Monday, February 15, 2010

Gianni Tetti: I cani là fuori



« Qua tutti leggono la mano. Mi guardo la mano. Non so leggere la mano. Il rumore delle gocce che cadono sul pavimento è rilassante, gocce calde, rumore sordo, è il mio sangue. La mia mano. […] Sento i cani là fuori. I cani più furiosi che abbia mai sentito. Ce l'hanno con me. Sentono il mio odore. Vogliono azzannarmi. Abbaiano, si bagnano, guardano fisso qua, verso di me, verso la porta della stanza numero cinquantasei. Sono predatori pure loro.»(1)

Sardegna, oggi. Da qualche parte, nei dintorni di Alghero, gli avventori di un bar giocano a dadi. Tra loro c'è Indio. Un uomo tranquillo, integrato, uno senza niente da nascondere. Ma uno straniero in panama bianco e maglietta è venuto da molto lontano per cercarlo...
Segnato dalla separazione dei genitori, e convinto dal ticchettare di un ramo su una finestra, un ragazzo commette un efferato delitto.
Un dente appena rotto porta un uomo a rievocare le “tragiche” circostanze della morte del padre.
Per interrompere un interminabile flusso di chiacchiere, un ragazzo uccide una vecchia vicina di casa e la ripone in un congelatore orizzontale.
Asserragliato in una stanza d'albergo di Mumbay, un uomo distrutto dalla gelosia si arrovella nella disperata ricerca di una via di fuga.
Un insospettabile geometra è disposto a tutto pur di salvare l'amata Adela, barista al “Caffè Roma”, dal fidanzamento con l'inaffidabile Marco Russo...
Un aspirante scrittore aspetta “il momento giusto”, quello in cui, buttato finalmente su carta il romanzo di fantascienza che ha tutto lì “nella sua testolina”, raggiungerà la fama. Intanto, tira avanti alla meglio, costringendo due minorenni cinesi a prostituirsi.
Torturato dai sensi di colpa e dall'irrazionale paura di essere battuto, un giovane che per anni ha tentato di sottrarsi all'ira del padre adottivo “diventando invisibile”, vive nei condotti d'aerazione di un edificio universitario.
Un uomo “tranquillo” si piega alla volontà del fidato dobermann Vito, essere parlante e intelligente, a conoscenza di una misteriosa cospirazione aliena.
Finito nelle grinfie di una malvagia colf ucraina, un ricco vedovo volta le spalle ai suoi 12 figli. I ragazzi tentano di cavarsela con un allevamento di maiali, ma, quando le cose vanno storte, non esitano a mettere nei guai l'innocente sorella minore...
Un precisissimo killer pianifica l'omicidio di un trafficante d'avorio.

Il (quasi) trentenne sassarese Gianni Tetti, sceneggiatore e dottorando in storia e critica del cinema, esordisce sulla scena letteraria con una serie di racconti brevissimi, rapidi, surreali, sboccati, inframmezzati da piccoli raccordi(2) senza titolo, ma di per se' segnati da una forte componente unitaria: non si fatica di certo a individuare, dietro i differenti episodi, il tema unico della “crisi del culturale”, dell'insorgere dell'irrazionale, dell'irriflesso, dell'"animalità" incontrollata; quella tendenza alla distruzione che il grande Ernesto de Martino definì, a suo tempo, “nostalgia del nulla”. Per i personaggi di Tetti non vale(3) il discorso -trito e ritrito- sulla fine dei valori nell'era dei consumi, della massificazione e della de-sensibilizzazione mediatica; i suoi personaggi sembrano vivere, piuttosto, in un tempo remoto, precedente: quello delle grandi narrazioni americane che denunciavano -da Caldwell a Faulkner, passando attraverso gli ormai dimenticati racconti di Tennessee Williams- la decadenza dei costumi, la brutalità tipica delle violente zone rurali degli Stati del Sud.
Così, se non esiste in Italia un modello di riferimento(4), i termini di confronto sono da ricercare nella tradizione americana: quella già citata, del sud (e non a caso, una delle poche “tinte” chiaramente riconoscibili nei racconti di Tetti, sia pure filtrata dall'esperienza cinematografica nazionale, è proprio quella western), ma anche, linguisticamente, quella degli anni '70(5), che segna un “recesso” dal linguaggio beat propriamente detto, ormai del tutto privo di punteggiatura, al “semplice” discorso indiretto libero.


