Monday, October 27, 2008

C- Woody Allen: Vicky Cristina Barcelona

Le giovane Vicky (Rebecca Hall), calma e posata studentessa americana ad un passo dal matrimonio, decide di concedersi una vacanza-studio dagli zii a Barcellona per terminare una tesi universitaria sull’identità catalana. Accompagnata dall’amica Cristina (Scarlett Johansson), un’aspirante artista impulsiva, estroversa e sempre alla ricerca del grande amore, Vicky si dedica con passione alle bellezze artistiche della città catalana. Quella che sembra destinata ad essere l’ultima estate di spensieratezza di due ragazze ormai a ridosso della trentina si trasforma però in un’esperienza ben diversa quando Vicky e Cristina incontrano il pittore Juan Antonio Gonzalo (Javier Bardem). Innamorate dello stesso uomo, le due ragazze intrecciano una relazione con Juan Antonio, ma la ex-moglie di lui (Penelope Cruz) non è pronta ad allontanarsi, e le cose precipitano fino a rasentare la tragedia…

 

L’intreccio del film, quasi inesistente, è poco interessante, poco credibile, già visto. La morale è quantomeno ambigua. Il ritmo è nullo. Le scene erotiche (occupano venti minuti buoni di pellicola), camuffate dietro inutili sfocature, “ascoltate” in fuoricampo, o interpretate da attori completamente vestiti sono insopportabili. Il doppiaggio è terribile. La recitazione è mediocre, piatta, poco credibile: fa eccezione solo Penelope Cruz, che per una volta convince, anche se forse è solo per il contrasto con un cast formato da attori costosissimi e mediocri…

Belli gli esterni spagnoli, virati sul giallo e sull’arancio, ma certo non valgono il prezzo del biglietto.

Un'opera assolutamente deludente.




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Monday, August 11, 2008

C- Christopher Nolan: Il cavaliere oscuro

L’eccentrico miliardario Bruce Wayne (Christian Bale), di giorno presidente delle potentissime Wayne Enterprises, si trasforma di notte nel tormentato giustiziere Batman.Inviso ad una parte della popolazione, che ne reclama l’arresto a gran voce, ma anche oggetto di una sorta di venerazione da parte di alcuni cittadini volenterosi che si cimentano in improbabili e rischiosi tentativi di emulazione a mano armata, Batman è l’ultima risorsa del dipartimento di polizia di Gotham nella lotta contro la criminalità organizzata.Convinto dell’onestà e dell’integrità del nuovo procuratore distrettuale Harvey Dent (un Aaron Eckart che sembra, per presenza scenica ed aspetto fisico, realmente uscito da un fumetto americano contemporaneo), Wayne è pronto ad appendere la maschera da giustiziere al chiodo per rifugiarsi in una ben meritata legalità, ma la comparsa sulla scena criminale del folle Joker (il compianto Heath Ledger, irresistibile nel suo canto del cigno), e il fallimento di una mega-operazione contro un’improbabile super-organizzazione criminale multiculturale e inter-razziale(1), lo costringono a modificare i suoi progetti…

Il cavaliere oscuro, secondo film del regista Christopher Nolan ispirato alle avventure di Batman, stupisce per la sobrietà (relativa) del montaggio, per l’uso limitato di effetti speciali, per l’accuratezza nella caratterizzazione dei personaggi comprimari, per l’aria naturale della fotografia e per le scelte ambientali azzeccate, e risulta molto più piacevole e riuscito del precedente Batman Begins.
L’intreccio complesso ed articolato coinvolge ed avvince lo spettatore, ma si inceppa nel lungo finale ricadendo nel banale e nel melodrammatico.
Poco convincente più per presenza fisica che per scarsa professionalità (come già in Batman begins del 2005) Christian Bale; ineccepibile, come di consueto Morgan Freeman, e ottime le performance di Gary Oldman e Aaron Eckart.
Un posto a parte merita l’indimenticabile prestazione di Ledger, più crudele e folle di Nicholson nel Batman firmato Tim Burton, nei panni di un “Joker” rinnovato nel look e nello spirito, post-modernamente consapevole dei vincoli indissolubili che lo legano al suo antagonista (avrà letto Moby Dick o si sarà limitato a vedere/ri-vedere Unbreakable – Il predestinato?).

L’aspetto politico dei prodotti d’intrattenimento americani del post-11 settembre merita di essere valutato con cautela: che i parenti delle numerosissime vittime dell’orribile attentato alle torri gemelle non abbiano ancora superato il dolore legato alla perdita dei loro cari è sacrosanto; quello che stupisce è che gli americani non siano ancora riusciti ad elaborare delle risposte culturali adeguate al fenomeno, se non riciclando il solito vecchio stereotipo del giustiziere(2) (maledettamente americano nel senso peggiore del termine) che lavora per l’intera società, e che dunque può permettersi di agire come se davvero il fine giustificasse i mezzi.
Il cavaliere oscuro, contrariamente a quanto si potrebbe inferire dalla locandina (dominata da un grattacielo in fiamme che rimanda esplicitamente alla tragedia dell’11 settembre) si mantiene fortunatamente distante (almeno per la maggior parte del tempo) dalle questioni di bruciante attualità, pur toccando tematiche rischiose come il rapporto tra giustizia e legalità.
Le scivolate sul convenzionale messaggio politico non precludono il buono svolgimento del film, che comunque resta più convincente nella rappresentazione della facile e trita favoletta morale della dualità dell’animo umano (plasticamente rappresentata dal mostruoso “due facce” nell’ultima parte del film, ma evocata fin dal principio nel confronto tra i personaggi di Batman e Gordon da un lato e Dent dall’altro).

