Tuesday, May 19, 2009

L- Joe R. Lansdale: Sotto un cielo cremisi


“Da un bel pezzo non mi sparava più nessuno, e negli ultimi due o tre mesi ero riuscito a conservarmi la testa tutta intera. Si trattava di una specie di record, e cominciavo già a sentirmi speciale”. (1)

LaBorde, Texas orientale. Hap Collins e Leonard Pine, ex giardinieri, lavoranti a giornata, riscossori, investigatori improvvisati, operai da piattaforma petrolifera ecc. ecc., vengono contattati dall’amico ex-poliziotto Marvin Hanson(2), per ritrovare la sventata nipotina Julia, stabilitasi nella vicina No Enterprise con il piccolo spacciatore Tanedrue e la sua banda.
Arrivati nella "ridente" cittadina (due strade, quattro case e un distributore di benzina con annesso garage), Hap e Leonard localizzano e assaltano il camper di Tanedrue e, al termine di una scazzottata coi fiocchi (completata da un paio di colpi di pistola…), riescono a sottrarre Julia agli uomini che la hanno “circuita”, per riportarla a casa dai nonni. Purtroppo, però, un’organizzazione formata da ex motociclisti vicini alla Aryan Nation e coinvolta nei traffici di Tanedrue, la temibile “Dixie Mafia”, decide di punire gli “aggressori”(3) mettendo una taglia sulle loro teste. Braccati e coinvolti in una sparatoria da far impallidire l’O.K. Corral, i due amici si trovano in manette e accusati di omicidio plurimo. Per tornare liberi non hanno che una scelta: collaborare con l'FBI per facilitare l’arresto di qualche pezzo grosso. Intanto, un killer invisibile, il misterioso “Vanilla Ride”, è già sulle loro tracce…

Arriverà mai il momento in cui le opere di Joe R. Lansdale smetteranno di convincerci, e le sue formule ci appariranno usurate, stanche, abusate? A quanto pare no: a quasi trent’anni dagli esordi (Atto d’amore, 1980) e a quasi venti (Una stagione selvaggia, 1990) dall’entrata di Hap e Leonard sulle scene, i romanzi del maestro texano non fanno che migliorare; e se la dimensione originale dei racconti sfuma dietro la ripetizione di situazioni e meccanismi ultra-collaudati(4), stile, dialoghi e senso del ritmo diventano sempre più perfetti. Hap e Leonard, invecchiati ma (fortunatamente) irredenti, i muscoli saldi e le lingue più affilate che mai, si muovono senza pace sullo sfondo western di un mondo al quale non sono in grado di adattarsi, e ormai sembrano vecchi cowboys usciti dritti dritti dal Mucchio Selvaggio(5)...

Il romanzo Sotto un cielo cremisi di Joe R. Lansdale, meravigliosamente tradotto da Luca Conti, è proposto in anteprima mondiale da Fanucci.


(1) Joe R. Lansdale, Sotto un cielo cremisi, Fanucci, Roma 2009, p. 11.
(2) I lettori abituali ricorderanno Hanson, più giovane di una ventina d’anni, nelle vesti di protagonista di Atto d’amore, romanzo d’esordio di Joe R. Lansdale, o come comprimario essenziale per lo svolgimento dell’indimenticabile Il mambo degli orsi.
(3) E bene si, è proprio questo che sembrano, ma non temano gli aficionados: prima della fine del romanzo, l’autore avrà modo di rimettere le cose a posto e riportare la questione morale in primo piano servendosi del consueto, apprezzabile, filtro della riflessione di Hap.
(4) Come si ricorderanno i lettori di Il mambo degli orsi, persino la “proposta alternativa” delle autorità, in realtà uno squallido ricatto, è cosa già vista...
(5) Il riferimento a Peckinpah è piuttosto evidente, non tanto da un punto di vista tematico (Lansdale è più un autore da versione rivista, aggiornata, ridimensionata del "cavaliere senza macchia e senza paura"...), quanto nella tecnica narrativa: in alcune sequenze di sparatoria pare di trovarsi di fronte alla versione letteraria del montaggio addizionale utilizzato dal regista del Mucchio; la lunga scena finale dell'"assedio", poi, pur essendo un classico del genere western (Lansdale stesso ha costruito una situazione analoga per sciogliere il suo Il lato oscuro dell'anima), evoca chiaramente Pat Garrett e Billy The Kid.

