Tuesday, May 11, 2010

Marina Visentin: Biancaneve



“È stato quello l'inizio di tutto. Quello stupido pensiero. Io non conto, non ci posso fare niente[…].
Stupida prima ancora che cattiva. La cattiveria è venuta dopo”.(1)


La madre la chiamava “Biancaneve”, per via della carnagione chiara e dei capelli scuri (che, fatti crescere a dovere, avrebbero dovuto renderla bellissima), ma il mondo dell'anonima professoressa che fa da protagonista e narratrice del romanzo -una donna pronta a ridivenire uno “scricciolo senza forme”(2), al primo sguardo cattivo del “suo” uomo-, è tutt'altro che fiabesco: sì, perché, nella vita, la timida “Biancaneve”, ha sempre dovuto vedersela con fidanzati falsi, distanti, traditori, e con amiche troppo attraenti, vitali e spigliate. Si è sempre sudata ogni minima vittoria.
E non parliamo poi di “lieto fine”: a poco più di trent'anni, il massimo a cui possa aspirare è un qualche rapporto tiepido con un uomo di seconda mano. E a che prezzo, poi...

Raccontato in prima persona e al passato remoto, ma racchiuso tra due brevi monologhi interiori(3), che fanno eco allo stato d'esaltazione della protagonista(4), il romanzo porta in scena una variante noir del più “classico” triangolo amoroso, e sfiora il tema della “violenza di genere”(5), trasfigurando, però, il motivo sociologico, statistico e “di cronaca”, in un intreccio “nero” tutto giocato sulla dimensione psicologica.
Con piglio sicuro -d'altra parte, a sostenerla nell'impresa c'è un quintetto di personaggi perfetti e perfettamente definiti, da Biancaneve, vittima delle situazioni e incapace di prendere la benché minima decisione senza l'aiuto dell'amato (e temuto) “I Ching”(6), all'insopportabile e manesco Alberto, passando per l'amica Rossana, l'anonima studentessa di farmacia e il commissario Zonta-, l'autrice conduce i lettori per mano, dall'iniziale, fredda e “ben educata” esistenza della protagonista (incapace di incidere su un mondo “estraneo”), al “tragico” finale, dettato da un caso non “cieco”, ma “vendicativo”(7)); il tutto secondo una serie di passaggi strettamente logici, che affiancano alla dostoevskiana considerazione dei meccanismi psicologici di rimozione, d'elaborazione del lutto e del senso di colpa(8), lo sviluppo di una crudeltà e di una freddezza delle quali la “Biancaneve” delle prime pagine sembrava del tutto incapace...

Il romanzo “Biancaneve”, di Marina Visentin, è edito da Todaro.



(1)Marina Visentin, “Biancaneve”, Todaro Editore, Lugano 2010, p. 110.
(2)Ivi, p. 7.
(3)I monologhi permettono all'autrice di inscrivere il racconto in una cornice quasi-circolare: a ben vedere, incipit ed excipit non coincidono, come se nel corso della lettura qualcosa fosse cambiato in maniera irrimediabile, per il lettore come per la protagonista.
(4)Ma la momentanea “follia” della protagonista non diviene mai pretesto per una sospensione del controllo linguistico e sintattico: la scrittura di Marina Visentin (copywriter, giornalista e traduttrice, e quindi tutt'altro che esordiente, seppure alle prese con il suo primo romanzo) è incredibilmente precisa, dalla prima all'ultima pagina.
(5)Quello della violenza sulle donne è un tema “collaterale” ma fortissimo, affrontato con la cura per il particolare psicologico che caratterizza l'intero romanzo; si veda, per esempio, la ricostruzione di pagina 125, aperta dal proverbiale “non mi aveva fatto poi così male quella volta”...
(6)Oracolo che, parafrasando la durrenmattiana “Morte della Pizia”, “profeta a casaccio, vaticina alla cieca”, ma che finisce per avere ragione, un po' per via della già citata insicurezza della protagonista, e un po' perché “altrettanto ciecamente viene creduto”.
(7)“Vedi, amore mio, cosa succede a sfidare gli Dei? La loro vendetta è terribile. E non c'è perdono”, recita l'impenetrabile (almeno alla prima lettura) incipit...
(8)Si veda, a titolo d'esempio, il meraviglioso brano relativo al (tardivo) sogno dell'amica morta pp. 97-98.

