Monday, February 02, 2009

L- André Héléna: Un uomo qualunque

Un tempo, il giovane parigino Balthazar Bornillot aveva un lavoro normale, onesto, rispettabile; poi, l’amore per la bella Gisèle lo ha spinto a cercare una scorciatoia, un modo per passare, con un rapido salto, dalla relativa, misera, tranquillità dell’aiuto di bottega, alla facile agiatezza del malvivente. Ma i criminali, si sa, difficilmente scendono a patti con ragazzini sprovveduti o complici alle prime armi, e se lo fanno sono pur sempre pronti a tornare sui loro passi. Così Bornillot, coinvolto in un colpo teoricamente perfetto e destinato a restare impunito, si ritrova con l’intera banda di Scipioni alle calcagna. E man mano che la scia di cadaveri che, nella sua inutile lotta per la sopravvivenza, si lascia alle spalle, si allunga, anche la polizia inizia ad interessarsi al caso…

Non c’è aggettivo migliore di “classico”(1) per definire Un uomo qualunque di Andre Héléna; Le demi-sel, romanzo scritto, probabilmente tra la fine degli anni '40 e i primi anni ’50(2), da un autore poco oltre la trentina, già molto prolifico ma poco amato da librai ed editori, è infatti un polar prima maniera, denso, cupo, scuro, umido, nebbioso, spiccatamente tragico(3), il cui stile meraviglioso trova un valido paragone letterario solo nella Trilogie Noire di Malet, o nelle migliori pagine di Simenon (si pensi, ad esempio, a La casa sul canale, Pioggia Nera, La neve era sporca, I fantasmi del cappellaio).
La tematica, cara al realismo poetico dei tardi anni ’30, dell’uomo disperato che individua un’occasione di riscatto in un amore ideale, altissimo e incontenibile, per ritrovarsi tradito o beffato, l’ultima via di scampo dalla miseria dell’esistenza negata in extremis, è qui tracciata con le tinte forti tipiche del clima letterario che ha visto la nascita di capolavori quali J’irai cracher sur vos tombes di Boris Vian e La vie est déguelasse di Léo Malet.
Il protagonista, un semplice garzone di bottega, un "uomo qualunque", povero ma onesto, si trasforma, per via di un paio di passi falsi(4), nel prototipo dell’homme traqué tanto caro alla letteratura nera (si pensi, per esempio, al classico Rififi di Auguste Le Breton) e al cinema polar (esemplari Frank Costello faccia d’angelo e Le cercle rouge, entrambi di Jean-Pierre Melville, ma anche Grisbi di Jacques Becker)e, nell'impossibilità di tornare sui suoi passi, sprofonda in una miseria sempre più cupa, fino a soccombere ad un destino forte e inevitabile.

Un uomo qualunque(4), di André Héléna, edito in Italia da Fanucci, è il romanzo imperdibile di un autentico maestro; una delle migliori riscoperte degli ultimi anni.




(1) Sempre a patto che il termine “classico” non sia preso a sinonimo di “prevedibile”.
(2) Recensori, editori e responsabili di introduzione (l’incredibile Léo Malet, le cui parole entusiaste, dovrebbero valere più di qualunque recensione positiva) e postfazione (Massimo Carlotto e Laurent Lombard) parlano di lui come di un autore imprescindibile, uno dei noiristi più prolifici d’Europa, eppure, è praticamente impossibile trovare notizie precise su Héléna; al massimo ci si imbatte in una data di nascita, il 7 aprile 1919, o un anno di morte, il 1972, che vide l’autore spegnersi in un quasi assoluto silenzio.
(3) Nel caso di Un uomo qualunque, il riferimento alla tragedia classica è giustificato non solo dalla presenza di un destino prepotente e indomabile, che decreta la sconfitta di ogni personaggio (dal capobanda senza speranza, al braccio destro sfortunato, dal protagonista, un demi-sel, un quasi-innocente, al poliziotto che attende impotente l’avverarsi di un’inevitabile tragedia familiare), ma anche dal rispetto delle regole di unità di luogo e di tempo: l’intera vicenda dura poco più di una giornata e gli spostamenti, che avvengono rigorosamente a piedi, sono ridotti all’essenziale.
(4) Un uomo qualunque è il secondo capitolo del ciclo Le compagnons du Destin, concepito come un’antologia di forme del malessere tipico del secondo dopo-guerra; l’ovvia associazione tra gli ambienti descritti da Héléna, e la Parigi livida e sbrecciata (anche moralmente) dei film di Carné, (le vie vuote e desolate percorse da Balthazar richiamano alle mente le strade notturne di Mentre Parigi dorme, e l’impennata finale dell’intreccio prende il via da un delitto passionale che ricorda da vicino l’omicidio di Valentin in Alba tragica) non è dunque così insensata.

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Tuesday, December 09, 2008

L- Pierre Magnan: Il sangue degli atridi

Digne, Provenza. Metà anni ’70. Una serie di omicidi rituali scuote il paesino: le vittime, due giovani rappresentanti dell’alta borghesia locale, un professore ed una vecchia signora, uccise attraverso un’unica, precisa, sassata ad una tempia, non mostrano alcun collegamento evidente. Tra i paesani si diffonde il panico, ma due inquirenti di grande intuito e qualità, il giudice Chabrand e il commissario Laviolette, entrambi “in esilio” nella provinciale Provenza (per motivi politici uno e per lo scarso rispetto dimostrato nei confronti delle gerarchie, l’altro), non hanno alcuna intenzione di lasciare il caso irrisolto, tanto più che uno di loro si ritrova personalmente minacciato dal misterioso assassino.

