NonSoloNoir saluta Vic Chesnutt

(1) Il comunicato è leggibile qui.
(2) Cfr. http://cstrecords.com/.
Labels: Alternative Country, Atlanta Georgia, Cronaca, Indie-Folk, Musica, R.E.M., Vic Chesnutt
Labels: Alternative Country, Atlanta Georgia, Cronaca, Indie-Folk, Musica, R.E.M., Vic Chesnutt
Labels: Caso Mattei, Eugenio Cefis, Fanfani, Francesco Rosi, GIuseppe Lo Bianco, Mauro De Mauro, P2, Pasolini, Saggistica, Sandra Rizza, Servizi segreti, Storia Italiana
Labels: Guano Padano, Musica, Musica Country, Musica Jazz, Musica Sperimentale, Musica Strumentale, Nord Est, Sugarpulp
Labels: Dave Robicheaux, James Lee Burke, Legion Guidry, Legione, Letteratura, Letteratura Americana, Letteratura Noir, New Iberia, New Orleans, Vangelo di Marco
Recensione di Seia Montanelli
Di modi per cominciare una storia noir, non è che ce ne siano poi molti. Si può aprire le scene con l'apprendistato criminale di un personaggio, o mostrando gente che prepara un colpo; si può raccontare la storia di un fuggiasco, o inscenare un atto di ingiustizia che esigerà una terribile vendetta. Oppure, si può far sparire qualcuno, come nel romanzo "Quo vadis, baby?" di Grazia Verasani, o nel film "Angel Heart" di Alan Parker.
"I cinquanta nomi del bianco" di Franco Limardi è un noir che ha avuto buoni riscontri di pubblico e critica - dopo essere stato in concorso al premio Scerbanenco, è in corso di traduzione in Germania - e comincia, appunto, con una scomparsa (anche se noi sappiamo, per dirla con Marlowe, che "la ragazza è morta"). Un sottogenere del noir che inevitabilmente punta la lente d'ingrandimento della narrazione su coloro che si muovono sulle tracce di chi è sparito (in questo caso, una ragazza di nome Grazia); la tradizione esige che il segugio, o i segugi se ve n'è più d'uno, scoprano poco per volta scampoli di informazioni sulla persona che stanno cercando, e svelando i retroscena della sua vita apprendano dettagli che li spingano a confrontarsi con i luoghi bui della loro stessa anima. Questo tipo di narrazioni ci dà occasione di riflettere su quanta parte della nostra storia affondi le sue radici in un comune destino umano, al punto che nel romanzo "La passione del suo tempo" di John Le Carré il protagonista viene ammonito in merito al fatto che egli non sta cercando il suo amico scomparso per ritrovarne le tracce ma per diventarlo.
"I cinquanta nomi del bianco" rispetta in pieno, si può dire, questa tradizione. Anzitutto nei toni del racconto, che divide i suoi personaggi tra due categorie di soggetti: l'umanità degradata e quella dolente. Da una parte abbiamo individui sofferenti, soli, feriti dalla vita; dall'altra abbiamo antagonisti privi di scrupoli, sovente volgari anche nell'eloquio. Ciò che riscatta gli individui, sembra dirci con ciò Limardi, è anzitutto il sentire di avere un'anima ferita; tale consapevolezza può darci strumenti di riscatto, anche nella sconfitta.
Sulle tracce di Grazia si muovono in quattro: un ex detenuto improvvisatosi investigatore, un commissario in fine di carriera (e questi possiamo metterli tra i dolenti); mentre sul fronte opposto, quello dei degradati, ci sono un killer appartenente a una cosca di camorristi e un direttore di banca legato alla malavita organizzata. I quattro agiscono in una città resa spettrale dalla neve che cala su di essa, ove l'alleato può farsi nemico in un istante e, per contro, in altre circostanze può essere proprio l'avversario a offrire una insperata occasione. Climi alla Olivier Marchal, personaggi che vagano per la trama con movenze lente e nichiliste, e comprimari che inevitabilmente parlano la lingua dei mediocri o dei perdenti. Il nome del cineasta francese non è fatto a caso: Limardi usa una gestione cinematografica degli schemi narrativi (la vicenda è raccontata seguendo di volta in volta ciascuno dei quattro impegnati nell'indagine) e soprattutto dei tempi, con alcuni bruschi passaggi dal presente al passato che sarebbero perfetti in un film, ma che in un libro possono causare qualche momento di confusione al lettore.
