Thursday, November 13, 2008

L- Charles Willeford: Miami Blues

Freddy Frenger Junior, “brillante psicopatico californiano”(1) appena uscito dal carcere di San Quentin, arriva a Miami con una valigia piena zeppa di abiti da donna e una collezione di carte di credito e documenti rubati.

È deciso a darsi da fare finché possibile, tanto è sicuro che prima o poi finirà per tornare in galera.

Unitosi alla giovane Susan Waggoner, studentessa e prostituta, Freddy porta a termine una serie di “lavoretti”, ma l’arrivo dello sbirro Hoke Mosley, occupato nel caso dell’omicidio del fratello della ragazza, un Hare Krishna/truffatore, morto d’infarto dopo essersi fatto rompere un dito da un energumeno appena sbarcato all’aeroporto di Miami, lo metterà sul chi vive(2).

Deciso a godersela ancora per un po’, Frenger da una lezione a Mosley, mandandolo all’ospedale, e riprende i suoi furtarelli, ma, proprio sul punto di portare a termine un grosso colpo in una gioielleria, qualcosa nel rapporto con la sua complice si incrina e il poliziotto, appena uscito dalla convalescenza, è già sulle sue tracce…


Scritto nel 1984 da un autore ormai sessantacinquenne dal passato travagliato (fughe dalla casa materna, arruolamento nell’esercito prima dell’età consentita, una marea di lavori temporanei…), amato da Quentin Tarantino (che ha dedicato a questo romanzo Pulp Fiction, e che all’autore fa spesso riferimento come modello imprescindibile del noir moderno), salutato da Elmore Leonard come “hot stuff”, roba che scotta, Miami Blues è un perfetto esempio di quello che il thriller americano moderno dovrebbe essere e che tanto spesso non è: avvincente, ben scritto, scarno, ironico, capace di gettare uno sguardo distaccato, ma ben informato, sulla società contemporanea.

Intrattenimento allo stato purissimo.


Dal romanzo Miami Blues di Charles Willeford, primo capitolo della serie di avventure aventi per protagonista il detective Mosley, è stato tratto l’omonimo film diretto da George Armitage ed interpretato da Alec Baldwin (Freddy), Jennifer Jason Leigh (Susan) e Fred Ward (Hoke Mosley).


Il romanzo Miami Blues di Charles Willeford è edito in Italia da Marcos y Marcos.




(1) Charles Willeford, Miami Blues, Marcos y Marcos, Milano 2003, p. 13.

(2) Anche perché, come il lettore già sa, ma i personaggi lo scopriranno solo in seguito, l’energumeno in questione è proprio Freddy Frenger Junior…

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Saturday, January 12, 2008

L-James Lee Burke: Pioggia al neon

Bayou Teche, Lousiana; Dave Robicheaux, poliziotto di New Orleans tornato per un viaggetto di piacere nei luoghi della sua infanzia, rinviene il cadavere di una giovane prostituta di colore apparentemente affogata nella palude. La ragazza, Lovelace Deshotels, ha le braccia segnate da infiniti buchi e cicatrici; Robicehaux, commosso e rattristato dal ritrovamento, ma fuori giurisdizione, passa il caso alle autorità locali.Tornato a New Orleans, l’agente si mantiene in contatto con lo sceriffo di New Iberia, incaricato di far luce sulla faccenda, ma ben presto scopre che il caso Deshotels è stato chiuso senza ulteriori indagini; intanto la soffiata di un condannato a morte lo mette in guardia: se continuerà a indagare sulla ragazza dovrà vedersela con i colombiani…


“Pioggia al neon”, ambientato in zone "periferiche" (e quindi apparentemente escluse dal meccanismo di omologazione che ha coinvolto tutte le grandi metropoli), entra a pieno titolo nella recente ma consolidata tradizione del romanzo nero “rurale” americano, anche se, tra le pagine, l’ispirazione cinematografica (si tende a figurarsi Robicheaux come un Callaghan in versione Cajun, cinico ma incorruttibile, duro ma onesto ecc., e anche le scene d’azione hanno un taglio da action movie anni ’80...) sovrasta e anzi quasi cancella i pochi echi della grande letteratura degli stati del sud. Ambientato in luoghi descritti in maniera sommaria (1), anche se spesso con gusto , popolato da personaggi i cui sentimenti non sono sempre ben chiari, pronto a venire a patti con i lettori a qualunque livello (le due o tre scene di sesso che coinvolgono il protagonista Dave e la quasi-sconosciuta Annie, descritte con il fare ispirato e originale dei romanzi rosa di penultima categoria, si leggono con imbarazzo, e quasi riescono a rovinare un romanzo per il resto discreto, i ricordi d'infanzia del protagonista sembrano inseriti a forza ecc...), ma comunque scorrevole e gradevole nello svolgimento, “Pioggia al neon” non è un miracolo stilistico e non merita certo di essere paragonato a “L’ultimo vero bacio” di Crumley, “Non è un paese per vecchi” di McCarthy e altre perle del genere, ma forse neppure di essere lasciato a prendere la polvere sugli scaffali di una libreria…

Il personaggio di Dave Robicheaux è stato interpretato da Alec Baldwin nel film “I prigionieri del paradiso”(diretto da Phil Joanou, 1996 ); l’uscita di “Nella nebbia elettrica” diretto da Bernard Tavernier (Robicheaux sarà intepretato da Tommy Lee Jones) è prevista negli Usa per il 2008.