Gradevole e ben girato, se pur non esente di alcuni dei nei tipici dell’action movie americano contemporaneo, Il cavaliere oscuro ha giustamente catturato l'attenzione del pubblico.


(1) Si fatica meno ad accettare l’esistenza di un miliardario disposto a passare la notti battendo le strade travestito da pipistrello per attaccare i criminali a mani nude, piuttosto che la collaborazione di gangster di colore, russi, cinesi, italiani all’interno di un’unica, micidiale, organizzazione criminale.
(2) D’altra parte, si chiederanno alfieri e rappresentati dell’america da dimenticare, se il “giustiziere” funziona per la sicurezza interna (il che, ovviamente, è tutto da dimostrare, e bisognerebbe che un giorno, amanti e sostenitori dei vari autoritarismi indicassero, statistiche alla mano, la reale diminuzione della criminalità a fronte dell’aumento delle forze di polizia e dei loro poteri, o della mobilitazione dei singoli cittadini armati…), perché non usarlo anche per le questioni internazionali?

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Saturday, March 29, 2008

C- Sidney Lumet: Onora il padre e la madre

Andrew Hanson (Philip Seymour Hoffman) ha un lavoro di responsabilità presso una grande società immobiliare newyorkese, una bella casa, una moglie attraente (Marisa Tomei) che a lui quasi non interessa più (fanno eccezione i periodi di vacanza, come dimostra l’esplicita sequenza iniziale…), e per allentare la tensione e meglio sopportare responsabilità e senso di vuoto si concede, ogni tanto, un po’ di coca a spese della ditta. Quando gli agenti del fisco rendono nota l’intenzione di ispezionare i conti, Andy, che da anni truffa la società falsificando i libri contabili, convince suo fratello Henry (Ethan Hawke nei panni di un modesto impiegato di poche speranze la cui esistenza è resa insopportabile da una ex moglie alla quale riesce a stento a pagare gli alimenti, una figlia a carico, ed una “bollente” relazione con la bella Marisa Tomei…) a rapinare la piccola gioielleria dei genitori, con l’intenzione di scappare a Rio con l’incasso. Quello che doveva essere un colpo tranquillo va però a rotoli quando mamma Hanson tenta di reagire e lei e il rapinatore (un terzo uomo coinvolto dall’insicuro Henry) ci rimettono le penne…

Ben sceneggiato dall’esordiente Kelly Masterson (ma ritoccato, così si dice in giro, dallo stesso regista), girato in digitale ed in alta definizione (ma con fotografia e colori abbastanza caldi da dare allo spettatore l’impressione di trovarsi di fronte ad una pellicola…) costruito ricorrendo alla scelta stilistica, non troppo originale, di fragmentare l’intreccio e passarlo al pubblico stravolgendo l’ordine cronologico degli eventi (viene in mente il Kubrick di Rapina a mano armata piuttosto che il Tarantino di Pulp fiction (1)), firmato dall’ormai ottantatreenne Sidney Lumet (premiato con un Oscar alla carriera nel 2005), Onora il padre e la madre è sicuramente uno dei film più interessanti della stagione. Salutato come il ritorno del regista al genere “thriller”, il film, che ha in realtà ben poco di “thrilling”, è una perfetta parabola noir dall’ andamento lento ma inesorabile, costruita sul modello delle tragedie classiche e tanto efficace quanto è prevedibile l’esito delle azioni dei personaggi. Ottima la recitazione da parte dei due protagonisti, della contesa Marisa Tomei e del padre Albert Finney.


(1) Nel film di Kubrick l’andamento non lineare dipendeva direttamente dalla struttura del romanzo di Lionel White, rispettata nell’adattamento cinematografico, e corrispondeva dunque ad una semplice scelta stilistica; in Pulp fiction gli accorgimenti temporali sembrano utilizzati anche allo scopo di chiudere il film come se i personaggi di John Travolta e Samuel Jackson (ai quali lo spettatore si è immancabilmente affezionato) fossero ancora vivi e vegeti…

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Friday, March 07, 2008

C- Tim Burton: Sweeney Todd, il diabolico barbiere di fleet street

Benjamin Barker (Johnny Depp) è un valente barbiere nella Londra di fine 700; ingiustamente incastrato (non si sa bene con quale accusa) dal malvagio giudice Turpin, il cui unico scopo è quello di insidiargli la bella sposa, l’uomo viene allontanato da Londra.Tornato in città, dopo quindici anni di esilio, ed impossibilitato a riallacciare i rapporti con moglie e figlia, il pacato Barker si trasforma nel sanguinario e vendicativo barbiere Sweeney Todd…

