Monday, December 21, 2009

Guano Padano: Guano Padano


Il nord est come il far west, con il Po per Mississippi, i veneti per rednecks, i secessionisti della lega come confederati rincoglioniti? Pare proprio di sì, e, andando avanti di questo passo, anche i più scettici dovranno deporre le armi (della dialettica, s’intende), e arrendersi all'evidenza. Lo avevano già gridato a gran voce Matteo Righetto e Matteo Strukul, ideatori del movimento Sugar Pulp (http//www.sugarpulp.it), nato un anno fa intorno a un manifesto sottoscrivibile su facebook ed effettivamente sottoscritto, in tempi brevissimi, da diverse centinaia di fan; ora, a ribadire il concetto sono i Guano Padano (http://www.myspace.com/guanopadano), trio composto da Alessandro "Asso" Stefana (chitarra), Danilo Gallo (contrabbasso, vibrafono, piano, organo) e Zeno De Rossi (Batteria e percussioni). Sì, perché i tre sembrano avere in mente lo stesso tipo di sintesi o sovrapposizione: gli ampi spazi del nord est Italiano e quelli indimenticabili del grande western cinematografico; l'anima selvaggia, violenta, istintiva degli "uomini della pianura", al centro della composizione e dell'improvvisazione musicale, come in un romanzo d'erranza, pieno di variazioni, giri, "colpi di testa", impulsi randagi. E ad accompagnare Stefana, Gallo e De Rossi -recentemente sbarcati in tutti i negozi di dischi con il self-titled Guano Padano (album di produzione americana, targato "Important Records" e già osannato da Joey Burns dei Calexico)-, nelle loro scorribande, sono intervenuti numerosi musicisti di meritata fama, da Chris Speed, già clarinettista per Zorn, a Alessandro Alessandroni, “fischiatore” per quel Morricone la cui influenza si fa sentire in ogni singola traccia, determinando il gusto “cinematografico” dell’album, passando per il chitarrista Gary Lucas, ormai quasi un'icona dell'avanguardia newyorchese. Il tutto per tacere di Bobby Solo, che dà il meglio di se’ nella cover (in salsa latinoamericana) del classico di Hank Williams Ramblin’ Man. Il risultato? Un evocativo, riverberante, country-surf-jazz mutante (1) con contaminazioni latin e elettroniche, twangy, positivamente confuso; un riuscito pastiche che si tinge qua e là di free-jazz punk di zorniana memoria (à la Naked City, per capirci), mantenendo, per il resto, arrangiamenti magistrali a dispetto dell’ampiezza dei riferimenti intertestuali.
Da segnalare, oltre alla splendida Ramblin' Man, l'incredibile Danny Boy, quasi irriconoscibile in virtù di un mostruoso processo di decostruzione e ricostruzione, e le seducenti A country Concept e Bull Buster.



(1) "Programmaticamente mutante", si direbbe a giudicare dall'immagine di copertina che sembra raffigurare la poetica della band, evocando, nella sovrapposizione avvoltoio-scheletro la cannibalizzazione artistica (tendenza alla citazione), e l'ibridazione di generi apparentemente incompatibili (sembra di trovarsi di fronte a un inedito incrocio tra condor e bipede non meglio identificato).

Labels: , , , , , , ,

Friday, August 21, 2009

Soulsavers: Broken


Il portale CdBaby, utilissimo per chi cerchi delucidazioni sulle ultime (e penultime) tendenze del continente musicale “indie”, raccoglie un tipo particolare di sound sotto la dicitura “Mood: brooding”; insistendo nella ricerca di un'etichetta per il genere in questione, ci si imbatte, su internet, in un proliferare di definizioni vuote, approssimative e, generalmente, poco diffuse (verrebbe da dire convenzionali, se non fosse che le convenzioni sono generalmente condivise da più soggetti…): Gothic-country, southern gothic, dark-blues, gothic blues, noir-blues, folk-noir, ecc. ecc.. In realtà, forse non si tratta neppure di un genere, ma di una serie di somiglianze, che fanno si che tra gli artisti coinvolti si crei -per dirla con Wittgestein- “un’aria di famiglia”; così si finisce per associare Nick Cave ai londinesi Tindersticks, gli americani Willard Grant Conspiracy ai National, l’australiano Mick Harvey all’inglese Scott Walker e a Lee Hazelwood, Bonnie Prince Billy e l’ultimo Johnny Cash a Jay Munly, i Wowen Hand, Rowland S. Howard, la Handsome family ecc. ecc.. A questo clima musicale appartiene a pieno titolo Broken, ultimo lavoro dei “Soulsavers”, duo di Manchester che aveva già conquistato un pubblico di appassionati di tutto il mondo con il riuscitissimo album d’esordio It’s Not How Far You Fall, It’s How You Land (2007).
Affiancati dall’immancabile Mark Lanegan (e da ospiti eminenti quali Bonnie ‘Prince’ Billy, Jason Pierce della band “Spiritualized”, Mike Patton e Richard Hawley) i Soulsavers -Rich Machin e Ian Glover-, programmaticamente trasversali e sperimentatori per fondazione, confezionano un album dai toni scuri e dalle tinte forti, che alterna ampie ballate pianistiche (You will miss me when I Burn, Can’t catch the train) a pezzi rock dal sapore psichedelico più o meno marcato (Unbalanced Pieces, Death Bells), momenti neo-folk (Pharaos Chariot) e twanganti quasi-gospel (Praying Ground), perle noise (Rolling Sky) e brani strumentali dal gusto neo-classico (The seventh proof, Wise blood); e il lavoro -date le premesse è quasi superfluo dirlo- funziona egregiamente, risultando, fin dal primo ascolto, liricamente e musicalmente interessante(1).
Da segnalare, oltre alla "single track" You Will miss me when I burn (cover degli oldhamiani "Palace Brothers"), la splendida Shadows Fall e l'intrigante Rolling Sky.