L'antologia I cani là fuori, di Gianni Tetti, è edito da Neo Edizioni.



(1)Gianni Tetti, I cani là fuori, Neo Edizioni, Castel di Sangro 2009, p. 85.
(2)Si tratta, in effetti, di piccoli affreschi che servono, oltre che a raccordare i vari episodi, a tratteggiare l'ambiente, a riportare al centro dell'attenzione personaggi secondari, o, a estendere al mondo urbano e continentale, attraverso un'inclusione “televisiva” (cfr pp. 80-81), quella malattia della morale e del senso che altrimenti si potrebbe ritenere appannaggio esclusivo dell'universo rurale/paesano della diegesi.
(3)O “non tanto”, perché in realtà, una pregevole parentesi che porta al centro della scena i falsi miti della moderna società borghese, l'autore se la concede, in quel Il momento giusto arriva che, a modesto parere di chi scrive, costituisce uno dei racconti più riusciti dell'intera antologia.
(4)Non esiste, in Italia, una tradizione del “racconto pulp”; se si eccettuano le (rare) antologie collettive, l'unico antecedente storico di una certa rinomanza è probabilmente costituito da Fango di Ammaniti, opera dalla quale Tetti si allontana profondamente, anche solo per ambientazione.
(5)Meglio resistere alla tentazione di citare l'indimenticato Bukowski; se per la tenue perversione del fantasticare dei personaggi (ma anche, più in generale, per certi passaggi onirici), racconti come E per il resto niente, ricordano le Storie di ordinaria follia, la tecnica di Tetti, che non disdegna affatto l'effetto sorpresa, e che si serve di un vocabolario di immagini (in particolare sacre) strettamente nazionale, è molto diversa da quella osservabile nelle opere della maturità dell'autore di Factotum.

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Monday, February 25, 2008

L- Carson McCullers: Il cuore è un cacciatore solitario

1938; la vita in un’imprecisata cittadina dello stato della Georgia scorre monotona ed immutabile; gli abitanti, distrutti dalla grande depressione (i bianchi), o ancora legati ad una condizione di semi-schiavitù (i neri), non hanno, per cambiare la propria condizione di vita, che la morte o la fuga, ed i rapporti umani sono quasi nulli; poi, nel vuoto comunicativo assoluto, emerge la figura di un tranquillo orefice sordomuto (1), il signor Singer, in grado di accogliere con un sorriso paziente e comprensivo le confidenze dei compaesani…

Iniziato nel 1938 per partecipare al concorso letterario Houghton Mifflin con il titolo “The Mute”, ultimato nel 1939 (l’autrice aveva solo 23 anni), e poi edito nel 1940 con il titolo di “The heart is a lonely hunter”, Il romanzo riporta un anno di vita di una piccola città del sud, filtrato attraverso gli occhi di quattro personaggi (il barista Biff Brannon, rimasto vedovo e forse innamorato di una ragazzina, il dottor Copeland, marxista e incompreso anticipatore del movimento per i diritti dei neri, la giovane Mick Kelly(2), e l’irascibile vagabondo rivoluzionario Jack Blount) che stringono amicizia con il Signor Singer.
Costretti ad una condizione esistenziale difficilmente sopportabile, feriti dalla solitudine, ma assolutamente incapaci di sottrarvisi, i quattro protagonisti/narratori del romanzo sfogano con il signor Singer il loro bisogno di raccontare, ma il loro dialogare “a senso unico” (ed il fatto che ognuno di loro si trovi a suo agio solo parlando con un sordomuto), non fa che rendere ancora più palpabile e reale l’incomunicabilità regnante.