Ispirato ad un reale fatto di cronaca (il barbiere fu effettivamente attivo in Fleet street, a Londra, negli anni tra il 1785 ed il 1801 quando, nel mese di ottobre, fu rinchiuso nel carcere di Newgate), già oggetto dei due romanzi gotici “Sweeney Todd: the demon barber of Fleet street” (1847)e “The String of Pearls” (1) (1850) (entrambi anonimi), adattato per il cinema per la prima volta nel 1926 (per la regia di George Dewhurst) e musicato nel 1979 da Sondheim e Wheeler, il film di Burton, presentato come ultimo capolavoro di un visionario (ma si dovrebbe forse dire monomaniaco, come si fa con chi tende a ripetersi in maniera ossessiva), non è che un mediocre remake del musical del ’79, agevolato dal progresso della computer graphics (2) e girato con il solito gusto burtoniano per gli ambienti ed i costumi tetri.
Buona l’interpretazione della diabolica Bonham Carter (una Mrs. Lovett che risulta incommensurabilmente più crudele dello stessp Todd…), bella ma scontata (e d’altra parte già presente nel musical del ‘79) l’idea del cannibalismo come metafora del capitalismo…

(1)il romanzo, mai edito in Italia è stato tempestivamente tradotto, (molto male, e, con gravissime disattenzioni) da Anna Lamberti-Bocconi e Francesca Sansoni e pubblicato da newton-compton.
Ai lettori esigenti si consiglia comunque di attendere un’edizione rivista, anche perché avere a che fare con frasi come “Se fosse dieci volte un santo, madre, invece di essere solo un miserabile ubriacone depravato, sarebbe stato meglio che fosse stato insultato dieci volte di più, piuttosto che tu abbia permesso a tua figlia di subire l’indegna umiliazione di trovarsi costretta a rifiutare una proposta come quella che mi è appena stata fatta.” ( Sweeney Todd, il diabolico barbiere di Fleet Street, Newton Compton, Roma, 2007, pg. 81), per quanto meno doloroso di una rasoiata da orecchio a orecchio, è tanto rivoltante quanto una meat pie piena di carne umana...
(2)Gli ambienti digitalmente ricostruiti di una lugubre Londra di inizio ‘800 sono forse uno dei pochi aspetti gradevoli del film oltre alla bella voce di Johnny Depp, naturale (ma d’altra parte l’attore ha recentemente dichiarato, in un intervista rilasciata al mensile “rolling stone”, di aver esordito come cantante) ed inaspettatamente profonda.

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Friday, January 25, 2008

C- Ridley Scott: American Gangster

1968; la morte del vecchio gangster Bumpy Johnson , ex padrino di harlem, lascia il quartiere in subbuglio; Frank Lucas (uno strepitoso Denzel Washington talvolta penalizzato dai dialoghi tradotti in maniera inspiegabile) autista, fattorino ed esattore del vecchio boss, decide di approfittare della situazione instabile per mettersi in proprio. Da sempre coinvolto nel traffico di stupefacenti, l’afro-americano decide di sfruttare le basi militari americane in Vietnam per trasportare negli USA l’eroina acquistata direttamente dai produttori Thailandesi; la formula si rivela vincente e Lucas, inventore della “Blue Magic” (“una droga due volte più pura della normale eroina in circolazione, e venduta ad un prezzo due volte più basso…”), fa soldi a palate, trasporta l’intera famiglia a New York dalla Carolina del Nord, diventa il più potente spacciatore d’America, ed infine trova un accordo con il siciliano Dominic Cattano, che gli promette la protezione della mafia dall’ira della “french connection”.

Richie Roberts (un Russell Crowe appesantito ma decisamente a suo agio nei panni dello sbirro duro ma onesto… ) è un detective della contea di Essex prestato ad una sezione speciale anti-narcotici, che nei momenti liberi (in genere studia per diventare avvocato, tenta di rimettere a posto i cocci della sua vita privata riconciliandosi con la moglie o si lascia consolare da una lunga serie di hostess, avvocatesse ecc. ) si trova ad indagare su Lucas e su un giro di poliziotti corrotti.

Follemente paragonato al padrino, “American Gangster” mette in mostra una serie di riferimenti convenzionali e anzi piuttosto banali al cinema di genere, che vanno dalle atmosfere alla “Serpico” alla scelta del brano “Across 110th street” di Bobby Womack (già sottofondo della sequenza iniziale di “Jackie Brown” di Quentin Tarantino, anch’esso incentrato sui traffici internazionali per via aerea), dai sintetici (e piuttosto retorici) affreschi della vita da night club, ai ben noti sodalizi tra mafia e mondo della boxe professionistica (nel film, oltre ad una nota intervista precedente all’incontro Ali-Frazer valevole per il titolo mondiale dei pesi massimi, compare anche Joe Louis, detentore del titolo per 12 anni, i cui rapporti con la mafia sono ben noti… (1)), passando attraverso un Josh Brolin (nei panni del corrotto detective Trupo) conciato come Nick Nolte nel classico “Terzo grado” di Sidney Lumet.
Ispirato alla storia vera di Frank “Superfly” Lucas ( a quanto risulta dal film uno strano gangster progressista e vicino al “black power”), girato in maniera piuttosto convenzionale (il che è comunque preferibile al montaggio da schizofrenici di cattivo gusto tanto in voga presso la famiglia Scott) affidandosi ad un ultra-collaudato ed ultra-prevedibile montaggio alternato di avvenimenti riguardanti Lucas e avvenimenti riguardanti Roberts, sostenuto dalla buona fotografia del quasi sconosciuto Harris Savides (in passato si occupava di videoclips), lungo ma privo di tempi morti (nonostante le sequenze d’azione siano molto ridotte rispetto alle quasi 3 ore di pellicola), “American Gangster” è un film discreto e piacevole, che ha il bel merito di impedire allo spettatore ogni idoleggiamento del cattivo Lucas: alle scene nelle quali il gangster viene ritratto come patriarca affettuoso pronto a fare di tutto per i fratelli poveri e la vecchia mamma, fanno immancabilmente da contrappunto sequenze che lo vedono artefice di una violenza fredda ed ingiustificata.