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Wednesday, May 05, 2010

Matteo Di Giulio: Quello che brucia non ritorna


“Sono scappato dal paese che amo e che odio, quell'Italia fascista fatta di vecchi testardi convinti che la paura di cambiare le cose sia una virtù. Milano, poi, è una città dove il sangue puzza di cemento: grigio abbandono e ortodossia asociale per un palcoscenico di serie B. Non è una metropoli ma una pallida imitazione.
Ho visto gran parte dell'Europa e so di cosa parlo.
L'ho abbandonata a se stessa, alla sua lussuosa decadenza, come una vecchia squillo una volta da assegno a quattro zeri, che oggi zoppica per fare marchette in strada in cambio di un assaggio di estasi che non dura mai abbastanza a lungo.
Speravo di non dover mai fare dietrofront.
Pensavo di aver chiuso il passato in un cassetto, a doppia mandata.
Purtroppo mi sbagliavo.” (1)

Davide “Smalley”, è un milanese originario del quartiere “Baggio”, naufragato ad Amsterdam dopo una breve deriva sullo sfondo dell'Europa dei tardi anni '90. Espatriato in seguito a una misteriosa colpa e ridotto a fare della fuga “uno stile di vita”(2), conduce un'esistenza anonima, divisa tra attività insulse, inutili passatempi e pranzi della domenica con l'unico amico Jan, finché, lo speciale fotografico di un quotidiano italiano -comprato più per ingannare la solitudine di un'umida giornata di ottobre, che per nostalgia o per vera curiosità- gli rivela la fine del “Laboratorio anarchico”, simbolo della sua tarda adolescenza milanese, dedicata all'hardcore-punk e allo stile “Straight edge” di Ian MacKaye e dei suoi “Minor Threat”.
Possibile che nessuno dei vecchi amici Drew, Lupo e Max, co-fondatori della band “Krakatoa” e compagni di mille lotte, abbia tentato di mettersi in contatto con lui?
Incredulo ma deciso, l'ex ragazzo ormai “alla soglia dei quarant'anni”, accompagnato dall'impenetrabile Jan, torna in città per fare i conti con il passato. Tra amori mai confessati, amicizie dimenticate e tradimenti subiti a metà, dovrà rendersi conto che alcune scelte non ammettono smentite, che certi conti non si possono saldare, e che “quello che brucia non ritorna”...

Contrariamente a quanto ci si aspetterebbe scorrendo le note biografiche dell'autore(3), e in contrasto con scelte sempre più popolari nel panorama della letteratura di genere italiana (d'altra parte, la stessa appartenenza “al genere” di “Quello che brucia non ritorna”, è tutt'altro che assodata, e se non mi fossi già risolutamente espresso contro l'etichetta “post-noir”, me ne servirei ora senza esitazione...) e internazionale, la tecnica narrativa del romanzo, non è di derivazione cinematografica. Invano si cercano, qui, le sequenze ipercinetiche e costruite per pezzi brevi tipiche dell'action movie o del poliziesco di Hong Kong(4): la vicenda, riportata in prima persona, con oscillazioni verbali tra presente e passato prossimo, come per voler eliminare tutti i filtri tra personaggio e lettore(5) ha i ritmi pacati e regolari delle auto-narrazioni incentrate sull'interiorità. E, in effetti, è proprio il protagonista e narratore Smalley, a fare da soggetto e oggetto d'indagine(6), in un continuo rincorrersi di presente e passato, costruzione, scoperta e ricostruzione.
Pregevoli le ambientazioni contemporanee, ben costruiti e credibili (a dispetto delle biografie a volte eccessive(7)) i personaggi, e semplicemente perfette le ricostruzioni della “fine del movimento” e della defunta Milano anni '90. In fondo è proprio questo, "Quello che brucia non ritorna" (e chi non è convinto, vada a rileggersi l'incipit dopo aver concluso il romanzo): una dichiarazione di amore e d'odio per una città relitto, “un monumento, un gigantesco sepolcro” -la vecchia “Milano da bere”, diventata “Milano da pippare” e pronta a trasformarsi nella “Milano da imbalsamare”(8)-, accompagnata dalla profonda nostalgia per la fine di un'epoca, e il crollo di una serie di ideali.