Sul piano stilistico, risulta aspra il giusto la lingua usata dai personaggi nei dialoghi, costruita su un registro affine a quello del parlato con ampi prestiti dialettali; anche se a volte essa stride con i momenti di intenso lirismo prodotti dall'autore in talune descrizioni. C'è quella che sembra essere una volontà esplicita, da parte di Limardi, nel mescolare forme stilistiche diverse, dal botta-e-risposta serrato a un incedere descrittivo che generalmente non ci si aspetta in un romanzo noir. Questa scelta ha indubbiamente una sua forza (più volte il lettore si trova ad essere spiazzato da un repentino cambio di stile) ma forse qualche colpo di lima qua e là avrebbe giovato sul piano della scorrevolezza.
Menzione d'onore per la resa dei conti finale, dove realisticamente hanno la meglio i più forti e meglio organizzati (che non racconto chi sono, per non rovinarvi il gusto) anche se il libro si chiude su una sequenza che la dice lunga su come nessuno, tantomeno i vincitori, possa avere la meglio sul destino, né sapere dove questo andrà a parare.
Il romanzo I cinquanta nomi del biano, di Franco Limardi, semifinalista al premio Scerbanenco, è edito da Marsilio.
Labels: Francol Limardi, Letteratura, Letteratura Italiana, Letteratura Noir, Marchal, Marlowe, Premio Scerbanenco, Seia Martinelli
Il corpo della duchessa Adriana Musso di Camparino, bella quanto infedele, giace privo di vita sul divano dell’anticamera situata alla fine della grande scala che porta al primo piano, nel palazzo di famiglia. Nell’angolo opposto rispetto al divano, perfettamente visibile agli occhi della sua mente, il commissario Ricciardi ascolta le parole che, ossessivamente, l’anima della duchessa ripete: L’anello l’anello, hai tolto l’anello, l’anello mi manca. È questo il potere del commissario, il “Fatto”, così lo definisce, ossia la capacità di vedere, dopo una morte violenta, la vittima che pronuncia a voce alta il suo ultimo pensiero.
Un dono maledetto. Glielo aveva predetto anche sua madre quando, con orrore, aveva intuito le sue facoltà. Sei maledetto, povero piccolo mio. Maledetto. Perché questo dono gli impedisce di amare qualcuno, o anche solo di farlo partecipe della sua vita legata, in qualche modo, al regno dei morti. Probabilmente è questa la ragione della sua natura schiva, riservata, della sua solitudine.
La terza stagione del barone Luigi Alfredo Ricciardi, commissario operativo della Regia Questura, accade nella calura estiva, a tratti torrida, di una Napoli del 1931. Il sole era alto e non faceva prigionieri.
Origini non proprio nobili; sposata in seconde nozze al quasi defunto Matteo Musso duca di Camparino, dopo essere stata l’infermiera della sua prima moglie; una relazione extraconiugale, molto tormentata, con il caporedattore del ‘Roma’ Mario Capece; un figliastro difficile da gestire; una serie di frequentazioni ambigue, due anelli perduti, un foro in mezzo alla fronte: chi era davvero Adriana Musso di Camparino? I capricci di una donna bellissima e instabile, insicura e fatua.
Comincia in una domenica afosa, insieme al fido brigadiere Raffaele Maione (alle prese con una dieta forzata) e al simpatico dottor Modo, medico legale, l’indagine del commissario Ricciardi volta a stabilire le cause e i responsabili dell’assassinio di uno dei personaggi più in vista della città. Chi ha ucciso la bella duchessa? Sebbene morta, a vederla stesa sul divano pare conservi ancora intatto il suo fascino. Eppure a Ricciardi, e a lui solo, è dato modo di constatare quanto la morte abbia oltraggiato la sua bellezza. La morte disordina.