Labels: , , , , , , , , , , ,

Tuesday, March 24, 2009

C- Clint Eastwood: Gran Torino


Stati Uniti, oggi. Walt Kowalski, ex-militare decorato in Corea e operaio Ford in pensione, è arrivato al capolinea: rimasto vedovo e unico “bianco” in un quartiere popolare ormai pieno di immigrati, abbandonato dal figlio troppo occupato per prendersi cura di lui, e dalla sua odiosa famiglia, sembra pronto per l’ospizio. Con un vecchio cane come unico amico e una Gran Torino del ’72 (simbolo palpabile del suo orgoglio americano) come sola passione, Kowaski ha fatto dell’allontanamento, dell’esclusione, della denigrazione del “diverso” (1), una ragione di vita; nel quartiere tutti lo conoscono come un vecchio scorbutico e pericoloso, pronto a scacciare gli “invasori” individuati sulla sua proprietà a colpi di fucile. Finché l’incontro con due ragazzini asiatici del vicinato non lo costringe a rivedere le sue posizioni…

Gran Torino è, innanzitutto, la storia di un rapporto tormentato: quello tra gli immigrati americani di vecchio corso, sbarcati nei primi decenni del ‘900, e i protagonisti di ondate più recenti, raccontata attraverso le relazioni di un vecchio polacco con i suoi vicini asiatici. Questa prima riflessione lascia, però, ben presto spazio ad altre considerazioni: Kowalski, infatti, non è un cognome polacco "qualunque", ma anche il nome dell’indimenticato e indimenticabile protagonista della pièce A streetcar named Desire di Tennessee Williams, divenuto, complice la notissima trasposizione cinematografica di Elia Kazan(2), una vera e propria icona della maschilità manesca, sensuale, virile, violenta, carnale(3). E ai caratteri di questa virilità antica, il Kowalski di Gran Torino, pur con qualche ruga e acciacco, corrisponde perfettamente: lo si vede fermo in piedi in mezzo allo schermo, pronto a fronteggiare gli attacchi (verbali, almeno in principio) di una banda di piccoli balordi, l’aria da Ispettore Callaghan invecchiato, ma la sua redenzione è già in atto. Sì, perché in terzo luogo, ed è questo l'aspetto principale del film, Gran Torino risponde, con ovvia attenzione per la dimensione morale, al filone del romanzo di formazione. Il trito (il che non significa definitivamente esausto) canone del romanzo di formazione nel quale l'anziano impara dai giovani, applicato ad una sceneggiatura non molto originale, avrebbe forse rischiato di tradursi, in mano ad altri registi, in un prodotto di bassa lega: nella declinazione eastwoodiana, da invece origine alla consueta narrazione lucida e meravigliosa, sommessamente riflessiva, sempre in bilico tra il poetico e il banale. In questo caso spiccano la bella, sconsolante, ricostruzione della solitudine connessa alla vecchiaia, le dinamiche perfette dell’anti-americana maturazione dello scorbutico protagonista, che dopo aver scoperto il “nemico” in famiglia (figlio e nuora pronti a rinchiuderlo, a dispetto della sua ovvia vitalità, all’ospizio; nipote che incomincia ad avanzare timide pretese sull’eredità ecc.), ritrova il “familiare” nei gentili vicini, inizialmente accomunati ai vecchi avversari coreani.
Racconto morale impreziosito da meravigliose parentesi western(4), pronto a risolvere l’infinita tensione americana tra rispetto della legalità e ricorso alla “giustizia fai-da-te”, con la proposta (ma, in fondo, chi può dire quanto sia seria e universalizzabile...) di un’originale e inattuale etica del sacrificio attraverso la quale i “vecchi” consegnano ai “giovani” un mondo migliore; completato da fotografia perfetta, taglio piacevolmente classico delle inquadrature, incredibile senso del ritmo (questo a dispetto dell’intreccio poco articolato) e realizzato con mezzi apprezzabilmente moderati, Gran Torino è un film perfetto, ennesima prova registica -incredibilmente riuscita- di un Eastwood che minaccia sempre di smettere e poi, per fortuna, non lo fa mai.



(1) Nel senso esteso ed inclusivo di razza, colore, sesso, nazionalità…
(2) La trasposizione di Kazan (1951) è tanto nota che ormai, nell'immaginario collettivo, Stanley Kowalski ha le fattezze di un Marlon Brando al massimo della forma.
(3) E attraverso questa citazione il film si apre ad una moderna revisione, ad un ammorbidimento delle classiche, rigide, definizioni di "genere": a Kowalski, rappresentante del “vecchio” maschio forte (chi meglio di Eastwood, da sempre legato al politcamente scorrettissimo “Dirty Harry” o alle figure di cavaliere solitario in salsa western?), fa da contraltare il giovane Thao, personaggio timido, pacifico, imbranato, la cui integrazione passa, non a caso, attraverso la sospensione delle attività femminili (es. il giardinaggio) e la scoperta del "duro" lavoro manuale, come luogo della creazione di una nuova identità nazionale "americana" attraverso una momentanea adesione ad un modello maschile “classico”.
(4) Si veda, per esempio la riproposizione del classico “duello suicida” in una versione "moralizzata"; se ne Il Mucchio Selvaggio, che del topos in questione fornisce uno degli esempi più noti, l'ultimo duello viene intrapreso con l'incoscienza, la "leggerezza" tipica dei membri della banda, come "ultima prova" (per quanto prevedibilmente fallimentare...), in Gran Torino il "suicidio" è premeditato, e serve ad accelerare i tempi per una soluzione "legale" del conflitto tra Thao e i suoi connazionali. Nella costruzione del finale, Eastwood gioca sui particolari in ellissi, racconta in maniera reticente, senza mai rivelare le reali intenzioni del protagonista, e istituisce, così, una funzionale ambiguità tra i modi e i riferimenti del western classico, e la soluzione di Kowalski. Rivista a posteriori la voluta ambiguità narrativa testimonia, in maniera riuscitissima, l'incertezza del protagonista, e sposta in primo piano il momento strettamente morale della scelta.