In uscita in questi giorni per Columbia Records, Broken sarà presentato al pubblico italiano nei due concerti dell'1 e 2 settembre(2).



(1)D’altronde, per farsene un’idea basta dare un’occhiata alle influenze riportate sulla pagina myspace della band (http://www.myspace.com/soulsavers): qui, tra riferimenti musicali e letterari più o meno prevedibili (dall’immancabile Johnny Cash all’ormai onnipresente Charles Bukowski, vero e proprio “must” di un certo neodecadentismo facilmente “maledetto”), compaiono anche un nobilitante “William Faulkner” e un insospettato “Harry Crews”…
(2) Rispettivamente all' Estragon Festival di Bologna e al Magnolia Parade di Milano.

Labels: , , , , , , , , ,

Monday, February 16, 2009

M- Borah Bergman Trio "Luminescence" e Feldman, Caine, Cohen, Baron "Secrets"

In uscita in questi giorni, per conto dell’etichetta discografica “Tzadik”, fondata da John Zorn nell’ormai lontano 1995, Luminescence del “Borah Bergman Trio” e Secrets di Feldman, Caine, Cohen e Baron.

In Luminescence che esce a sei anni di distanza dall’acclamato Meditations for Piano, esordio di Bergman su “Tzadik”, il pianoforte(1) passa senza soluzione di continuità dal “classico” quasi-romantico all’etnico (scale “arabe” e “orientali” a profusione con un’ovvia propensione per le sonorità minori armoniche), dalla ballad bianca(2) alle ritmiche afro-americane, dal folklore mittel-europeo al contrappunto barocco e alla dodecafonia(3) intesa come sonorità, come atmosfera, piuttosto che come tecnica o insieme di regole compositive e formali, e trattata alla stregua degli altri materiali sonori, secondo la prospettiva formalista(4) e stravinskyana che si è imposta nel jazz fin dall’epoca classica.
Da non perdere l'ultra-sfaccettata Opacity e la complessa Luma, che accoda ad un incipit piuttosto convenzionale un incredibile campionario di fonti sonore solo apparentemente discordanti.

Differente nelle scelte formali e nel contenuto specifico, ma frutto della medesima impostazione, sinteticamente meno impegnativo, ma non per questo meno interessante, Secrets, primo lavoro del quartetto composto da Mark Feldman (violino), Uri Caine (piano), Greg Cohen (contrabbasso) e Joey Baron (batteria), propone la rilettura in chiave swing(5) di una serie di melodie hassidiche delle dinastie di Lubavitch, Satmar, Bobov e Modzitzer Hassidim(6).
Da segnalare almeno le incredibili Chabad Nigun e Z'chor Hashem, luogo di un improbabile incontro-scontro tra Thelonius Monk, Stephane Grappelli e Jacob Jacobs.

Due album impedibili che conciliano sperimentazione linguistico-musicale e potenza evocativa, ricerca sonora ricca di citazioni colte e orecchiabilità.



(1) Il trio, composto da contrabbasso, percussioni/batteria e piano (ai quali si unisce, solo in Luma, quinta traccia dell’album, il sax dell’impegnatissimo John Zorn, che ormai si destreggia tra una coppia lavori propri e almeno un paio di partecipazioni l’anno), si articola intorno al tocco ed alle doti del titolare della formazione, abituato ad esperienze da solista.
(2) Si vedano, ad esempio, gli avvii delle belle Parallax e Candela, che rimandano ai grandi classici del cool jazz e della west coast pianistica.
(3) Ovvie sono, nell’album, le eco dai lavori del secondo espressionismo viennese; vengono in mente, in particolare, i primi due movimenti del Kammerkonzert per pianoforte e violino di Alban Berg.
(4) Ma d’altra parte la mistica alla quale l’album di Bergman fa riferimento dal titolo all’immagine di copertina, è fatta di ripetizione, non di creazione, e poi, parafrasando Walter Benjamin, è proprio attraverso la giustapposizione “esplosiva” di forme differenti, per mezzo d'un lavoro sulla “vita postuma dell’oggetto” (in questo caso il materiale sonoro scaduto e caricato di nuove valenze) che si chiarisce il passato (musicale) e si crea il nuovo.
Notiamo per inciso, senza la pretesa di esaurire un argomento che meriterebbe di essere trattato in maniera ben diversa, che proprio l’ambiguità e la falsa corrispondenza di formalismo musicale e religioso, la tensione tra esattezza musicale e rituale, definiscono (pur nella loro problematicità) al meglio lo spirito dei due album in esame.
(5) Lo swing è ceramente la tonalità dominante di questo album, ma i musicisti dimostrano di non disdegnare le tinte manouche e "inciampano" in gloriose tirate Bebop.
(6) Si tratta di brani tradizionali tramandati per via orale, la cui esecuzione veniva equiparata ad un’invocazione ultra-semantica; attraverso la musica strumentale (vietata dalla religione ebraica fin dalla distruzione del secondo Tempio di Gerusalemme operata dai romani nel 70 d.c. e rispolverata solo in tempi relativamente recenti), il suonatore poteva rivolgersi a Dio in maniera sentimentale (e quindi soprarazionale), esprimendo contenuti linguisticamente incomunicabili; facile allora, e fortunato, l’incontro con il jazz che, fin dalle origini, ha lasciato un grande spazio ad un’improvvisazione intesa come espressione immediata di intraducibile istintività e sentimento profondo.

Labels: , , , , , , , , ,