(1) sull’argomento mafia e boxe si veda per esempio il volume “Sonny Liston e il diavolo” di Nick Tosches.

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Thursday, November 22, 2007

C- Francis Ford Coppola: Un’altra giovinezza

1938; Dominic Matei (Tim Roth) è un vecchio linguista impegnato da decenni nella stesura di un saggio sulle origini del linguaggio.Sostenitore di una teoria monogenetica, Dominic è convinto di poter risalire a ritroso, attraverso lingue sempre più antiche, fino al mitico “protolinguaggio” originario. Completamente assorbito da uno studio che è per lui una vera e propria ragione di vita, l’uomo ha accettato, in gioventù, la rottura della relazione con l’amata Laura (la bella Alexandra Maria Lara).Incapace di completare l’opera, e arrivato, solo, all’età di settant’anni, Dominic si convince di essere stato un fallimento completo (agli insuccessi lavorativi si unisce la memoria dell’unico vero amore perduto…) e decide di suicidarsi.
Per una strana intuizione il vecchio professore si reca a Bucarest, dove ha intenzione di togliersi la vita il giorno di pasqua; appena uscito dalla stazione, viene però colpito da un fulmine.
I medici non hanno dubbi: Le possibilità di sopravvivenza del vecchio professore sono quasi nulle, eppure Dominic, condotto in un ospedale ed affidato alle cure del professor Stanciulescu (Bruno Ganz, recentemente collaboratore di Alexandra Maria Lara in “La caduta - Gli ultimi giorni di Hitler” di Oliver Hirschbiegel), porta presto a termine una miracolosa guarigione.
Incuriosito dalla condizione del paziente, il professor Stanciulescu, tiene sotto controllo Dominic ( momentaneamente privo dell’uso della parola) e comincia a notare, su questo, i sintomi di un rapido e vistoso processo di ringiovanimento.Nonostante le attenzioni di Stanciulescu , che tenta di tenere nascosta la sua scoperta, la voce si diffonde ed i nazisti, interessati al fenomeno, cercano di entrare in possesso del professor Matei per farne una cavia da laboratorio; il vecchio e pacifico Dominic (che, a forza di ringiovanire, dimostra non più di trentacinque anni) si inventa allora una nuova vita come latitante nella neutrale Svizzera…
Rimasto in Svizzera dopo la fine della guerra Matei (sopravissuto anche grazie alla complicità del suo “doppio” malvagio e freddamente razionalista, nato, o meglio “scoperto” come effetto collaterale della scarica del fulmine), prosegue i suoi studi di linguistica, poi l’ incontro con Veronica (una donna assolutamente identica alla perduta Laura) completa la sua seconda giovinezza “fisica” con una seconda giovinezza “intellettuale”.

Ispirato al romanzo omonimo di Mircea Eliade (1) ( ripubblicato per l’occasione da Rizzoli), “Un’altra giovinezza” è un film ricchissimo dal punto di vista narrativo; nella pellicola si trovano, concentrati nello spazio limitato di poco più d’un paio d’ore, toni noir (si veda l’illuminazione contrastata nel vicolo svizzero, degna dello Scarface di Howard Hawks), lunghe sequenze oniriche/allucinative di grande impatto, parentesi da film di spionaggio,larghi spazi metanarrativi, momenti romantici e riflessioni morali esplicite, grazie alla mano di un maestro capace di far trapassare i generi gli uni negli altri con una serie di impercettibili modulazioni.

Coppola, ormai sessantottenne, ed assente dalle sale cinematografiche da dieci anni (il suo “L’uomo della pioggia”, tratto da un romanzo di John Grisham è infatti del 1997), sembra aver ritrovato se stesso nel protagonista, afflitto da “blocco dello scrittore”; tutt’altro che estraneo alle escursioni al di fuori (o al di là?) dai sentieri generalmente battuti dal cinema d’intrattenimento (si pensi per esempio all’economicamente disastroso “Un sogno lungo un giorno”), il regista ha scelto per il suo ritorno sulla scena l’ adattamento (difficile) di un opera narrativa ma piena di risvolti filosofici e mistici (anche troppo), portata sullo schermo con tutta l’ingenuità degli americani “contro” ma con l’abilità dei grandi maestri, e la cinefilia degli “autori” della sua generazione…

Un film complesso ed articolato, godibile, graficamente interessante (anche per il recupero di quella dimensione "artigianale" del cinema da tempo abbandonata in favore di un facile ricorso alle nuove tecnologie...(2)), ingiustamente maltrattato dalla critica e quasi ignorato da un pubblico disattento.