Labels: , , , , , , , , ,

Thursday, March 12, 2009

L- Richard Brautigan: Il mostro degli Hawkline


Alla fine dell’enorme cumulo di vestiti, c’era una testolina che sbucava dalla camicia. Il colletto della camicia gli circondava la testa come un hula hoop. L’espressione di quieto riposo di chi è andato, come dicono, al cospetto del Creatore, era rimasta inalterata sul viso del maggiordomo nel passaggio da gigante a nano, solo che chiaramente era molto più piccola.(1)


Usa 1902. Strani avvenimenti turbano la villa degli Hawkline, una grande e tetra dimora vittoriana costruita su cave di ghiaccio misteriosamente poste nel bel mezzo del deserto: il padrone di casa, professore ad Harvard e brillante scienziato(2) impegnato in una serie di esperimenti chimici di importanza vitale per il futuro dell’umanità, scompare nel nulla durante una seduta nel suo laboratorio, e un invisibile mostro inizia ad attentare alla tranquillità dei superstiti.
Le due figlie del professore, rimaste sole ma intenzionate a portare a termine l’esperimento paterno, e stufe di sottostare ai dispetti del misterioso (ma apparentemente inoffensivo) mostro, assoldano Greer e Cameron, due imbattibili killer girovaghi…

Il mostro degli Hawkline è un romanzo vivido, comico, sperimentale, folle, che riporta alla mente, per associazione, i brani del Dylan cantore psichedelico e brillante “sinestesista” (quello di Stuck inside of Mobile with the Memphis blues Again e dell’incredibile “there's only one I've met/ an' he just smoked my eyelids/ an' punched my cigarette” (3)), attraversato da velate (ma innegabili) riflessioni contro-culturali(4), e pieno zeppo di riferimenti e topoi del western-pulp, del romanzo gotico(5), della letteratura fantastica (6) opportunamente sformati in una parodia che alterna i generi senza mai miscelarli, amplificando al massimo gli effetti grotteschi.
La meravigliosa traduzione di Enrico Monti, assolutamente fedele al lessico e alle strutture semantiche americane, consolida, così come avviene nella versione originale, sul piano stilistico, il carattere straniante (verrebbe da dire “spaesante”(7)) della narrazione.

Il mostro degli Hawkline
di Richard Brautigan è edito in Italia da ISBN.



(1) Richard Brautigan, Il mostro degli Hawkline, ISBN, Milano 2008, p. 129.
(2) Ma forse, piuttosto, alchimista impegnato, con finalità diverse, in un folle esperimento formalmente analogo a quello tentato dal malvagio antenato che scatenava le oscure presenze in The case of Charles Dexter Ward di H.P. Lovecraft.
(3) Rischi connessi al progresso scientifico, male “morale” che rinasce all’interno delle comuni (quella dei “Chimici”), incertezza dell’identità (le due gemelle indistinguibili che cambiano nel tempo ma rimangono pur sempre identiche a se stesse), consumismo e produzione di massa (i mille ombrelli neri che invadono la casa), feticismo degli oggetti (l’assurdità psicanalitica del portaombrelli-genitore), società e controllo del pensiero, sono solo alcuni dei temi (spesso deformati, sotto il filtro comico e la patina onirica del romanzo, fino ad una quasi completa illeggibilità), sepolti sotto l’imprevedibile Mostro degli Hawkline.
(4) “Ne ho incontrato solo uno/, ma si è solo fumato le mie palpebre/ e ha preso a pugni la mia sigaretta”.
(5) Il gotico britannico, sradicato dalla sua patria geografica e “malamente” innestato in un deserto nord-americano, senza nessun tentativo di ammorbidimento degli ovvi contrasti (che ci fa una casa vittoriana nel bel mezzo di uno sfondo western? E le cave di ghiaccio in mezzo al deserto?
(6) Si ritrovano, per limitarsi agli esempi più ovvi, eco da Alice nel paese delle meraviglie e Frankenstein, da Il giro di vite, e The case of Charles Dexter Ward, ma anche atmosfere e dialoghi usciti dritti dritti da quel piccolo capolavoro di auto-biografia sognante e romanzata che è Avventure nel commercio delle pelli del gallese Dylan Thomas.
(7) Questo carattere “spaesante” è per lo meno singolare se si considera che in ambito classico il genere era trattato come un insieme di regole stilistiche e tematiche codificate alle quali il produttore era tenuto ad adeguarsi, come per un tacito accordo, per garantire al fruitore (amante di un determinato genere) il gradimento dell’opera proposta. L’operazione di Brautigan, di segno opposto, non sarà forse originale (tentativi anche più “fini” di allargamento, di sovvertimento delle regole, condotti dall’interno dei generi, erano da tempo all’ordine del giorno), ma è ben recepita (un ovvio omaggio può essere rintracciato, ad esempio nel romanzo Fuoco nella polvere di Joe R. Lansdale, scritto nel 2001 ma proposto ai lettori italiani, per iniziativa di Fanucci, solo nel 2008) ed efficace: l’inattesa assurdità fiabesca del racconto spiazza il lettore e lo costringe a interrogarsi sulla realtà “veramente” distorta e “spaesante”, quella extra-diegetica.