Nata Lula Carson Smith a Columbus, Georgia, nel 1917, aspirante concertista poi passata alla letteratura, segnata da una biografia tormentata(3), amica di W.H.Auden, Paul Bowles e Tennessee Williams, Carson McCullers è, insieme a Flannery O’Connor, una delle grandi protagoniste della letteratura gotica americana(4). Inscrivibile nella tradizione letteraria del sud di Faulkner (del quale però non sposa lo stile sperimentale e ricercato, utilizzando invece dialoghi improntati ad un rigido realismo e descrizioni minimaliste che cedono il passo, talvolta, alla poesia degli ambienti e degli spazi aperti(5)) e di Caldwell (6), l’autrice ha saputo trattare i temi della solitudine (quella solitudine metafisica dei pensieri di Pascal, che rischia di colpire l’uomo anche nel bel mezzo di una folla…), della malattia (assunta come simbolo dell’insuperabile limite di ogni uomo, oltre che come menomazione reale), della difficoltà del conferimento di senso al reale (quel senso che ogni uomo può dare alla propria vita solo grazie al rapporto con l’altro e che, essendo questo rapporto negato, non può in nessun modo essere prodotto…) con rara sensibilità e gusto.

Dal romanzo "il cuore è un cacciatore solitario" di Carson McCullers è stato tratto l'omonimo film diretto da Robert Ellis Miller ed interpretato da Alan Arkin e Sondra Locke.

Il romanzo “Il cuore è un cacciatore solitario” è stato recentemente ripubblicato da Einaudi (collana Stile libero) nell’ambito della riedizione dell’opera completa di Carson McCullers.




(1) Contrariamente alle affermazioni di alcuni recensori, Singer non è orologiaio, ma “incisore in argento” ( C.McCullers, Il cuore è un cacciatore solitario, Einaudi, Stile libero, Torino 2008, pg. 5); a riparare orologi è invece il padre di Mick Kelly, alter ego dell’autrice…

(2) quattordicenne aspirante concertista costretta ad impiegarsi in un supermercato, Mick Kelly rappresenta l’adolescenziale (ma sacrosanto) rifiuto del lavoro, il dissidio tra arte e routine, tra vita e necessità; il tema della missione tradita ed incompiuta si estende poi anche ad altri personaggi (es. il compito politico di Blount, quello religioso del vecchio predicatore Simmons, i doveri di Copeland nei confronti dei neri dello stato e della provincia)…

(3) L’autrice soffrì in vita di precoci febbri reumatiche e, a partire dall’età di trent’anni, fu tormentata da una serie ictus che la lasciarono semi paralizzata e quasi cieca.

(4) Secondo le dichiarazioni di Tennessee Williams (nell’introduzione a “Reflections in a Golden Eye” di Carson McCullers), la caratteristica fondamentale delle scrittrici della scuola gotica americana (Flannery O'Connor, Katherine Anne Porter,Eudora Welty oltre, ovviamente, all’autrice di “Il cuore è un cacciatore solitario”), era il senso, l’ intuito che le portava ad osservare gli aspetti terrificanti soggiacenti alla società moderna.

(5) Lo spazio (quotidianamente antropomorfizzato, anche in contesti non-letterari) assurge spesso a cifra, allusione o simbolo del sentimento dei personaggi.

(6) La McCullers è comunque molto lontana dalla violenza della narrativa di Caldwell; la violenza in“Il cuore è un cacciatore solitario” è una minaccia incombente, nascosta dietro usi e convenzioni,per quanto sempre pronta ad esplodere (es. in una rissa tra bianchi e neri al luna park, o nei corridoi di un tribunale dove uno sceriffo razzista è pronto a malmenare ed arrestare un vecchio nero gravemente malato ecc…)

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Wednesday, April 25, 2007

L- Erskine Caldwell: Il predicatore vagante

(Foto tratta da "La morte corre sul fiume" di C. Laughton)

“Venne a fermarsi di botto presso la magnolia, uscendo dalla strada, una macchina coperta di fango e scassata quanto mai.”(1)

E’ mercoledì mattina; un uomo misterioso arriva alla fattoria di Clay Horey (nei pressi di McGuffin, Georgia). E’ Semon Dye, strano predicatore itinerante che non porta con se’ la bibbia, ma una pistola, e, nella tasca della giacca, una coppia di dadi.
Deciso ad attendere la domenica per predicare nella scuola cittadina (non esistono chiese a McGuffin), portando così la salvezza alla popolazione, il pastore si stabilisce (senza chiedere il permesso, s’intende), nella fattoria del pigro e indolente Horey; nei cinque giorni della sua permanenza riuscirà a dimostrare un certo amore per le donne, l’alcol, e il gioco d’azzardo(oltre che una certa facilità a premere il grilletto della sua pistola).