(1)Matteo Di Giulio, “Quello che brucia non ritorna”, Agenzia X, Milano 2010, p. 5).
(2)Ivi, p. 6.
(3)Matteo Di Giulio, milanese, classe 1976 si è guadagnato una meritata notorietà grazie a pregevoli lavori di critica cinematografica.
(4)Il cinema resta comunque, come serbatoio di immagini da richiamare anche in maniera tematica (si pensi alla riflessione sull'amicizia virile nell'opera di John Woo), e al quale attingere, non tanto per agevolare lo scorrere della vicenda, quanto per conferire spessore e carattere ai personaggi, dotati gusti propri, e dunque di un personale immaginario di riferimento.
(5)Ma senza rinunciare a qualche piccolo passo indietro: in apertura al XVII capitolo, nel quale la vicenda sembra volgere al termine, il dialogo tra Smalley e Jan -pronti lanciarsi in un'azione folle pur di chiudere i conti col passato (e il fatto che le loro storie personali, ormai note, siano così diverse, sembra già anticipare la vanità del gesto)- è riportato in maniera indiretta, al chiaro scopo di mettere in ellissi elementi essenziali per l'anticipazione del finale, rafforzando l'effetto sorpresa.
(6)E questo vale sia dal punto di vista del lettore, che da quello del personaggio: se il protagonista, tentando di rimettere insieme i tasselli si trova a far chiarezza su se stesso, per buona parte del romanzo, è proprio la curiosità relativa alla sua misteriosa colpa passata a spingere il lettore ad andare avanti.
(7)Penso in particolare all'affascinante personaggio di Jan, il cui background cozza, almeno in parte, con il solido realismo dell'intreccio, riavvicinandosi agli schemi di una certa letteratura di genere.
(8)Ivi, p. 180.

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Monday, March 01, 2010

Paolo Roversi: L'uomo della pianura


«Ammazzare col coltello è sempre personale, come il bacio alla francese. Ci si sporca, certo, ma col ferro non mi sono mai trovato a mio agio. Fa rumore, è distaccato; non c'è contatto. Non senti la vita che esce fuori dalla tua vittima.»(1)

Milano, fine anni '70; finito in carcere per un drammatico errore giudiziario, un ragazzo qualunque, -uno che non è mai stato uno “stinco di santo”(2), ma del tutto innocente per quanto riguarda il reato contestatogli- si trasforma in un temibile bandito.
Uscito da San Vittore, l'“università del crimine”, con la momentanea approvazione di due pezzi grossi della mala, il ragazzo comincia a mettere a ferro e fuoco le strade della Milano di Cavallero e Vallanzasca, di Lutring, Epaminonda e Turatello; la scerbanenchiana “Milano calibro 9”; quella di “Stazione centrale ammazzare subito” e de “La mala ordina”. I suoi contemporanei lo consoceranno come “Hurricane”.

Capo di Ponte Emilia -ultimo baluardo lombardo prima del confine emiliano e paese d'origine di Enrico Radeschi-, oggi.
Quando il corpo senza vita della giovane Giulia viene ritrovato -intriso di sangue, “riverso su un giaciglio di paglia, vicino a una mangiatoia”(3), la gola squarciata da un kirpan- in una delle stalle dell'azienda agricola paterna, la popolazione, sobillata dal bieco Ghezio, politicante di un partito che pretende di “discendere dai celti”, non ha dubbi: il colpevole è Vikram Singh, Sikh impiegato come mungitore, con il quale la ragazza aveva allacciato una chiacchierata relazione.
I sospetti dei paesani sembrano confermati dall'improvvisa scomparsa dell'indiano; ma mentre gli inquirenti, caldamente invitati ad “arrestare Sandokan” da un questore tutt'altro che illuminato, si dedicano alle indagini, un'automobile con i sedili sporchi di sangue viene ritrovata, abbandonata, subito fuori dal paese...