Labels: , , , ,

Wednesday, February 11, 2009

C- Baz Luhrmann: Australia



1939. L’Europa è in guerra; si vocifera di un’imminente alleanza del Giappone con Italia e Germania, e l’attacco di Peal Harbor non è poi così lontano, ma alcuni rappresentanti dell’aristocrazia inglese, distaccati, come di consueto, dai “volgari” avvenimenti del mondo civile, sembrano non curarsi della catastrofe imminente. È il caso di lady Sarah Ashley (Nicole Kidman sempre a suo agio e in forma ultra-smagliante), pronta a lasciare il Regno Unito per l’Australia, pur di ricongiungersi al marito(1) impegnato in una serie di investimenti nel mercato del bestiame.
Giunta nella sconfinata proprietà di “Faraway Dawns”, lady Ashley apprende la notizia della morte del marito, apparentemente ucciso da un aborigeno, e si ritrova unica erede della tenuta e di circa mille e cinquecento “buoi facciatosta”.
Inizialmente decisa a vendere tutto e tornarsene nella natia Inghilterra, la donna scopre le speculazioni di King Carney, unico, disonesto, concorrente del marito in una mega-fornitura di carni per l’esercito australiano, e, un po’ per dare al vecchio affarista ciò che si merita, un po’ per restare vicino al piccolo aborigeno Nullah, recentemente rimasto orfano, decide di impegnarsi in prima persona nello spostamento dei buoi; la aiuterà il rude Drover (Hugh Jackman, X-men, Codice: Swordfish, Van Helsing), esperto mandriano…

La regia di Luhrman è decisamente convenzionale; la pellicola funziona, nonostante alcune scelte inspiegabili (2), finché si mantiene su toni da western classico e romantico (3), ma scade via via che il secondo tempo procede, fino a lasciare l’amaro in bocca(4).
Più che un mea culpa o un omaggio (in fondo Luhrman all’epoca dei fatti narrati non era neppure nato; perché dovrebbe sentirsene responsabile? Ma allora perché fingersi toccati?) il film sembra una piccola(5) rassegna di luoghi comuni da neo-moralismo d’occasione, inseriti in una cornice ultracommerciale che miscela western e melò, romanzo (cinematografico) di formazione per genitori(6) e bambini, parentesi drammatiche e amorose, e poco ispirate sequenze da war-movie.
Formidabile, soprattutto da un punto di vista antropologico, il vecchio aborigeno, ancora legato ai modi di vita tradizionali, ma pronto ad accoglie a braccia aperte il “buon colono”(7).
Altro che svolta sociale di Luhrmann: Australia è un film che tenta di accontentare tutti senza parteggiare per nessuno; un’opera strettamente politica nel senso strisciante del termine (o meglio tutt’altro che politica...).



(1)Mr. Ashley è da tempo assente, tanto che la protagonista teme che si sia rifugiato tra le braccia di un'altra donna.
(2) A che pro quelle intricate riprese aeree che nulla aggiungono alla sequenza della morte della madre di Nullah (anzi, nuocciono alla già scarsa tensione emotiva)?
(3) Non sgradevoli i fondali ridipinti alla King Vidor, unico sfogo offerto da Australia al gusto kitsch che nei precedenti lavori di Luhrmann si esprimeva negli interni insopportabili.
(4) Diciamolo chiaramente: non si tratta di amara riflessione, ma di semplice delusione estetica.
(5) Ma neanche troppo piccola, considerate le quasi tre ore di pellicola, rese ancor più insopportabili da una regia ultra-piatta.
(6) Si veda il mutamento di prospettiva di lady Ashley rispetto al viaggio di Nullah.
(7) Che cosa poi questa associazione possa voler dire, soprattutto all’interno di un film che, almeno secondo le dichiarazioni del regista, dovrebbe essere dedicato alla “generazione rubata”, quella dei bambini meticci sottratti ai genitori per essere ri-educati da “bianchi”, toccherà a Luhrmann spiegarcelo…

Labels: , , , , ,

Tuesday, June 03, 2008

L -Joe R. Lansdale: La morte ci sfida

Texas Orientale. Gli abitanti di Mud Creek(1) si sono macchiati di un’atroce delitto: aizzati dal violento e razzista Caleb hanno giustiziato un guaritore indiano e la sua donna. Maledetti dall'innocente sciamano in punto di morte, i paesani cominciano a trasformarsi in zombie assetati di sangue. Il paese sembra irrimediabilmente condannato, ma a salvare la situazione arriva il reverendo Jeb Mercer, “un predicatore alto e magro, coperto di polvere”(2), seduto in groppa a una giumenta con un ascesso sul posteriore, “vestito di nero da capo a piedi e armato di un revolver Colt Navy .36 modificato”(3) infilato nella fascia nera stretta intorno alla vita.