(1) Il romeno Mircea Eliade (Bucarest 1907, Chicago 1986), romanziere e saggista, è uno dei più noti esponenti della “fenomenologia religiosa”. Nei suoi studi, collegati al vasto movimento dell’ irrazionalismo europeo, Eliade proponeva, in risposta alla crisi “esistenziale” dell’uomo occidentale moderno, un recupero di antiche forme di misticismo e di “destorificazione”.
Il “doloroso”divenire mondano, all’interno del quale l’uomo agisce “profanamente” (conducendo così una esistenza inautentica) è illusorio e doloroso.
Per sottrarsi all’irrealtà della durata profana l’uomo deve immergersi, sempre più profondamente, nel sacro.
I temi del “doppio”, del “tempo”, della metempsicosi, già affrontati da Mircea Eliade nei suoi studi storici e filosofici, vengono restituiti con “Un’altra giovinezza” al romanzo.
Da ricordare, tra i saggi di Eliade “Il mito dell’eterno ritorno” (Classici Borla), “Lo sciamanismo” (Bollati Boringhieri), “Tecniche dello Yoga”(Bollati Boringhieri).

(2) le lunghissime sequenze oniriche / allucinative presenti nel film sono segnalate e risolte con curiose sovraimpressioni (e mai con il ricorso ad effetti speciali esagerati o parentesi "digitali"...) ecc, che contribuiscono a conferire alla pellicola una meravigliosa aria "retrò"

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Monday, November 05, 2007

C- Len Wiseman: Die Hard, vivere o morire (Live free or Die Hard)

Stati Uniti; nel tumultuoso clima successivo ai fatti dell’undici settembre, le autorità sono pronte a valutare con la massima attenzione ogni minima minaccia alla sicurezza nazionale.Quando un gruppo di pirati viola il sistema informatico dell’FBI, gli agenti aprono una vasta operazione di caccia all’Hacker, ma gli uomini sulla lista dei sospettati sembrano morire in circostanze misteriose prima dell’arrivo delle autorità…Per velocizzare l’operazione, l’FBI si avvale della collaborazione dei vari dipartimenti di polizia, e l’agente MacClane (un Bruce Willis fisicamente sempre in grande forma…) viene incaricato di recuperare il giovane hacker Matthew Farrell (Justin Long) e consegnarlo alle autorità competenti.Quando dei killer armati fino ai denti e ben addestrati tentano di far fuori il ragazzo, MacClane capisce di trovarsi di fronte a qualcosa di grosso;intanto un attacco informatico capillare e condotto su più livelli getta nel panico l’intera nazione…

Len Wiseman, già regista di “Underworld” ed “Underworld: Evolution”, attualmente all’opera sul terzo capitolo della saga, (Underworld 3: The Rise of the Lycans, in uscita nel 2009), filma con “Die Hard, vivere o morire” un action movie stilisticamente discreto se non proprio mediocre, graficamente poco appagante, ma esagerato al punto giusto, ultratecnico per la gran parte (1) e finalmente manesco nell’ultima ventina di minuti.
Il film ha ritmo, ma certo non brilla per l’originalità, e si sente la mancanza del regista John Mc Tiernan (presente in veste di produttore nonostante la recedente condanna a 4 mesi di reclusione, per aver illegalmente tenuto sotto controllo dei telefoni nell’area di Hollywood….). Ispirato in parte ai personaggi di Roderick Thorp (2), ed in parte dall’apocalittico articolo “Addio alle armi” di John W. Carlin, apparso sulla prestigiosa rivista Wired nel 1997 (leggibile all’indirizzo http://www.wired.com/wired/archive/5.05/netizen.html), “Live free or Die Hard” evoca e risolve, in un gioco dalla ovvia funzione catartica, le peggiori paure dell’america post 11 settembre.
Eccezionale Bruce Willis, brava anche la poco nota Maggie Q.(3)

Un film piacevole, soprattutto per chi sia in grado di trascurarne i patetici intenti politici…


(1)I tempi sono cambiati, e se un tempo il “duro” MacClane poteva permettersi di risolvere le cose a modo suo, usando le maniere forti, e anzi compiacendosi qua e là d’essere “tutto muscoli e niente cervello” (come capitava spesso ai protagonisti di un certo tipo d’action movie molto in voga negli anni a cavallo tra ’80 e ‘90), oggi anche lui ha bisogno di un socio, almeno fino al confronto diretto con i temibili terroristi…
(2) dal romanzo “Nulla è eterno” di Roderick Thorp, edito in Italia da Sonzogno nella ormai defunta collezione “Diabolick presenta”, è stato tratto il primo episodio della tetralogia di Die Hard; le differenze tra il protagonista cinematografico e quello cartaceo cartaceo sono molte e molto profonde; in generale si può dire che MacClane abbia ereditato da Leland (questo il nome del protagonista di Thorp) una serie di tratti che rientrano perfettamente nei canoni dell’eroe da poliziesco d’azione: un meraviglioso cinismo, un machismo, non sempre ironico, che tocca l’apice nei dialoghi con l’antagonista (caratteristica questa, mantenuta fino ad oggi come ben dimostra il quarto capitolo della serie cinematografica), uno stoicismo ai limiti del masochismo…
(3) Cara al pubblico di Hong Kong per la sua apparizione in opere quali “Naked Weapon”, e “Gen-Y Cops” (il secondo poi proposto da Jackie Chan per la distribuzione negli Stati Uniti ), la ex fotomodella di origini vietnamite si è recentemente imposta all’attenzione del pubblico occidentale con un ruolo nel film Mission Impossibile III.

