-hollywoodiana, à l'Américaine (è solo per merito del “soprannaturale” aiuto di un angelo straccione, che la vicenda si risolve positivamente)(5), l'autore può permettersi di chiudere senza introdurre un facile lieto fine e senza contrapporre una "violenza giusta" a quella, insopportabile del vecchio Legion(6).

Il romanzo La ballata di Jolie Blon di James Lee Burke, edito da Meridiano Zero, è stato recentemente riproposto ai lettori italiani in edizione rivista e aggiornata, nell’ottima traduzione di Matteo Curtoni e Maura Parolini.



(1) James Lee Burke, La ballata di Jolie Blon, Meridiano Zero, Padova 2009, p. 5.
(2) Il nome del personaggio contiene un chiaro riferimento al Vangelo di Marco che, nel corso della narrazione, si fa sempre più esplicito. Recita Marco: “Intanto giunsero all'altra riva del mare, nella regione dei Gerasèni. Come scese dalla barca, gli venne incontro dai sepolcri un uomo posseduto da uno spirito immondo. Egli aveva la sua dimora nei sepolcri e nessuno più riusciva a tenerlo legato neanche con catene, perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva sempre spezzato le catene e infranto i ceppi, e nessuno più riusciva a domarlo. Continuamente, notte e giorno, tra i sepolcri e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre. Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi, e urlando a gran voce disse: "Che hai tu in comune con me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!". Gli diceva infatti: "Esci, spirito immondo, da quest'uomo!". E gli domandò: "Come ti chiami?". "Mi chiamo Legione, gli rispose, perché siamo in molti". E prese a scongiurarlo con insistenza perché non lo cacciasse fuori da quella regione. Ora c'era là, sul monte, un numeroso branco di porci al pascolo. E gli spiriti lo scongiurarono: "Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi". Glielo permise. E gli spiriti immondi uscirono ed entrarono nei porci e il branco si precipitò dal burrone nel mare; erano circa duemila e affogarono uno dopo l'altro nel mare”. (Marco, 5:1 – 5:12).
(3)Il discorso non manca di qualche riflessione politica volutamente ingenua: sembra, a tratti, che i "ricchi" siano necessariamente "cattivi", e di converso (e in maniera altrettanto falsa) che tutti i "poveri" siano "buoni". I brani che danno questa impressione, che paiono semplificare una situazione difficilissima, nella quale le tracce di problemi sociali (si pensi alla questione razziale) vecchi o contemporanei si fondono alle colpe personali (antiche e presenti) in maniera inesplicabile, testimoniano in realtà perfettamente i travagli di Robicheaux, personaggio sempre in bilico, al confine tra granitico moralismo cristiano-americano "di destra" e attenzione alle vittime, tra senso del dovere da sbirro "duro" e cristiana (stavolta in senso positivo) comprensione e attenzione per gli "ultimi".
(4) In effetti, le ultime pagine lasciano intendere un possibile ricorso di Robicheaux alle maniere forti (cfr. p. 348), ma il provvidenziale intervento di Sal permette al protagonista di arrivare “immacolato” alla fine del romanzo. Lo stratagemma, lontano dai normali modi del romanzo nero, non stona con il finale “soprannaturale”; d’altra parte, il riferimento biblico, raro nella letteratura poliziesca, è un elemento centrale della grande letteratura degli stati del sud, da Flannery O’Connor a Faulkner, da Caldwell a Carson McCullers, e così via fino a McCarthy (tutti autori che Burke dimostra di aver letto e amato, e che si affacciano con prepotenza da alcune sue pagine)…
(5) Ed è quasi sorprendente che la figura stracciata e dolente del folle angelo-reduce non tolga nulla alla vicenda, ma contribuisca alla sua perfezione...
(6)Ben altra era la conclusione del più recente e meno riuscito L'urlo del vento...