Se è vero, come dichiara l’autore nella dedica, che "questo non è un libro di ‘grandi riflessioni’" ma piuttosto è come i film dell’orrore che si vedevano "alla televisione la sera tardi"(4), la maestria di Lansdale sta proprio nel saper infondere ai suoi romanzi brevi, ultracompatti e senza pretese (La morte ci sfida come L’anno dell’uragano, Bubba Ho-tep ecc.), lo stesso incredibile potenziale d’intrattenimento dei loro corrispondenti cinematografici.
A prescindere dalla frivolezza assoluta degli argomenti (che dire altrimenti di un intreccio che sembra nato dall’incrocio di un western di serie B con un horror di serie Z?), la facilità ed il piacere della scrittura che balzano fuori da ogni pagina, la limpidezza dei dialoghi (precisi e naturali nonostante l’irrealtà della situazioni affrontate) l’abilità nello stendere descrizioni stilizzate ma accurate, potrebbero sembrare, se Lansdale non fosse così inguaribilmente ottimista ed incoraggiante nei confronti dei suoi colleghi, veri e propri insulti ad ogni autore vessato dall’esercizio della letteratura.
Indimenticabile la sparatoria finale, che apre la strada ad un epilogo ben meno accomodante di quanto il lettore non si aspetti.

Nel mese di marzo 2008 la casa editrice Fanucci ha pubblicato nella quasi neonata serie “vintage” il romanzo western inedito Il carro magico, scritto da Joe Lansdale negli anni ’80. Alla prima edizione ne è seguita una seconda (senza apparenti modifiche) uscita giusto in tempo per essere presentata al salone del libro di Torino. Proseguendo la stessa, evidentemente fruttuosa, operazione di recupero degli inediti di Lansdale, Fanucci propone ora questo breve ma godibilissimo La morte ci sfida datato 1986, presentato a Roma il 28 Maggio(5). Nonostante il carattere palesemente commerciale della manovra (una casa editrice è pur sempre un’impresa…) i lettori non possono far altro che gioire della scelta editoriale, anche perché il libro è apparso direttamente in edizione economica. Peccato per la traduzione, che qua e là si perde in piccole (ma fastidiose) imprecisioni, come se fosse stata commissionata e svolta in fretta e furia.

Il romanzo La morte ci sfida di Joe R. Lansdale è edito in Italia da Fanucci.


(1)Mud Creek è un luogo ricorrente nella narrativa di Joe R. Lansdale: qui si svolgono infatti, oltre ai western La morte ci sfida e Il carro magico, il grottesco Bubba Ho-Tep, il racconto horror La notte che si persero il film dell'orrore (in Italia nell’antologia Maneggiare con cura, edita da Fanucci) ecc.
(2) Joe R. Lansdale, La morte ci sfida, Fanucci, Roma 2008, p. 23.
(3)Ibidem.
(4)Ivi. p. 9.
(5)L’autore aveva concesso una piccola anteprima nel corso della trasmissione radiofonica Farenheit andata in onda il 27 maggio su Rai radio 3. (Gli interessati possono ascoltare il Podcast e leggere alcuni estratti dell'intervista qui).

Labels: , , , , ,

Monday, March 17, 2008

L – Cormac McCarthy: Il buio fuori

Da questa desolazione spirava un vento che portava con sé odore di marcio, e le canne palustri e le felci nere intorno a lui si urtavano lievemente, quasi fossero in catene. Si domandò perché una strada dovesse arrivare a un posto del genere.(1)