L’indagine porta Ricciardi e Maione a conoscere una variegata teoria di personaggi, parte integrante del tessuto di quella società e che scandisce il ritmo vitale della Napoli nei primi anni del Novecento. Uno fra tutti il colorito travestito Bambinella, delicato e rispettoso omaggio al personaggio celeberrimo di Viviani, che tra gli inciuci di quartiere e il mestiere antico del femminiello, dà una mano al brigadiere Maione a raccogliere informazioni. La vita continua uguale a prima, ognuno al suo posto.
Dentro al commissario Ricciardi, esattamente al suo posto, c’è anche l’uomo Luigi Alfredo. Parallelamente alla storia dell’omicidio vengono disvelati i turbamenti, le ombre dell’animo umano, la sofferenza per il ‘Fatto’ sedata, nei momenti di luce, dall’impegno per la sua attività. Ma nella cupa solitudine del suo spazio notturno, Luigi Alfredo deve controllare i tumulti del cuore, costretto a barcamenarsi tra il desiderio della sua tata Rosa di vederlo finalmente sistemato e le fitte di gelosia che prova per Enrica, donna che vive di fronte casa sua e alla quale rivolge, da un anno, solo un breve cenno di saluto, tutte le sere, dalla finestra (la scena dell’incontro al Gambrinus, in una danza a quattro fatta di seduzione, ammiccamenti, aspettative, complotti sentimentali, è degna dell’ossessione e della precisione di Flaubert per i dettagli). Le cicatrici nascoste sono così. Ognuno ha le sue.
Orchestrata in terza ma con stranianti, talvolta commoventi, assoli in prima, la scrittura di Maurizio de Giovanni si muove, suona attraverso le strade della Napoli che fu. Dopo appena poche pagine frusciano le vesti tra le stanze di palazzo Musso, il rumore delle carrozze sui basoli dissestati entra dalla finestra aperta, nobili risate arrivano dalla platea del San Carlo, mentre il mare della città, con tutta la sua tranquillità trasparente e compatta, rincorre l’afa della notte per portarle un po’ d’acqua fresca. Ed è proprio così, la scrittura di de Giovanni rinfresca, rinfresca come solo l’acqua sa fare, e disseta l’arsura di letteratura (e non solo di scrittura) che – mai come in questi anni, in Italia – è emergenza di qualità. Una qualità che, a mio umile avviso, sta arrivando sempre più spesso dal parco autorale della generosa campania.
Dotata di una fluidità garbata ed elegante, questa scrittura restituisce da sola, e con stupore cristallino – ovvero, anche senza i vari elementi oggettivi distribuiti sapientemente e collocabili nel contesto storico narrato –, tutta l’atmosfera degli anni in cui la storia si svolge. E di stupore in stupore, con una precisione chirurgica all’improvviso, nel caldo della notte e nella musica che veniva da lontano, Ricciardi capì chi aveva ucciso Adriana Musso di Camparino. E perché lo aveva fatto.
Il romanzo Il posto di ognuno, di Maurizio de Giovanni, finalista al premio Scerbanenco 2009, è edito da Fandango.
Labels: Anni '30, L.R. Carrino, Letteratura, Letteratura Italiana, Maurizio De Giovanni, Napoli, Poliziesco, Premio Scerbanenco
È stato reso noto ieri sera a Courmayeur: è Marco Vichi, autore del romanzo Morte a Firenze, il vincitore dell'edizione 2009 del Premio Scerbanenco.