“L'uomo della pianura”, ultimo romanzo del ciclo dedicato al giornalista e hacker Enrico Radeschi, è costruito secondo un'alternanza di brani che ricorda il montaggio cinematografico incrociato, alludendo così, fin dai primi paragrafi, al ricongiungimento finale(4) delle due vicende.
Alla momentanea opposizione tra i due casi (e tra i due piani temporali), fa eco l'alternanza dei registri linguistici: da un lato il racconto di Hurricane, espresso in prima persona, con un lungo discorso indiretto libero che ricorda le voci fuoricampo di tanti flashback cinematografici, dall'altro le avventure di Radeschi, riportate in terza persona, con focalizzazione esterna, uso del discorso diretto e toni lampantemente ironici, che si spingono, qua e là, fino alla satira (politica, come nel caso del già citato Ghezio, o di costume, come nell'incontro-scontro del giornalista con l'eccentrica scrittrice “Santina Croce”...). A questa seconda opposizione, stilistica, assolutamente centrale e strettamente funzionale alla costruzione di precisi effetti narrativi(5), se ne aggiungono altre, tematiche -dall'alternativa città/paese a quella uso/rifiuto della tecnologia (Radeschi e Delia/Hurricane), cinismo/idealismo (Radeschi/Delia) ecc.- che arricchiscono un romanzo misurato, privo di punti morti, spesso piacevolmente ironico, straripante di citazioni(6), popolato da personaggi simpatici e ben costruiti(7).
Un romanzo che si riappropria della mitologia legata alla “mala” italiana (e lo fa con garbo e cautela), per chiudersi, poi, con un inatteso, amaro, finale, pienamente coerente con le regole del noir classico...

Il romanzo “L'uomo della pianura”, di Paolo Roversi, è edito in Italia da Mursia.



(1)Paolo Roversi, “L'uomo della pianura”, Mursia, Milano 2009, p. 28.
(2)Ivi, p. 17
(3)Ivi, pp. 22-23.
(4)Avviene grazie a quel meccanismo “popolare” del riconoscimento dell'dentità celata, che Propp chiama "agnizione".
(5)L'espressione fredda, calcolata, del tutto priva di coloriture emotive “positive”, che caratterizza la storia di Hurricane, restituendo al lettore l'idea della banalità del male, impedisce (o dovrebbe impedire) ogni possibile identificazione, smorzando il fascino di un personaggio dai chiari tratti eroici.
(6) Da Scerbanenco, la cui onnipresenza si fa palpabile nei personaggi di “Mascaranti” e “Lamberto Duca” a Ledesma, da Montalbàn a Izzo, da Bunker a McCarthy, da Gutierrez a Carlotto, al Lansdale di “Rumble Tumble” (evocato attraverso l'inserimento dell'armadillo Gatsby), le citazioni e i rimandi metatestuali di “L'uomo della pianura” non si contano, e, d'altra parte, non sarà un caso, se l'autore è stato soprannominato “Lo Scerbanenco postmoderno”...
(7) Impossibile non menzionare almeno il protagonista Enrico Radeschi -ultima declinazione di quell'eroe tardo-adolescenziale che risale, per tradizione, al Tonio Kroeger e che finisce sempre (giustamente) per conquistare il lettore-, il suo dipendente Diego Fuster, le protagoniste femminili Delia e Carla, e gli esilaranti Betassa e Bellotti.

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Monday, February 22, 2010

Lucia Tilde Ingrosso: Nessuno, nemmeno tu


Annoiati dal clima sanremese, dalle polemiche del pre e del dopo-festival?
Stufi del televoto, espressione della “sovranità” del popolo televisivo e cellular-munito? Ancora increduli riguardo allo scempio di eliminazioni e ripescaggi, e pronti a rispolverare il dubbio nella forma scettico-sanremese del “Se televotando”(1)...?
Disgustati dalla pochezza melodica e tematica della nuova canzone italiana, al punto da voler dimenticare -almeno per un po'- l'intero sistema discografico?
Allora, sentitevi pure liberi di saltare questa recensione e passare ad altro.