Tre misteriosi assassini si muovono senza meta sullo sfondo di un West rigoglioso ma semi-deserto; un neonato (nato da una relazione incestuosa…) abbandonato nel mezzo di una radura viene raccolto da un calderaio girovago; un padre preso dal senso di colpa si trasforma in ladruncolo vagabondo e senza meta; una giovane madre convinta che il figlio che le è stato rubato sia ancora vivo batte le campagne nella disperata ricerca di un calderaio mai visto prima…
Scritto per pezzi brevi come rapide sequenze di un lungo montaggio incrociato (2) la cui durata copre l’intero romanzo, Il buio fuori rappresenta in maniera meravigliosa quel dissidio tra uomo e natura che sembra il fulcro delle convinzioni metafisiche di Cormac McCarthy. Se il western classico rappresenta lo sforzo pionieristico di conciliare una natura pericolosa e violenta con le esigenze dell’uomo civile, il western di McCarthy testimonia la perfetta indifferenza di una natura rigogliosa (3) alla bruttura ed all’aridità delle vicende umane. Uscito da un ventennale isolamento (4) in occasione della consegna del premio Pulitzer per la narrativa (assegnatogli nel 2007 per il romanzo La Strada), McCarthy ha partecipato al talk show di Oprah Winfrey ed in seguito ha rilasciato una lunga intervista al mensile “Rolling Stone” (uscita in Italia sul numero di marzo), confidando particolari interessanti sul suo metodo di lavoro, sui suoi gusti ed interessi: amante più del rigore scientifico (l’autore frequenta quotidianamente il “Santa Fe Institute”, luogo d’incontro di alcuni tra i migliori scienziati viventi…) che delle “speculazioni sulle cose” tipiche della letteratura, l’autore, che giura di non leggere narrativa, sembra aver inaugurato una nuova dimensione del realismo letterario, fondata su riflessioni congiuntamente morali e scientifiche, piuttosto che sul minimalismo stilistico e tematico entrato come consuetudine in tanta buona letteratura americana. Disgustato dalla violenza connaturata al genere umano, come solo i grandi conoscitori sanno esserlo (“se vieni dagli stati del Sud conosci la violenza”), McCarthy è convinto che il pianeta starebbe molto meglio senza di noi, ma la cosa non ha poi grande importanza dato che, mondo e uomo, sono irrimediabilmente destinati ad estinguersi …

Il romanzo “Il buio fuori” di Cormac McCarthy è edito in Italia da Einaudi.



(1) Cormac McCarthy, Il buio fuori, Einaudi, Torino 2008, pg. 207
(2)Il lettore sa, perché è convenzione cinematografica nota anche ai bambini, e prestata qui alla letteratura, che il montaggio incrociato porta ad un incontro, e tuttavia spera che qualche avvenimento imprevisto spezzi il corso naturale degli eventi…
(3)Tanto rigogliosa che sembra “gestita” da un dio diverso rispetto a quello che ha gettato gli uomini sulla terra.
(4)Insieme a J.D.Salinger e Thomas Pynchon (tanto restio a stare di fronte a fotografi e macchine da presa, da essere stato ironicamente inserito in una puntata de i Simpson con un sacchetto di carta sulla testa…), Cormac McCarhty era considerato uno dei grandi “invisibili” della letteratura americana.

Labels: , , , , , ,

Monday, March 03, 2008

C- Joel e Ethan Coen: Non è un paese per vecchi

Cosa nasce dall’incontro tra uno dei maggiori rappresentanti della letteratura americana contemporanea, e due tra i più eleganti ed ironici cantori del sogno americano (ed eventualmente del suo fallimento) nella sua versione cinematografica? Un capolavoro, ed infatti poco più (o poco meno) si può dire di “Non è un paese per vecchi”, tratto dall’ omonimo romanzo di Cormac McCarthy(1) e portato sugli schermi dai fratelli Coen.

La trama è molto semplice (o almeno così pare, salvo lasciare poi alcuni curiosi interrogativi (2) che gli spettatori più distratti non coglieranno neppure…): Llewelyn Moss (Josh Brolin, recentemente apparso nei panni del detective Trupo in “American Gangster” di Ridley Scott), reduce del Vietnam impiegato come saldatore, vivacchia alla meglio con la giovane moglie Carla Jean in una cittadina di confine tra Texas e Messico; capitato sul luogo di uno scambio di droga finito male, l'ex militare si appropria di una valigetta contenente due milioni di dollari e fugge verso casa, ma per una serie di "sfortunate coincidenze" si ritrova inseguito da polizia e gangster.
Braccato dal temibile, folle, assassino Chigurh(3) (costretto da una singolare etica del lavoro ad onorare anche i contratti stipulati con mandanti defunti) Llewelyn non può fare altro che abbandonare la fuga, e passare al contrattacco…
Presentato (e giustamente acclamato...) l'anno scorso al festival di Cannes, finalmente giunto nelle sale italiane alla fine di febbraio, premiato con quattro premi oscar il 24 del mese scorso, “Non è un paese per vecchi”, che coniuga toni western ( tematici, cinematografici (4) e fotografici), ad un classico intreccio da thriller, è l'ennesima prova dell'eleganza dei Coen. I registi hanno tentato, attraverso l'appiattimento delle scene d'azione, l'adozione di un ritmo regolare(5) e privo di accelerazioni, la reticenza nel mostrare la triste (ma ovvia) fine del protagonista (svuotata di ogni tensione emotiva, relegata all'angolo di una breve e scura inquadratura notturna, e servita con un'indifferenza tale da passare quasi inosservata), e tutta una serie di piccoli accorgimenti, un recupero delle riflessioni morali che fanno da spina dorsale al romanzo (6).
Meraviglioso Tommy lee Jones nei panni dello sceriffo Bell, ormai troppo vecchio per comprendere il proprio paese, oltre che per difenderlo.
Vivamente consigliato.