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Friday, August 31, 2007

C- Allen Coulter: Hollywoodland


Los Angeles, 16 luglio 1959: L’attore George Reeves viene trovato morto nella sua camera da letto; ad avvisare la polizia, la fidanzata del defunto, ed un paio di amici accorsi per una festa.

Reeves, ex attore di grandi speranze e scarso successo, costretto (dopo un brillante esordio nel film “via col vento”) ad accettare ruoli secondari in piccole produzioni, impostosi all’attenzione del pubblico (certo, non il grande pubblico…) nei panni di superman nell’omonima serie televisiva, è riverso sul suo letto, e a poca distanza da lui giace la sua Luger; la polizia di Los Angeles non ha dubbi: Si tratta di un suicidio, ma la madre di Reeves, su consiglio dello squattrinato Luis Simo (Adrien Brody nei panni di uno sgangherato detective in crisi coniugale e non…), deicide di proporre all’attenzione dei giornali un paio di interessanti incongruenze…

Allen Coulter, già regista televisivo, si dedica, per il suo debutto sul grande schermo, alla rilettura cinematografica di un fatto di cronaca, secondo un modello ben collaudato e generalmente fruttuoso (si pensi al mediocre “Wonderland”, ed al successo che ottenne al botteghino), ma lo fa in maniera sobria, solida ed elegante, senza colpi di testa, senza eccessive brutture, ed evitando il più possibile il detestabile effetto videoclip (ahimè, tanto diffuso tra i colleghi registi televisivi prestati al cinema, e non solo… ) in sede di montaggio.

Costruito montando in parallelo sequenze di indagine e flashback della vita di Reeves (ma faccia attenzione lo spettatore a non confondere la realtà con le ricostruzioni di Simo/Brody visualizzate sullo schermo…), Hollywoodland rinuncia all’elemento sorpresa, mettendo in secondo piano la detection, ma senza per questo risultare poco interessante…

Segnato (si pensi agli esterni della prima parte del film) dall’uso dei colori dell’Altman di “Radio America” (e quindi in un certo senso riflesso, dal pittore Edward Hopper) e di “Kansas City” da un lato, dai movimenti di macchina in esterno dell’ultimo e controverso De Palma (i punti di contatto tra questo “Hollywoodland” e la “Dalia nera” sono numerosi, primo tra tutti, l’ambientazione Hollywoodiana …) dall’altro, il film risulta graficamente gradevole ed attraente.
Ottima (sia pure con qualche esagerazione) l'interpretazione di Adrien Brody, e buona persino quella di Ben Affleck (stranamente a suo agio nei panni dell' attore senza talento...)
Unico tratto negativo: Il finale “aperto” stona un po’ con un film che, per intreccio, toni ed ambientazione, si poneva come detective story classica.(1)


(1) Si rassegni lo sceneggiatore Paul Bernbaum: La scelta di “concludere” un noir con un finale aperto non è una sua invenzione, e quando David Goodis per il suo “The moon is in the gutter” (in Italia “La luna nel vicolo”, ed. Fanucci), decideva di non produrre un colpevole, rovesciado così la responsabilità su ambiente e società, lo faceva con effetti decisamente diversi...

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Wednesday, May 09, 2007

C- Quentin Tarantino, Robert Rodriguez: Grindhouse




Il termine "grindhouse", assolutamente insignificante qui da noi, richiama alla mente degli appassionati di film di genere d’oltreoceano, una serie di salette cinematografiche di infimo livello, poste in zone volutamente periferiche e dedite alla programmazione di ogni sorta di pellicole, di serie non precisata, dalla B alla Z.
La tradizione, da lungo tempo scomparsa anche negli States, voleva che gli spettatori potessero “godersi”, sborsando i soldi di un unico biglietto, almeno un paio di filmetti di poco conto, proiettati nelle peggiori condizioni possibili.

Il progetto iniziale di Tarantino- Rodriguez era quello di offrire al pubblico di tutto il mondo una “Double feature” costruita sulla falsariga dei film proiettati nelle grindhouse, con la doverosa aggiunta di una serie di trailers fittizi (nonché la pubblicità di un ristorante tex-mex) confezionati per l’occasione (tra i registi di questi spiccano Eli Roth, Rob Zombie e lo stesso Rodriguez) ed inseriti tra i due episodi allo scopo di ricostruire al meglio l’atmosfera lontana delle defunte salette.
Nascono così “Planet Terror” di Robert Rodriguez e “Death Proof” di Quentin Tarantino; purtroppo, contrariamente alle intenzioni dei registi, sembra che in Europa i due episodi del film saranno proiettati separatamente; resta dunque da chiedersi che fine faranno i pregiati finti trailers…