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Thursday, September 11, 2008

L- James Lee Burke: L’urlo del vento

2005. Mentre l’uragano Katrina impazza per le vie di New Orleans, quattro piccoli criminali si aggirano per le strade allagate su una barca rubata (a un prete cattolico morfinomane)(1) e saccheggiano le case evacuate. Ignari di trovarsi nella villa del temibile Sidney Kovick i balordi rubano contanti, droga e pietre preziose, ma, mentre tentano la fuga, una fucilata proveniente dal lato opposto della strada uccide due di loro e costringe gli altri a nascondere la refurtiva e separarsi.

In fuga dalla polizia, da un gangster intenzionato a recuperare i diamanti, e da un paio di personaggi inquietanti e misteriosi, i due superstiti si muovono senza speranza sullo sfondo di una New Orleans distrutta.

Dave Robicheaux, reduce del Vietnam, ex poliziotto, ex alcolizzato, assistente dello sceriffo di New Iberia, è chiamato a indagare sulla fucilata che ha ucciso i due ladri, e intanto cerca, tra le macerie di New Orleans, un amico scomparso…


In Italia non si rilegge più, né si correggono bozze, e la cosa è lampante, altrimenti non si spiegherebbero frasi come “Gli misi le braccia attorno alle spalle, appoggiandole una mano sul collo”(2), “E’ questo che gli [le] ha insegnato sua madre? A non tenere le mani sporche?”(3) e addirittura “Si alzò e si avvicinò all’uscio e cercò di poter sbirciare attraverso uno dei pannelli ricurvi della parte superiore senza essere vista dalla persona che si trovava all’esterno”(4), leggibili nell’ultimo romanzo di James Lee Burke, ma questa scarsa attenzione ai “particolari” non si riflette certo sul prezzo dei libri(5).

Se L’urlo del vento, tanto amato in America, non convince, non è tuttavia solo per colpa della traduttrice italiana Nicoletta Brazzelli(6): l’intreccio è pesante, macchinoso, largamente prevedibile; il ritmo va spesso smarrito, l’azione è incostante, imprecisa. La descrizione dell’uragano e dei suoi effetti, che sul principio sembra interessante, finisce per occupare una parte troppo ampia del romanzo. Robicheaux è diventato, negli anni, un vecchio bacchettone indeciso e quasi inetto al quale nulla (o quasi nulla) resta della gloria passata. Le pagine sono attraversate da un insopportabile pasticcio di patriottismo, fanatismo cristiano e ignoranza geopolitica tipica degli americani; le memorie dell’11 settembre (nel romanzo diviene, per opera della traduttrice, il 9 settembre) si confondono con quelle di New Orleans colpita dall’uragano Katrina (chissà in che modo i terroristi avranno imparato a dirigere le tempeste…), e  la città distrutta viene poi paragonata a Baghdad (quindi chissà, forse anche gli americani hanno ottenuto il controllo sugli elementi...); l’ignoranza, la grossolaneria, il provincialismo che segnano alcuni brani del romanzo, sembrano ispirati da Bush in persona...

I bei personaggi comprimari e la penna di Burke (non del tutto spuntata, ma neanche al massimo della forma e in più al servizio di una morale insopportabile), non bastano a salvare un romanzo deludente sotto ogni altro aspetto.


Sconsigliato a tutti; consigliato in versione originale a chi proprio non possa fare a meno di leggerlo.

 

Edito in Italia da Fanucci, L’urlo del vento è il primo romanzo di Burke pubblicato dalla casa editrice romana (in precedenza le avventure di Robicheaux erano uscite nella serie dei Gialli Mondadori, erano state pubblicate da Baldini e Castoldi e recentemente riproposte dalla padovana Meridianozero).

 


(1) La grande qualità di James Lee Burke è forse il saper creare personaggi che, appena tratteggiati, restano vivamente impressi nella mente dei lettori.

(2)James Lee Burke, L’urlo del vento, Fanucci, Roma 2008, p. 293 (corsivo nostro).

(3)Ivi, p. 317 (corsivo nostro).

(4)Ivi, p. 333 (corsivo nostro).