(1)Cormac McCarthy, classe 1933, autore di una meravigliosa trilogia western (“Cavalli selvaggi”, “Oltre il confine” e “Città della pianura”), del grottesco “Figlio di dio”, oltre che, naturalmente, di “Non è un paese per vecchi” è stato insignito nel 2007 del prestigioso “premio Pulitzer” per il romanzo post-apocalittico “La strada”; tutte le sue opere sono edite in Italia da Einaudi.
(2)Un esempio: Che fine ha fatto la valigetta?
(3) Javier Bardem premiato con un oscar nella categoria “best supporting actor”
(4)si pensi ai meravigliosi esterni in campo lungo e lunghissimo che accompagnano la presentazione di Llewelyn…
(5) Forse eccessivamente regolare: Conclusa la vicenda di Llewelyn il pubblico sembra perdere interesse, e così la riflessione finale di Bell/Jones, che dava senso al romanzo, cade nel vuoto …
(6) Ci sembrano ingiuste le accuse di quei critici secondo i quali i Coen avrebbero trasformato il romanzo di McCarthy in un semplice thriller...

Labels: , , , , , , , , , , ,

Friday, October 12, 2007

L- Cormac McCarthy: La strada




















In una terra distrutta e semi-deserta, nella quale tutte le attività produttive sono state abbandonate per via di qualche irrimediabile sconvolgimento climatico, un uomo e suo figlio vagano senza meta attraverso città abbandonate e boschi ridotti in cenere, strade devastate e luoghi desolati, cercando di evitare qualunque contatto con gli altri sopravvissuti, potenzialmente ostili.

Privi della benché minima speranza di riscatto, padre e figlio non hanno altra scelta se non lottare per un’inutile sopravvivenza o lasciarsi morire; intanto le cose intorno a loro vanno lentamente scomparendo, e gli animali si estinguono inesorabilmente…

Questo romanzo sarà forse differente dai precedenti per ambientazione, ma non lo è certo per i personaggi: I protagonisti sono ancora i seri, “buoni”, e moralmente solidi cowboys vagabondi e pieni di senso dell’onore dei romanzi di McCarthy, forse solo un po’ provati dalla situazione disperata; i “cattivi” sono ancora banditi, ladri, assassini, anche se, in un mondo sempre vuoto, le passioni e le speranze (tutte vane, nessuna esclusa…) degli uni e degli altri sembrano amplificate…

Crudo, freddo, sconsolante, visionario, il romanzo “La strada” di Cormac McCarthy è un meraviglioso ibrido di letteratura western e narrativa post apocalittica (i cui debiti nei confronti delle corrispondenti letterature cinematografiche risultano evidenti anche nella tecnica narrativa (1)).

Premiato all’uscita con il prestigioso “premio Pulitzer”, il romanzo, che ha venduto in America più di un milione di copie, arriva finalmente in Italia.

L’opera più interessante del 2007.

Il romanzo “La strada” di Cormac McCarthy è edito in Italia da Einaudi.

(1) Proprio come nella migliore tradizione Western, quasi tutte le descrizioni ambientali del romanzo si svolgono in “campo lungo” o “lunghissimo”; questa scelta, oltre ad annullare i “piccoli” personaggi nell’ “enormità” del paesaggio (spesso richiamando il tema caro al pragmatismo americano del difficile rapporto tra uomo e ambiente) risulta particolarmente efficace se applicata al mondo agonizzante; l’infinità dello spazio, vuoto fin dove l’occhio può arrivare, sembra confermare l’impressione dei personaggi, convinti di essere testimoni della fine del mondo.

Labels: , , , ,

Thursday, July 26, 2007

L- Cormac McCarthy: Non è un paese per vecchi

Llewelyn Moss, trentaseienne reduce del Vietnam impiegato come saldatore, vive in una cittadina al confine tra Texas e Messico; felicemente sposato con la giovane Carla Jean, Moss ha un solo hobby: La caccia; proprio durante una battuta di caccia l’ex militare si ritrova sul luogo di una strage di trafficanti; due o tre Pick-Ups fermi in uno spiazzo, tracce di eroina, e tra i cespugli poco distanti, un cadavere con una valigetta contenente due milioni di dollari.

Tornato alla roulotte con i due milioni, Moss è convinto di poter cambiare la sua vita, ma qualcosa va storto, e in breve tempo l’ex militare si trova inseguito dalla polizia e da una serie di crudeli gangsters decisi a riprendersi il malloppo…

Cormac Mc Carthy (Rhode Island 1933) noto ai lettori italiani come moderno interprete della dimenticata letteratura western (si vedano i tre romanzi della “trilogia della frontiera”(1)), confeziona con “Non è un paese per vecchi”, un racconto noir fortemente morale (poggiando anche sui toni biblici scelti per la voce narrante dello sceriffo Bell che fa da contrappunto all’azione) coinvolgente e pieno di ritmo.
Dialoghi meravigliosi e personaggi semplicemente indimenticabili.