Scritto nel 1935, ad appena due anni da “il piccolo campo” (forse il capolavoro assoluto della produzione caldwelliana), “Il predicatore vagante” è un ottimo esempio della narrativa del grande scrittore; in esso si respira la stessa aria decadente che caratterizza la “produzione maggiore” di Caldwell, quella animalità dei rapporti umani, quell’abisso di sensualità (in negativo), quelle passioni morbose, che non sembra lecito giustificare (e neppure tentare di spiegare) facendo ricorso ai motivi dell’ignoranza e della vita in campagna (2).
La figura del predicatore itinerante immorale ed approfittatore (evidentemente personaggio tutt’altro che inverosimile, visto che lo si ritrova, caratterizzato in maniera non molto differente nell’adattamento cinematografico del notissimo “la morte corre sul fiume”, solo per fare un esempio) offre lo spunto per un bell’ affresco della religione nelle zone rurali degli stati del sud; è una religione in bilico tra la spudorata superstizione, la palese ipocrisia, i tentativi veri o falsi di auto-convincimento e la conversione sentita o simulata, quella che viene fuori dall’opera di Caldwell (3).
Tra i molti momenti indimenticabili di quest’opera ricordiamo almeno la descrizione della “partita a dadi” e quella meravigliosa e quasi surreale della predicazione serale nella scuola.

“Il predicatore vagante”, attualmente non disponibile in Italia era edito da Bompiani.

(1)E. Caldwell, il predicatore vagante, pg. 5, bompiani, 1981

(2)In Italia una via simile è stata intrapresa da Beppe Fenoglio, che, in chiusura alla sua raccolta “Un giorno di fuoco”, parlando per bocca di una donna, giustifica con l’ignoranza i fatti violenti descritti ne “i racconti del parentado”;d’altra parte i racconti inscenano il confronto tra la moralità “regolare” del ragazzo di città (il Fenoglio stesso) e i modelli etici a “tradizione orale” dei campagnoli, non è dunque impensabile che queste affermazioni siano un tentativo di giustificazione operato dalla donna ad uso del giovane (piuttosto che un misero e fallimentare tentativo dell’autore).

(3)In questo caso la prospettiva adotta da Caldwell è strettamente irrazionalistica, sembra che, nonostante tutte le brutture, la religione riesca a svolgere una funzione positiva… (Forse, nonostante la critica non ne parli, è lecito ipotizzare per Caldwell, come si fa per Faulkner, l’influenza di “Il ramo d’oro” di Frazer ).

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Wednesday, November 30, 2005

L- Erskine Caldwell: Un povero scemo

Qualche mese di vita di Blondy Niles, ex pugile squattrinato convinto da un manager senza scrupoli a tornare sul ring per un paio di incontri truccati a sua insaputa.
Blondy è “un povero scemo”, un uomo inadatto alla vita, uno deciso a gettarsi solo contro un piccolo gangster per vendicare la donna amata, pronto anche a rimetterci la vita.
Il romanzo scorre come un torrente torbido, evocato di fronte ai nostri occhi dal consueto stile minimale e graffiante tipico di Caldwell.
Più breve, ma non meno efficace delle opere più note (“La via del tabacco”, “Fermento di luglio”, “Il piccolo campo”), questo piccolo capolavoro abbandona l’ambientazione agricola a cui Caldwell ci ha abituati per concentrarsi su una città popolata da prostitute e gangsters, cliniche illegali e piccola criminalità.
I cittadini del romanzo (fatta eccezione per i due personaggi femminili di Luise e Doroty, decisamente positivi) risultano non meno crudeli, perversi e ignoranti dei contadini che popolano il resto della produzione caldwelliana.
Le incursioni nel "grottesco" sono semplicemente eccezionali (si pensi al discorso del Signor Boxx sul rapporto tra i vivi e i morti).
La classica forma “in tre atti” (perfettamente rispecchiata dalla tripartizione dell’opera) fa di quest’opera l’archetipo del romanzo americano clasico.

Quanto dovremo aspettare prima che qualche casa editrice si decida a ripubblicare le opere di Caldwell?

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