Sì, perché Nessuno, nemmeno tu, di Lucia Tilde Ingrosso, trae nutrimento proprio da questo: dall'ambientazione interna ad un settore, quello discografico, pieno di difficoltà, rivalità e lotte, vivo ma non troppo, privo di direzione e velleità artistiche, come si conviene ad una qualunque industria culturale che pretenda di vivere in un paese esteticamente martoriato dalla diffusione di reality e talent show, irrimediabilmente segnato dal trionfo del commercio sul gusto.
Valutazioni morali ed estetico-musicali (inerenti all'ambiente e non al romanzo) a parte, Nessuno, nemmeno tu, è un poliziesco fuori dal coro, un giallo dalle sfumature rosa, di solida costruzione e impianto classico(2), che riesce a portare al centro della scena i protagonisti “buoni” della discografia, esperti e professionisti del settore che ancora credono in ciò che fanno; personaggi come la bella Viola, un tempo aspirante cantante derubata dei sogni tardo-adolescenziali da un marito cinico e super-professionale, o come il talent scout Davide Leonardi, che, pur agendo, da anni, per proprio tornaconto, è rimasto attento alla genuinità e alla novità della produzione artistica dei suoi pupilli.

La storia, narrata in terza persona, con focalizzazione fissa e narratore extradiegetico che riporta, con una certa comprensibile reticenza(3), il punto di vista dei vari personaggi senza mai accorciare le distanze, è apparentemente semplice: quando l'agente e “talent scout” Davide Leonardi viene ucciso, durante la festa di gala per l'anniversario della mitica “Radio Stella”, e la giovane Stefania Dionisi, aspirante cantante, fa la sua comparsa nel privé stipato di vip del "Passion Fruit" -tempio della movida milanese-, sporca di sangue e tremante per lo shock, ogni indagine sembra superflua. Gli inquirenti non aspettano che una confessione; poi, una serie di incongruenze richiamano l'attenzione del commissario Sebastiano Rizzo.
Il poliziotto -che agisce, in ossequio alle convenzioni del genere, un po' contro la volontà del superiore- si trova, così, costretto a gettarsi in un'indagine che vede tra i sospettati la sua vecchia fiamma Viola Alberici, vedova di Ignazio Alberici, “re” dell'industria discografica italiana, e direttrice artistica di una delle maggiori etichette nazionali.
Per risolvere il caso, Rizzo dovrà fare i conti con il suo passato, e chiarire le circostanze del decesso “accidentale”, di Ignazio Alberici, avvenuto al termine dell'edizione 2005 del festival di Sanremo.

Romanzo d'ambientazione, e non d'azione (tratto piuttosto insolito nella nuova narrativa di genere italiana), Nessuno, nemmeno tu, può contare su dialoghi ben scritti, personaggi spesso simpatici a dispetto della loro estrazione sociale elevata (e dei "conseguenti" -sempre per consuetudine del genere- gusti pretenziosi, abitudini costose, ed eccentricità varie(4)) e su diverse buone trovate, che riescono a mantenere viva l'attenzione del lettore.
Da segnalare, come ennesima nota in contro-tendenza, la vena di ottimismo che, quasi del tutto estranea al poliziesco italiano contemporaneo, resta velata per tutto il romanzo, riemergendo solo nell'inatteso (ma giustamente stemperato da una nota di ritrovato realismo) lieto fine: “Un momento di felicità perfetta. Uno di quelli crudelmente destinati a passare subito”.(5)

Raffinato, veloce e piacevolmente classico, Nessuno, nemmeno tu, quarto romanzo di Lucia Tilde Ingrosso (e terzo avente per protagonista Sebastiano Rizzo), è edito da Kowalski.