Labels: Carlo Frilli, Commissario Bordelli, Letteratura, Letteratura Italiana, Letteratura Noir, Marco Vichi, Morte a Firenze
Recensione di Biagio Spoto
Il libro di Vincenzo Maimone rispetta apparentemente gli ingredienti classici del giallo: il ritrovamento di un cadavere, l’assenza di motivazioni manifeste che possano spiegare la morte del tranquillo professor Vittorio Sapienza, pochissimi indizi a disposizione degli inquirenti. Dico solo apparentemente, perché nel corso della lettura, Un nuovo inizio, romanzo d’esordio dell’autore, offre ai lettori diverse occasioni di riflessione sulla natura umana e sui suoi lati oscuri. Come dirà il commissario Costante, uno dei protagonisti di questa storia, l’inchiesta iniziata a seguito dell’omicidio del prof. Sapienza cessa di essere una prassi di routine per divenire “un’indagine sulla solitudine”. La ricerca della verità sulla solitudine del prof. Sapienza è il filo che fa intrecciare le vicende riguardanti la sua morte con le storie personali dei due protagonisti del romanzo, il commissario Costante e il professore di filosofia Tancredi Serravalle, che in una strana ma proficua alleanza indagheranno sul caso. L’inedita coppia di inquirenti è formata da due personalità profondamente diverse ma forse per questo complementari. Tanto metodico e calmo il commissario Costante, quanto intuitivo e inquieto il prof. Serravalle. I due condividono una stessa preoccupazione che è la molla che li spinge ad appassionarsi così intensamente al caso, quella di rimanere imprigionati nei traumi del loro passato e nella solitudine che ne scaturisce, così come era capitato al professor Sapienza. Il tema dell’elaborazione della memoria e delle conseguenze che le nostre storie personali possono avere sulle nostre vite future, è dunque un altro degli argomenti principali di questo libro.
I due protagonisti cercando di ricostruire la vita della vittima, le sue solitudini, le sue disavventure, cercano di capire qual è stato il punto di rottura che ha portato l’esistenza serena del professore a divenire un appuntamento inevitabile con la morte. Indagando sulla storia personale di Sapienza, Costante e Serravalle in realtà non fanno altro che guardare alla propria vita, in una sorta di meccanismo alla sliding doors. Cosa sarebbe successo alle loro vite, se non avessero trovato la forza per reagire alle avversità? Cosa li differenzia in realtà dal povero Sapienza? La riflessione a cui l’autore del romanzo ci accompagna è che cominciare qualcosa di inedito, una nuova vita, un nuovo progetto, un nuovo inizio, è possibile soltanto se si riesce a fare i conti col proprio passato e se si perdonano gli errori commessi da noi stessi e dagli altri. Anche se l’autore, filosofo di professione, nel suo libro impiega volutamente con parsimonia gli strumenti del suo mestiere, quello che differenzia Costante e Serravalle dal prof. Sapienza è che i primi per citare Hannah Arendt sono capaci di «agire, […] prendere un’iniziativa, iniziare, mettere in movimento qualcosa»(Arendt, vita activa, p. 128), e dunque in grado di cambiare il senso della loro vita: «Il fatto che l’uomo sia capace d’azione significa che da lui ci si può attendere l’inatteso, che è in grado di compiere ciò che è infinitamente improbabile» (Arendt, vita activa, p. 129).
Sapienza, invece, non è stato capace di iniziare nulla di nuovo e di reagire di fronte ad alcuni fatti drammatici che hanno scosso la sua vita. Egli, dunque, è rimasto prigioniero di “un pensiero fisso” che lo ha condotto sino alla morte.
Nonostante lo spessore dei temi trattati, il romanzo di Maimone è di piacevole lettura. Soprattutto grazie alle dosi massicce di ironia e di humour che l’autore dispensa in diverse parti del racconto. Bersaglio principale sono i pregiudizi e i luoghi comuni di cui è intrisa la realtà del quotidiano, specialmente all’interno delle piccole comunità in cui ciascuno di noi passa gran parte del proprio tempo. Assolutamente divertenti sono i ritratti di alcune figure caratteristiche del “microcosmo” scuola in cui si sviluppa parte del romanzo: il vecchio professore logorroico, la professoressa “lecchina”, l’applicato di segreteria con le sue manie da perfetto burocrate. Tipi umani applicabili ad ogni contesto lavorativo.