“Pioggia al Neon” di James Lee Burke, e tutti i romanzi del ciclo di Robichaux, sono in corso di ripubblicazione per Meridiano Zero.


(1)Peccato che la città venga evocata in maniera così imprecisa (attraverso gli odori della cucina Cajun o tramite alcune discrete descrizioni ambientali che tendono a perdersi dietro al ritmo frenetico dell’azione ), anche perché, quelli di noi che New Orleans non l’hanno vista, oramai non potranno più farlo…

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Thursday, April 26, 2007

C- Robert De Niro: The Good Sheperd (L’ombra del potere)


Edward Bell Wilson è un brillante studente; figlio di un ex militare (suicidatosi per motivi apparentemente inspiegabili nel ‘29) viene contattato dall’FBI per indagare su un professore di poesia filonazista arrivato, non si sa come, all’università di Yale.
Portata a termine con successo l’operazione, il giovane Wilson entra a far parte degli skull and bones (curiosa loggia massonica con base a Yale nella quale si trovano politici, senatori, militari di alto grado…(1)); proprio durante una festa degli Skull and Bones Edward viene contattato dal generale Sullivan (Robert De Niro purtroppo poco presente sullo schermo) che lo invita a far parte dell’ OSS (il famoso Office of Secret Service creato da Roosvelt nel 1942) inviandolo in Europa.
Wilson, sposato di recente passerà il periodo della guerra a Londra per poi trasferirsi a Berlino, il tutto senza mai tornare dalla moglie, e dal figlio ancora sconosciuto.
Rispedito negli Stati Uniti, l’agente, ormai più che trentenne, tenta con poche speranze di recuperare i cocci della sua vita familiare, intanto, la CIA è coinvolta in operazioni sempre più rischiose, fino al doloroso scacco della Baia dei Porci…

A 14 anni dall’uscita di Bronx (“A bronx tale”, 1993) Robert De Niro si lancia nella sua seconda prova registica con “The good Sheperd, L’ombra del potere”; per l’operazione sceglie un cast d’eccezione, portando sugli schermi, tra gli altri, Matt Damon(in realtà secondo le dichiarazioni del regista la sua parte doveva essere affidata a Leonardo Di Caprio), Angelina Jolie, Alec Baldwin, Joe Pesci, William Hurt ecc.
Sceneggiato da Eric Roth (già autore di Munich, Forrest Gump, The Insider…), che recupera per l’occasione tematiche alla Le Carré, The good Sheperd rappresenta in maniera fragmentaria e carica di Flash-backs, una porzione di vita dell’agente Edward Bell Wilson, testimone di quegli anni cruciali che vanno dalla nascita dell’ OSS a quella della CIA, dall’ entrata nella guerra fredda al “problema” Castro.

Qualcuno ha lamentato una regia piatta e certamente non illuminata,ma, certo, si può dire che The Good Sheperd costituisca un buon esempio di cinema “classico”(in realtà si intravede l’ombra di Scorsese, d’altronde dominante anche nel precedente “Bronx”, un po’ in tutto, a partire dalla fotografia…) stranamente prodotto nel 2007 a beneficio di spettatori giustamente tediati per l’eccessiva offerta di film post-moderni così pieni di brutture fotografiche e/o montaggistiche.
Il racconto (piuttosto schietto e libero da luoghi comuni, se si considera che il film è prodotto negli U.S.A.) è decisamente credibile, e, a chi lamenti qua e là delle inesattezze, è forse opportuno far notare che materia del racconto non è tanto la storia mondiale, quanto quella personale del lugubre “impiegatuccio” Wilson (assunto a simbolo e rappresentate unico della condizione di vita dell’agente segreto) che, disposto a tutto per aiutare il suo paese, finisce con il perdere se stesso (d’altronde era stato avvisato dal Dr. Fredericks il quale, giusto prima di morire gli consiglia di “trovarsi un’altra occupazione prima di perdere l’anima”…) e i propri affetti.
Senza dubbio uno dei film più interessanti di questa prima parte del 2007.


(1) Sul tema si veda, ad esempio, http://it.wikipedia.org/wiki/Skull_and_Bones

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