(1)L'espressione non è mia, ma della scrittrice Darkene F. Dicembre.
(2)Il gusto “classico” del romanzo è rafforzato dalla scelta di inserire, in apertura, l'elenco dei personaggi.
(3)È funzionale alla costruzione dell'effetto sorpresa finale.
(4) Di questi gusti (o vizi?) l'autrice, non a caso giornalista per "Millionaire", sembra avere una conoscenza molto approfondita: si veda, per esempio, la perfetta descrizione dell'arredamento minimal del Passion Fruit...
(5)Lucia Tilde Ingrosso, Nessuno, nemmeno tu, Kowalski, Milano 2010, p. 341.

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Sunday, August 09, 2009

Marco Philopat. La banda Bellini


Quartiere del Casoretto, Milano, anni ’70. Il ’68 è appena passato, ma, nelle piazze, la lotta è già durissima. Il movimento è in gran fermento e le nuove posizioni ideologiche penetrano nelle assemblee pubbliche creando le prime, sottili, spaccature.
In città i militanti dell’Universtià Statale, gli “statalini”, organizzati in un servizio d’ordine ultra-gerarchizzato, la fanno da padroni. Gli studenti medi sono divisi in due grandi gruppi, i maoisti da un lato e gli stalinisti dall’altro.
In questo clima di militarizzazione, fermento, discussioni, di grandi speranze ma anche e soprattutto d’azione, i fratelli Bellini, segnati dalla visione di Il mucchio selvaggio, riuniscono in “banda” i ragazzi del quartiere popolare del Casoretto. Rivestiti dei loro segni di riconoscimento -spolverini verdi militari lunghi sotto il ginocchio e rayban tecnici dalle lenti azzurre sottratti agli sprovveduti fascistelli pescati nella borghessissima zona di piazza San Babila- i ragazzi della “Banda Bellini” diventano, in pochi anni, il più agguerrito e affidabile servizio d’ordine del movimento.
Aspiranti eroi della strada a volto scoperto e armati di semplici bastoni, i cowboy del Casoretto si trovano però sbandati con l’avvicinarsi del ’77; definitivamente divisi da un’incomponibile frattura ideologica, alcuni imboccheranno la strada dell’autonomia e della lotta armata, altri resteranno fedeli alle scelte iniziali del gruppo (movimentismo, volti scoperti, uso di semplici bastoni), qualcuno, vittima di improbabili teorie chimiche, cadrà, infine, vittima dell’eroina…

Ispirato ai racconti orali di Andrea Bellini, a metà tra Il giovane Holden(1) e Il mucchio Selvaggio, tra il nuovo bildungsroman, il western metropolitano, il diario intimo e il resoconto storico-politico, La banda Bellini è un romanzo dai toni marcatamente epici, rapido come una cavalcata, impetuoso come un fiume in piena(2) e grammaticamente irriverente –tanto da risultare, sul principio, quasi fastidioso- che lavora su un immaginario ampio e spesso ingannevole, facendo rivivere, tra linguaggio folkloristico, anticonformismo (più o meno di maniera) e ultra-realistica spaesatezza di fronte ad un mondo che sembra cambiare troppo in fretta e che rimane, invece, invariabile e immutato, gli anni ’70 da un’inedita prospettiva interna che relega i grandi drammi storici (da Piazza Fontana a Piazza della Loggia ecc.) sullo sfondo, per concentrarsi sull’esperienza personale, onorando così il principio d'epoca (tanto in odio ad Andrea Bellini) secondo il quale " il personale è politico".

La banda Bellini di Marco Philopat è edito in Italia da Einaudi.



(1)La somiglianza è però da ricercare nello sguardo in bilico tra ingenuità e irriverenza: mancano del tutto, ne La banda bellini, gli infiniti turbamenti giovanili del protagonista salingheriano....
(2) Sarà forse la “ribelle” soppressione di tutte le virgole a dare questo senso di inarrestabilità, di inesorabilità e dinamismo incontrollato).