Robert Rodriguez’s Planet Terror: Ispirato, secondo le dichiarazioni del regista, ad “Incubo sulla città contaminata” di Umberto Lenzi, il film di Rodriguez ripropone, in versione rivista ed aggiornata, il classico intreccio del film di Zombies (con tanto di protagonisti che si barricano in un luogo chiuso per poi tentare la sortita, secondo la classica modalità utilizzata da Romero…):
Un avaro scienziato ha creato un arma biochimica destinata all’eliminazione dell’intera popolazione di un’area chiusa e circoscritta; quest’arma, impiegata in Afghanistan, ha erroneamente infettato un contingente di soldati statunitensi impegnati in operazioni militari; al ritorno in patria, i soldati, capeggiati da un ottimo Bruce Willis, non hanno che una possibilità per rimanere in vita: devono esporsi in maniera continua al gas che ha causato in loro la malattia, ma la contrattazione con lo scienziato che ne detiene le uniche scorte va storta…

Girato, come già si è indicato, con chiari riferimenti al cinema di Zombie classico da Romero a Lenzi (passando forse anche attraverso “Junk” del regista giapponese Atsushi Muroga (1), del resto più volte citato da Tarantino), ed arricchito da una buona dose di humor nero, Planet terror mette in scena la lotta di un gruppo di sopravvissuti (stranamente immuni al gas, che nel frattempo è stato liberato nell’atmosfera tanto che sembra che l’intero genere umano sia destinata ad estinguersi), contro un numero sempre maggiore di contagiati.
Apprezzabile il riemergere qua e là di un certo serpeggiante motivo politico ironicamente antimilitare ed antiamericano.
Da notare la curiosa entrata in scena di personaggi provenienti direttamente dal mondo di Kill Bill…

Quentin Tarantino’s Death Proof: Kurt Russell, è Stuntman Mike, un folle individuo che corre per le strade d’america su una vecchia auto preparata per girare scene di stunt (tanto da essere “a prova di morte”, sempre se siete seduti al posto guidatore), alla ricerca di ragazze attraenti da far fuori (servendosi solo ed unicamente dell’auto…); dopo un paio di colpi andati a segno il vecchio stuntman incapperà, però, in un trio di ragazze più dure di lui…
Decisamente povero dal punto di vista narrativo (2), Death proof si distingue per la lunghissima (ma , ahimè, discreta) sequenza di inseguimento, e per poco altro; Nonostante le citazioni verbali di film nei quali la guida svolge un ruolo predominante si riferiscano principalmente a film con protagonisti maschili(es. Vanishing Point, vero e proprio mito per le due stuntman che poi porteranno Russell/mike alla sua fine), nella seconda parte si rende palese la derivazione del film da opere quali “Faster pussycat, kill kill” di R. Meyer e simili(si tratta in effetti di tutto quel filone che, mantenendosi a ridosso della linea di demarcazione tra pellicola erotica e film di genere, mette in scena una serie di donne avvenenti e aggressive pronte a tutto per soggiogare l’uomo di turno, anche alla violenza fisica...).


Bella (anche se impraticabile dopo questo primo ed unico tentativo, pena il ricadere in un’omologazione all’inverso…(3)) la scelta di sporcare la pellicola (ma sarà poi davvero una pellicola o sarà tutto fatto in digitale?), e di inserire lunghe ellissi simulando il guasto/la mancanza di una bobina.
Un prodotto sicuramente interessante (anche se ormai questi “collage” di citazioni variamente recuperate dal cinema colto e meno colto non stupiscono più, e anche se ormai il mix di sesso, sempre suggerito e mai mostrato, e violenza non sconvolge più nessuno), che ci auguriamo di non veder rovinato dalle decisioni dei produttori.

(1)Gli appassionati ricorderanno forse il pregiato “Gun Crazy”, pregevole action movie firmato Atsushi Muroga nonché unico film del regista distribuito in Italia (con esplicito riferimento a Tarantino riportato, per motivi palesemente commerciali, sulla custodia del DVD)…

(2)Iin realtà risulta apprezzabile la falsa iterazione fondata sull’associazione delle due sequenze di “confidenze femminili in auto”, che portano, però, a conseguenze ben diverse…

(3)Questa di Tarantino/ Rodriguez rappresenta una scelta alquanto inattuale: Entrambi i registi infatti, con il passare degli anni sono passati dal cinema “artigianale” tipico di quelli che dichiarano essere i loro maestri (da Di Leo a Lenzi, da Corman a Carpenter ecc.) , ad una serie di prodotti via via più lucidi e patinati (per Rodriguez si pensi ad a “Sin City”, ma anche a “C’era una volta in Messico” e per Tarantino valga come esempio lo sbrilluccicante episodio “Grave Danger” dell’acclamatissima serie televisiva C.S.I…).