Un romanzo nel quale tuffarsi (o ri-tuffarsi) senza esitazione, anche in vista dell’ imminente uscita della trasposizione cinematografica firmata da Joel ed Ethan Coen .

Non è un paese per vecchi di Cormac McCarthy è edito da Einaudi.

(1) “Cavalli selvaggi”, “Oltre il confine” e “Città della pianura”.

Labels: , , , , ,

Wednesday, August 09, 2006

L- Stephen Crane: Racconti del West

Stephen Crane, autore classico e tanto influente nella formazione di quello “stoicismo americano” sopravvissuto e ingigantito dalla “lost generation”, filtrato attraverso i beat e tutt’ora centrale nella letteratura americana, offre una serie di brevi affreschi persi tra Messico, Texas, Nebraska…Una serie di piccoli racconti western antecedenti alla nascita del genere, già segnati da tematiche quali l’eroismo forzato (sotto il quale si nasconde la paura degli “umanissimi” protagonisti non più in condizione di tirarsi fuori da situazioni che percepiscono come pericolossissime), l’erranza, il contatto con un “altro” considerato selvaggio e incontrollabile, e già alludono (si pensi a racconti quali “l’arrivo della sposa a Yellow Sky”, “Mezzogiorno” e “Chiaro di luna sulla neve”) alla “fine della frontiera”.

I personaggi che popolano questi brevi racconti sono uomini comuni, che, costretti a mettersi in gioco per le ragioni più disparate (dall’onore, centrale in “l’albergo azzurro” alla semplice ubriachezza dei ragazzi de “I cinque topi bianchi” ecc.), si riscoprono umani di fronte alla paura, e poco importa se poi di fatto non succede niente (come nel già citato “i cinque topi bianchi” che si chiude infatti con le parole “Non era successo niente”).
Questi racconti, che sembrano già contenere un abbozzo di ogni possibile sviluppo del western (l’influenza dell’ambiente sui personaggi, l’omologazione con la east coast intesa come terra morale/civile ovvero “paurosa”, la fine del banditismo, la sfiducia nell’onore…), si sottraggono ai facili stereotipi del genere, proprio inquanto incentrati su singoli individui, tanto più reali quanto più si ritrovano esitanti e insicuri di fronte all’eventualità della morte.

I “Racconti Western” di Stephen Crane sono editi da Sellerio.

Labels: , , ,

Tuesday, August 08, 2006

C- Wisit Sasanatieng: Le lacrime della tigre nera

L’impossibile storia d’amore tra Dum, giovane bandito noto come la “Tigre Nera” e Rampoey, figlia del prefetto locale, e promessa sposa del capitano Kumjorn della polizia Tailandese.

Ambientato in una Tailandia che ricorda da vicino il messico di Peckinpah, “le lacrime della tigre nera” dimostra, fin dalla presentazione del protagonista maschile, tutta la sua esuberanza, l’appartenenza a quel modo iper-simbolico di fare cinema tipicamente orientale; se infatti, nella foto lasciata cadere da Rampoey, Dum ha l’aspetto sognante dell’innamorato, nell’inquadratura successiva (il passaggio è rafforzato in maniera sonora dal tuono che accompagna lo stacco di montaggio) abbiamo sotto i nostri occhi il feroce bandito noto come la“tigre nera”.
Le “due anime” del protagonista (trasformato in bandito dalla sete di vendetta), così diverse, risultano tanto più definite grazie al loro accostamento (l’aria dura della “tigre nera” sembra tanto più dura perché accostata al volto da bravo ragazzo di Dum).
I colori semplicemente abbaglianti richiamano i fondali ricolorati del western classico (uno su tutti “Duello al sole” di King Vidor), le scene di duello, costruite alla scuola di Sergio Leone, poggiano sul montaggio alternato di particolari di volti, mani, occhi ( con la macchina da presa in avvicinamento progressivo sui duellanti), l’assalto al campo dei banditi strizza l’occhio a “il mucchio selvaggio” senza limitarsi all’ uso del rallenty, ma avvalendosi di un abbozzo di montaggio addizionale; le mille tendine e gli spargimenti di sangue sono l’ovvio tributo del regista ai b-movies degli anni ’60 e ’70.
Un film postmoderno nell’ accezione migliore del termine, ricco di citazioni ed esuberante, ma mai didascalico, che affascina per la sua diversità (principalmente fotografica e tematica data l’infinità di citazioni linguistiche tratte dal cinema occidentale…), per la sua stranezza, per il suo aspetto retrò, per la capacità di miscelare diversi generi (che spaziano dal melò alla commedia, dal western, al film d’avventura, dal musical al pulp…) riuniti sotto l’unico, tanto criticato (ingiustamente criticato) intreccio.

Presentato al festival di Cannes nel 2001, “Le lacrime della tigre nera” è il primo film tailandese distribuito in Italia.

Labels: , ,