(5) L’urlo del vento, che tradisce fin dalla veste grafica il suo carattere di mattone da spiaggia riciclabile come spessore per la gamba zoppa d’un tavolo o di una sedia, è in commercio per la modica somma di 18,50 Euro.

(6)Responsabile delle sviste e degli strafalcioni che turbano la coscienza linguistica del lettore (non si intravede la linea di demarcazione tra sgrammaticatezza, voluta, dei dialoghi e errore logico/grammaticale nato nella traduzione) Nicoletta Brazzelli è evidentemente ignara della pessima qualità del suo lavoro, pospone infatti all’opera una pignolissima Nota del traduttore(pp. 435-438)…

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Saturday, January 12, 2008

L-James Lee Burke: Pioggia al neon

Bayou Teche, Lousiana; Dave Robicheaux, poliziotto di New Orleans tornato per un viaggetto di piacere nei luoghi della sua infanzia, rinviene il cadavere di una giovane prostituta di colore apparentemente affogata nella palude. La ragazza, Lovelace Deshotels, ha le braccia segnate da infiniti buchi e cicatrici; Robicehaux, commosso e rattristato dal ritrovamento, ma fuori giurisdizione, passa il caso alle autorità locali.Tornato a New Orleans, l’agente si mantiene in contatto con lo sceriffo di New Iberia, incaricato di far luce sulla faccenda, ma ben presto scopre che il caso Deshotels è stato chiuso senza ulteriori indagini; intanto la soffiata di un condannato a morte lo mette in guardia: se continuerà a indagare sulla ragazza dovrà vedersela con i colombiani…


“Pioggia al neon”, ambientato in zone "periferiche" (e quindi apparentemente escluse dal meccanismo di omologazione che ha coinvolto tutte le grandi metropoli), entra a pieno titolo nella recente ma consolidata tradizione del romanzo nero “rurale” americano, anche se, tra le pagine, l’ispirazione cinematografica (si tende a figurarsi Robicheaux come un Callaghan in versione Cajun, cinico ma incorruttibile, duro ma onesto ecc., e anche le scene d’azione hanno un taglio da action movie anni ’80...) sovrasta e anzi quasi cancella i pochi echi della grande letteratura degli stati del sud. Ambientato in luoghi descritti in maniera sommaria (1), anche se spesso con gusto , popolato da personaggi i cui sentimenti non sono sempre ben chiari, pronto a venire a patti con i lettori a qualunque livello (le due o tre scene di sesso che coinvolgono il protagonista Dave e la quasi-sconosciuta Annie, descritte con il fare ispirato e originale dei romanzi rosa di penultima categoria, si leggono con imbarazzo, e quasi riescono a rovinare un romanzo per il resto discreto, i ricordi d'infanzia del protagonista sembrano inseriti a forza ecc...), ma comunque scorrevole e gradevole nello svolgimento, “Pioggia al neon” non è un miracolo stilistico e non merita certo di essere paragonato a “L’ultimo vero bacio” di Crumley, “Non è un paese per vecchi” di McCarthy e altre perle del genere, ma forse neppure di essere lasciato a prendere la polvere sugli scaffali di una libreria…

Il personaggio di Dave Robicheaux è stato interpretato da Alec Baldwin nel film “I prigionieri del paradiso”(diretto da Phil Joanou, 1996 ); l’uscita di “Nella nebbia elettrica” diretto da Bernard Tavernier (Robicheaux sarà intepretato da Tommy Lee Jones) è prevista negli Usa per il 2008.

“Pioggia al Neon” di James Lee Burke, e tutti i romanzi del ciclo di Robichaux, sono in corso di ripubblicazione per Meridiano Zero.


(1)Peccato che la città venga evocata in maniera così imprecisa (attraverso gli odori della cucina Cajun o tramite alcune discrete descrizioni ambientali che tendono a perdersi dietro al ritmo frenetico dell’azione ), anche perché, quelli di noi che New Orleans non l’hanno vista, oramai non potranno più farlo…

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