Un’altra bella trovata dell’autore è far dialogare il protagonista principale Tancredi Serravalle, col proprio demone socratico. Ne vengono fuori scambi di battute divertenti e vivaci nelle quali Tancredi e il suo demone si mandano spesso e ripetutamente a quel paese, quasi fossero una vecchia coppia di amanti litigiosi e brontoloni.
La capacità di miscelare fasi comiche ad altre di riflessione più seria, è il pregio migliore di un romanzo divertente e mai banale. Un unico appunto da muovere è sulle potenzialità espressive dei personaggi di questa storia, a mio parere solo parzialmente manifestate in questo romanzo. Forse un limite, ma sicuramente un buon risultato per l’autore, se deciderà di dar seguito alle loro storie.
Il romanzo Un nuovo Inizio, di Vincenzo Maimone, semifinalista al Premio Scerbanenco, è edito da Sampognaro & Pupi.
Labels: Biagio Spoto, Hannah Arendt, Letteratura, Letteratura Italiana, Premio Scerbanenco, Vincenzo Maimone
Napoli, primi anni Ottanta, coloratissima città e altrettanto variopinto periodo; ma è con due funerali che inizia questa storia, quelli di due artisti figurativi locali. Ad assistervi, un'anima vagante, il famoso "47- morto che parla" (nella smorfia napoletana in realtà è indicato col numero 48; l'equivoca attribuzione è dovuta perlopiù al titolo di un film di Totò del 1950: "47 Morto che parla", appunto). Il fantasma non ricorda nulla del corpo appartenutogli in vita e la sensazione di avere una particolare predilezione per i colori lo spinge a pensare che una delle salme degli artisti sia la sua. Indagherà in questa direzione, seguendo però solo a latere le vicende delle due vedove, vere protagoniste del romanzo. La sua voce narrante lascia infatti la scena a quelle delle due donne, che si alternano nei capitoli successivi, raccontando l'esperienza di vita al fianco dei due artisti.
Chantal Chiusano, la prima delle due, è una pacata ma abilissima "commissaria" e vive una perfetta storia d'amore col giovanissimo marito Giovanni Aiello, bravo paesaggista, dotato di grande tecnica, specializzato in ritratti sacri, aderente appieno alla scuola napoletana classica, poco famoso ma molto stimato nell'ambiente. Sara Steno, l'altra vedova, è una psicologa romana che vive la relazione coniugale in modo molto più complicato, vede suo marito, Michele Mosti, solo nei fine settimana. Infatti, pur di conservare un po' d'indipendenza, continua a vivere a Roma e a svolgervi la professione. Mosti, a differenza del tradizionalista Aiello, ha un discreto successo, dovuto alla protezione e alla frequentazione di galleristi e critici locali; il suo lavoro è molto più sperimentale ma i suoi quadri imitano con scarsi risultati i capolavori di Burri e Fontana, insomma risulta essere decisamente sopravvalutato e ne è tristemente consapevole. Mosti è alla ricerca costante di una novità e di un'originalità che è negata all'altro.
Questi sono gli attori principali di questo giallo molto classico, ottimamente strutturato, che ha come sfondo non solo i quartieri malfamati della Sanità o quelli rinomati di Posillipo, ma anche tutto il mondo accademico, di cui
Nel caos di Napoli emergono singoli eventi che hanno una precisa ragione d'essere: si alternano passioni violente a normalissimi quadretti familiari, si dà risalto all'attaccamento di quelli che sono i trucchi del mestiere e la ritrosia a rivelarli. Ma quella che erompe con maggior forza è l'ambizione artistica che governa l'ambiente accademico, la fame di successo che spinge anche ad uccidere. L'omicidio di Mosti, su cui indaga
Ma di omicidi ce ne saranno altri, la "commissaria" giungerà ad affrettate conclusioni ma non demorderà nella ricerca della verità; i colpi di scena nel lungo finale abbonderanno.