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Thursday, April 26, 2007

C- Robert De Niro: The Good Sheperd (L’ombra del potere)


Edward Bell Wilson è un brillante studente; figlio di un ex militare (suicidatosi per motivi apparentemente inspiegabili nel ‘29) viene contattato dall’FBI per indagare su un professore di poesia filonazista arrivato, non si sa come, all’università di Yale.
Portata a termine con successo l’operazione, il giovane Wilson entra a far parte degli skull and bones (curiosa loggia massonica con base a Yale nella quale si trovano politici, senatori, militari di alto grado…(1)); proprio durante una festa degli Skull and Bones Edward viene contattato dal generale Sullivan (Robert De Niro purtroppo poco presente sullo schermo) che lo invita a far parte dell’ OSS (il famoso Office of Secret Service creato da Roosvelt nel 1942) inviandolo in Europa.
Wilson, sposato di recente passerà il periodo della guerra a Londra per poi trasferirsi a Berlino, il tutto senza mai tornare dalla moglie, e dal figlio ancora sconosciuto.
Rispedito negli Stati Uniti, l’agente, ormai più che trentenne, tenta con poche speranze di recuperare i cocci della sua vita familiare, intanto, la CIA è coinvolta in operazioni sempre più rischiose, fino al doloroso scacco della Baia dei Porci…

A 14 anni dall’uscita di Bronx (“A bronx tale”, 1993) Robert De Niro si lancia nella sua seconda prova registica con “The good Sheperd, L’ombra del potere”; per l’operazione sceglie un cast d’eccezione, portando sugli schermi, tra gli altri, Matt Damon(in realtà secondo le dichiarazioni del regista la sua parte doveva essere affidata a Leonardo Di Caprio), Angelina Jolie, Alec Baldwin, Joe Pesci, William Hurt ecc.
Sceneggiato da Eric Roth (già autore di Munich, Forrest Gump, The Insider…), che recupera per l’occasione tematiche alla Le Carré, The good Sheperd rappresenta in maniera fragmentaria e carica di Flash-backs, una porzione di vita dell’agente Edward Bell Wilson, testimone di quegli anni cruciali che vanno dalla nascita dell’ OSS a quella della CIA, dall’ entrata nella guerra fredda al “problema” Castro.

Qualcuno ha lamentato una regia piatta e certamente non illuminata,ma, certo, si può dire che The Good Sheperd costituisca un buon esempio di cinema “classico”(in realtà si intravede l’ombra di Scorsese, d’altronde dominante anche nel precedente “Bronx”, un po’ in tutto, a partire dalla fotografia…) stranamente prodotto nel 2007 a beneficio di spettatori giustamente tediati per l’eccessiva offerta di film post-moderni così pieni di brutture fotografiche e/o montaggistiche.
Il racconto (piuttosto schietto e libero da luoghi comuni, se si considera che il film è prodotto negli U.S.A.) è decisamente credibile, e, a chi lamenti qua e là delle inesattezze, è forse opportuno far notare che materia del racconto non è tanto la storia mondiale, quanto quella personale del lugubre “impiegatuccio” Wilson (assunto a simbolo e rappresentate unico della condizione di vita dell’agente segreto) che, disposto a tutto per aiutare il suo paese, finisce con il perdere se stesso (d’altronde era stato avvisato dal Dr. Fredericks il quale, giusto prima di morire gli consiglia di “trovarsi un’altra occupazione prima di perdere l’anima”…) e i propri affetti.
Senza dubbio uno dei film più interessanti di questa prima parte del 2007.


(1) Sul tema si veda, ad esempio, http://it.wikipedia.org/wiki/Skull_and_Bones

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Tuesday, April 24, 2007

C-James Foley: Perfect Stranger

Rowena (la bella Halle Berry, che dava miglior mostra di se nel divertente “Cat Woman”) è una giornalista che si occupa di servizi scandalistici per il Chicago Tribune; lei ed il suo socio Miles (Giovanni Ribisi) sono disposti a tutto per i loro servizi, che vengono poi pubblicati sotto lo pseudonimo di “David Shane”.
Il film si apre con una nota critica verso la censura editoriale (ma lo spettatore non deve aspettarsi troppo, non si tratta che di un pretesto per dare l’avvio all’intreccio); si assiste senza emozione all’ira di Rowena che lascia il lavoro al giornale in segno di protesta, solo per mettersi ad indagare per conto suo seguendo una traccia indicatale dall’amica Grace (Nicki Aycox). Secondo la bionda Grace il noto pubblicitario Harrison Hill (Bruce Willis, unico attore veramente convincente in un cast mediocre) sarebbe stato coinvolto in una serie di relazioni extraconiugali con varie segretarie, tutte abilmente messe a tacere.
Quando Grace viene trovata morta, Rowena non ha altra scelta che infiltrarsi nella compagnia di Hills, ma forse le cose non stanno esattamente come ci si aspetta…

Primo film girato a Ground Zero, “Perfect stranger” è una pellicola mediocre, che poco convince per una serie di motivi che vanno dalla scarsa ispirazione del regista, allo scarso impegno degli attori, passando per un soggetto ed una sceneggiatura non eccelsi, tanto che, per sciogliere il mistero che con lo scorrere del film diventa sempre più intricato (tanto che lo stesso regista ha filmato tre diversi finali, con tre diversi assassini…), c’è addirittura bisogno di riproporre dei dialoghi già visti, ma modificandone il contenuto (certo, forse questi dialoghi si modificano, nella mente degli interlocutori originari, alla luce delle nuove informazioni ottenute, e dunque lo fanno anche sullo schermo, e lo spettatore più attento può cogliere quella differenza nell’uso di un vocabolo che indica “chiaramente” l’assassino, ma questa ci sembra una soluzione narrativa troppo geniale, se accostata alla mediocrità del film…).
Un film che non vale il prezzo del biglietto, e, tanto meno, quello della produzione.

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