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Thursday, February 26, 2009

L- Giuseppe Munforte: La prima regola di Clay


Milano, un quartiere come tanti, in periferia. Nell’umida palestra di pugilato della zona, ricavata in uno scantinato, una banda di ragazzi senza prospettive si rompe le nocche al sacco pesante, spezza il fiato saltando una corda, migliora la tecnica allo specchio o al sacco veloce, si rinforza sollevando i pesi, o si procura qualche livido da esibire con gli amici.
Soltanto Ivano, che tutti ormai chiamano Clay, ha del talento: il maestro Volpe, ex-agonista senza gloria, ha riconosciuto dietro al modo in cui il ragazzo balla e saltella sul ring schivando e boxando di rimessa l’istinto del campione, e per questo lo allena con una cura tutta particolare; ma per Ivano il pugilato non è che un passatempo serale, tutt’altro che un’alternativa al lavoro da aiutante in una carrozzeria che occupa gran parte della sua giornata.
Quando il padre muore, ennesima vittima delle esalazioni di vernici e solventi prodotti nella fabbrica in cui tutti gli abitanti della zona lavorano, Clay sembra assolutamente indifferente, ma in breve si macchia, a dispetto della sua indole tranquilla, di un atroce, inspiegabile delitto…

Secondo romanzo di Giuseppe Munforte, già vincitore, grazie all'opera d'esordio Meridiano (Castelvecchi, 1998), del Premio Assisi, La prima regola di Clay si serve di alcuni cliché della narrazione pugilistica(1) e del romanzo di formazione per tracciare una credibilissima tragedia contemporanea ispirata ai fatti dell’IPCA(2) di Cirié (Torino).
Nel romanzo di Munforte, come nella realtà, miseria economica e culturale, nutrite dalla quasi assoluta mancanza di stimoli e dal pessimismo diffuso, si mescolano alla più profonda miseria esistenziale perpetuando le recenti(3) forme di emarginazione urbana, e svuotandole da ogni possibile via di fuga.
Nonostante l'indubbio valore tematico, è forse nello stile che La prima regola di Clay esprime il suo aspetto più originale: contrariamente a quanto ci si aspetterebbe, l'autore non si conforma ai canoni del realismo minimalista vigente nel genere, ma narra la sua vicenda con ampie immagini e lunghe frasi ricercate, poeticamente descrittive e inconsuetamente cariche di aggettivi, non per vanità, non per un gratuito sfoggio della sua indubbia abilità linguistica, ma per restituire al lettore l’atteggiamento sognante, la disposizione alla contemplazione estetica e l’amore per la cultura(4) che sembrano offrire al narratore intradiegetico l’unica via di scampo dalla sua condizione di vita.

Il romanzo La prima regola di Clay di Giuseppe Munforte è edito da Mondadori.



(1)Il valore metaforico del pugilato come rappresentazione plastica e fin troppo esplicita della lotta per la vita, in genere tanto ben occultata dietro la mal-simulata, inconsistente, "cortesia" o la "solidarietà" borghese, si è affermato fin dai racconti di Jack London (si vedano, per esempio i drammatici Una bella bistecca e La sfida).
(2)L’IPCA (Industria Piemontese dei Colori di Anilina), fondata nel 1922 è passata alla storia per il caso sollevato da Albino Stella e Benito Franza: entrambi affetti da tumore alla vescica, e preso atto dei molti colleghi deceduti per la stessa patologia (secondo una recente ricerca INAIL sarebbero 168 i dipendenti morti di cancro), i due operai avevano sporto denuncia contro la fabbrica. Nel 1977, al termine di un processo durato 5 anni, titolari e dirigenti dell’azienda vennero condannati per omicidio colposo.
I tristi fatti del IPCA sono stati ricostruiti dal regista Daniele Gaglianone nel documentario Non si deve morire per vivere (2005).
(3)Ma saranno poi così recenti? In che modo questi abitanti delle periferie milanesi si differenziano dai “ragazzi di vita” che popolavano le borgate della Roma di Pasolini? E le loro vicende non riecheggiano quelle dei protagonisti dei racconti de Il ponte della Ghisolfa di Testori?
(4) Il rifiuto del lavoro portato avanti dal narratore in nome della cultura ricorda gli atteggiamenti assunti da Arturo Bandini ne La strada per Los Angeles di John Fante, ma mentre quest'ultimo si dedicava alla sua attività culturale con snobismo e violenta convinzione, il personaggio di Munforte, segnato dalla vicinanza di Vera e Clay, deve fare i conti con i sensi di colpa.