Questo della Triches è un esordio la cui forza sta principalmente nella struttura della trama e nelle caratterizzazioni dei personaggi, soprattutto quelli femminili. Da apprezzare anche la scrittura non pretenziosa, il non cercare paroloni o termini ad effetto per descrivere un ambiente così caratteristico qual è quello artistico, insomma una lettura che intrattiene piacevolmente ma non se si cercano chiavi di lettura alte o altre. Un ultimo appunto ai tipi della rispettabilissima Pendragon: ma per un libro che così chirurgicamente descrive le differenze tra arte iconica classica e astratta, non si poteva prestare più attenzione alla veste grafica che decisamente dissuade dall'acquisto?
Il romanzo Verde Napoletano, di Letizia Triches, semifinalista al premio Scerbanenco, è edito da Pendragon.
Labels: Alberto Burri, Anni '80, Giallo Classico, Letizia Triches, Letteratura, Letteratura Italiana, Michele Fiano, Napoli, Premio Scerbanenco
Per Marco Videtta non si tratta di vero e proprio esordio, visto che scrisse a quattro mani NordEst, bestseller d'inchiesta firmato con Massimo Carlotto. Eppure, sotto tanti punti di vista, Un bell'avvenire segna un secondo inizio. È una storia di finzione, è una storia scritta in prima persona, è una storia ambientata in un'altra epoca, il fascismo, è una storia che vede lo scrittore impegnato da solo contro gli incubi di un'altra generazione. È un libro post. Post genere, postmoderno, più che post noir, di cui tanto si parla in rete. Un romanzo storico che nonostante la forma piuttosto breve ha il grande respiro delle opere che attraversano la storia, quella vera, come schegge nel tempo.
Due fratelli, un ideale. Nero. Post nero anche in questo senso, perché il romanzo di Videtta si lega alle regole del genere e ne distorce le prospettive. New Italian Epic, volendo. E anche romanzo di formazione. Mai come in questo caso le etichette rendono difficoltoso - o agevole, a seconda dei punti di vista - il lavoro della critica. L'affresco che deriva dalla prosa asciutta e da un solido lavoro di ricerca parlano chiaro. L'interesse è per i personaggi e per i loro demoni, piuttosto che per i meccanismi narrativi, a loro modo secondari. Un bell'avvenire è un giallo, un giallo politico, o di inchiesta, come si diceva un tempo: una parentesi aperta nel passato, delineata lungo il filo della ricerca. L'Amitrano minore, devoto al fratello, invasato da Mussolini, vuole ricostruirne il periodo prima della morte, nonché il nome e il volto dell'assassino.
Il maggior merito di Videtta è di credere alla verosimiglianza di quanto racconta. Ma, per farlo, ricorre alla patina di eroismo di cui riveste i suoi personaggi. Combattono per idee. Un ossimoro contro l'oggi, svuotato di ogni possibile ideologia? Ipotesi a parte, è una storia che andava raccontata. Ricorda il cuore oscuro dell'Italietta di oltre sessant'anni fa, ne riporta su carta pulsioni, umori, sensazioni, e se pure lo sguardo è parziale, il suo farsi obliquo è un omaggio all'avventura, non al pericolo fine a se stesso dell'inquadramento sociale. Un bell'avvenire, finalista al premio Azzeccagarbugli e semifinalista allo Scerbanenco, parla con il cuore in mano, con quella schiettezza tipica dei popolani guidati dalla semplicità, quando semplice significava verace, e non era visto con accezione negativa.
Dietro il fossato dei generi, del pathos, del mistero, c'è ancora altro. C'è un libro di storia che riflette, per traslazione, su cosa siamo, da dove veniamo e - forse - dove stia andando una società che dei valori, con
Il romanzo Un bell'avvenire, di Marco Videtta, è edito da E/o.
Labels: Bell'avvenire, Marco Videtta, Matteo Di Giulio, Premio Scerbanenco
Labels: Comunicazioni ai lettori, Premio Scerbanenco, Speciale
Labels: Fango, Letteratura, Letteratura Italiana, Niccolò Ammaniti