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Wednesday, October 08, 2008

L- Eric Ambler: Motivo d’allarme

(Immagine: Mario Sironi, Paesaggio urbano, 1922).


Milano, fine anni ’30: un uomo cammina cauto nella notte nebbiosa. Ogni tanto si volta per accertarsi di non essere seguito. Alza il bavero del cappotto, gira un angolo e viene travolto da una lunga automobile scura. Il passeggero smonta, controlla le condizioni della vittima, costringe l’autista a ripassare sul corpo in retromarcia, osserva soddisfatto il cadavere, risale, e la macchina si allontana. 

 Nick Marlow, giovane ingegnere inglese rimasto senza impiego in un momento di crisi economica, accetta un lavoro come rappresentante per l’Italia della macchina “Spartacus s2”, destinata alla produzione di munizioni. Separatosi di malavoglia dalla promessa sposa Claire, Marlow parte per Milano ripromettendosi di tornare a casa il prima possibile. La scoperta del coinvolgimento del suo predecessore (deceduto in seguito ad un “malaugurato incidente”) in un traffico di informazioni sulle forniture belliche, e il tentativo, da parte di un misterioso e sinistro militare jugoslavo, di reclutarlo per lo stesso pericoloso gioco, non possono che rafforzare il suo proposito, ma, prima di rendersene conto, il giovane si ritrova ricercato dalla polizia e dall’OVRA.

 

Scritto nel 1938 da Eric Ambler, vero e proprio pioniere del genere spionistico, considerato da Graham Greene “il più grande autore di thriller inglese”, Motivo d’allarme (1), che mette in scena  la forzata introduzione di un onesto e ingenuo borghese nei meccanismi criptici e perversi dello spionaggio (modulo poi divenuto classico nel genere spy-story), è tutt’ora godibile in virtù di uno stile piacevolmente stringato, ristretto (la cui efficacia è sopravvissuta indenne al passare del tempo), di una suspence e di effetti drammatici minuziosamente costruiti. Meravigliosa (e molto realistica) la ricostruzione del clima politico della Milano degli anni immediatamente precedenti alla seconda guerra mondiale, e credibilissimo l’intreccio(2).

Fin dalle prime pagine ci si rende conto di trovarsi di fronte ad un classico (3), eppure, per quanto i modelli sui quali l’intreccio è costruito possano risultare convenzionali, usati o abusati (l’agente russo che si finge alfiere della democrazia occidentale, la fuga in treno, i travestimenti ecc.), il romanzo di Ambler mantiene il lettore con il fiato sospeso fino all’epilogo, e procura un piacere che eccede il semplice gusto filologico di aver trovato il primo esemplare, l’elemento inaugurale di un filone sfruttato, in seguito, fino allo sfinimento.

 

Il romanzo Motivo d’allarme di Eric Ambler è edito in Italia da Adelphi.

 

 

(1)Scritto e ambientato negli anni compresi tra la formazione dell’asse Roma-Berlino (1936) e l’inizio della seconda guerra mondiale (1939), il romanzo ha fortunatamente perso tutta la sua attualità politica.

(2) D’altra parte molti critici e biografi danno per scontata la collaborazione di Ambler con i servizi segreti inglesi.

(3) Frasi come “Jerking round quickly, he saw it swing over towards him. The headlights grew suddenly larger, blinding him. He shouted and tried to jump clear. The next moment the car hit him.” [Voltandosi di scatto, la vide svoltare verso di lui. I fari si fecero improvvisamente più larghi, accecandolo. Gridò e cercò di saltare fuori traiettoria. Un attimo dopo la macchina lo colpì].  (Eric Ambler, Cause for alarm, Vintage Crime/Black Lizard, Random House, New York 2001, p. 6, traduzione nostra), non possono che richiamare alla mente un affollamento di linee di romanzo e sequenze cinematografiche, tutte rigorosamente successive, e direttamente o indirettamente debitrici del romanzo di Ambler.

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