Scritto nel 1976 dall'allora cinquantaquattrenne provenzale Pierre Magnan, già tipografo, partigiano, impiegato presso una società di trasporti frigoriferi e autore di una serie di romanzi apprezzati dalla critica, ma totalmente ignorati dal pubblico, premiato nel 1978 con il prestigioso “Prix du Quai des Orfèvres”, Il sangue degli atridi segna l’inizio della "vera" carriera letteraria dell’autore.
Lo stile è piacevole, gradevolmente descrittivo(1); l’intreccio è ben congegnato, scorrevole a dispetto di alcuni punti morti, forse un po’ rigido sulla sua intuizione “classica” che costituisce, però, uno degli aspetti più interessanti e originali del romanzo.
Magnan e il suo Laviolette sono stati spesso (e non a torto) paragonati a Simenon e Maigret: in effetti le avventure del commissario di Digne hanno molto in comune con quelle del più noto collega parigino, soprattutto dal punto di vista della tecnica narrativa e delle scelte stilistiche. Ammettendo questa somiglianza (2) ci sembra di fare all'autore un meritato complimento: non sono molti gli autori del panorama europeo a poter reggere il confronto con un maestro come Simenon, soprattutto in un periodo dominato da romanzetti omologati e commerciali come quello in cui viviamo...

Il romanzo Il sangue degli atridi, di Pierre Magnan, è edito in Italia da Robin.



(1) D’altra parte la collana “I luoghi del mistero” alla quale il romanzo, nella sua edizione italiana, appartiene, punta chiaramente sull’“esotismo” delle location, e la scarsità di descrizioni sarebbe accolta, dal lettore, come una grave mancanza.
(2) Quanto affermato non deve trarre in inganno: la somiglianza (che, sia detto per inciso, non costituisce di per se' garanzia di gradimento, almeno per i puristi del noir e per i fanatici del thriller alla ricerca di narrazioni fortemente ritmate) si arresta al livello stilistico e tecnico-narrativo; al di là di questo, Magnan è autore dotato di una sua propria voce particolare, educata, meravigliosamente retrò, piacevolmente ironica (anche per quanto riguarda le questioni politiche).

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Sunday, June 29, 2008

L- Georges Simenon: Pioggia Nera

Normandia: i signori Lecoeur, titolari di una piccola ditta di tessuti e confezioni, lavorano senza sosta per mantenere se stessi ed il figlio Jérôme. La loro dura ma felice esistenza, spesa tra il negozio di tessuti ed il piccolo bilocale al piano superiore, viene sconvolta dall’arrivo della zia Valérie, una ricca parente decisa a non passare da sola i suoi ultimi anni di vita; intanto la polizia, occupata nella ricerca dell’anarchico Gaston Rambures, controlla il paese. Jérôme, che passa alla finestra la maggior parte della giornata e segue le operazioni è convinto di conoscere il nascondiglio del ricercato, ma non può e non deve darlo a vedere, o, ne è certo, la vecchia e crudele zia rivelerà il segreto alla polizia per incassare la taglia di 20000 franchi che pende sulla testa di Rambures…

Narrata in prima persona da Jérôme, ormai divenuto adulto(1), la vicenda racchiude, in uno spazio incredibilmente contenuto, molte delle tematiche care al Simenon maturo, dallo studio dei legami familiari (esemplare in questo senso, oltre a Pioggia Nera il romanzo I Pitard), all’analisi psicologica dei personaggi, al osservazione di quell' incapacità di accontentarsi(2), di quella speranza di procurarsi una vita più agiata (e che per questo si ritiene indiscutibilmente migliore) che è carattere permanente della moderna borghesia occidentale.
Il romanzo si apre con il passaggio della famigliola da un livello di operosa e felice quasi-povertà all’insopportabile attesa di un’eredità che, i personaggi sembrano presagirlo, molto probabilmente non arriverà mai, ma al fascino della quale non possono e non vogliono sottrarsi.
La zia Valérie, con la sua gioia di fronte alle altrui disgrazie (dal ripetuto fallimento degli scioperi all’avanzare delle indagini su Rambures), con la sua aria di disgustata superiorità nei confronti di nipote e nuora, e la su avarizia, rappresenta perfettamente e senza mai cadere nel caricaturale la vecchia alta borghesia di campagna (o la bassa nobiltà), sempre sul punto di morire e incapace di dimostrare la propria vitalità se non attraverso un odio cieco ed una aggressività i cui sfoghi sono spesso fortunatamente impotenti(3).
I signori Lecoeur, genitori di Jérôme, rappresentano perfettamente sogni, aspettative e preoccupazioni della piccola borghesia manifatturiera dell’epoca: la voglia di emergere, il disinteresse quasi completo per la politica, la paura della polizia, il timore di restare coinvolti ecc.
Le ambientazioni scure e piovose sono semplicemente meravigliose (ma d’altronde questa è una costante dei romanzi “nordici” del Simenon passato oltre le inchieste di Maigret), i personaggi credibili e ben costruiti, e i dialoghi perfetti.

Il romanzo Pioggia Nera di Georges Simenon è edito da Adelphi.


(1)La dimensione incerta del ricordo d’infanzia e la narrazione diretta da parte di uno dei protagonisti della vicenda, che permetterebbero di uscire dalla dimensione del realismo letterario o giustificare incertezze ed imprecisioni nell'intreccio divengono, nelle mani dell'autore, un pretesto per chiarire le impressioni (pure) del bambino, impermeabili alla possibilità del guadagno, con le interpretazioni del Jérôme adulto, ormai completamente disinteressato all’eredità, e dunque molto più obbiettivo dei genitori nel valutare la crudeltà della zia.
(2)Incapacità che Simenon stesso conosceva bene dato che, come testimoniano i critici, l'autore e sua moglie conducevano una vita molto al di sopra delle loro possibilità.
(3)E frustranti, irrisolventi; si pensi a quando, insoddisfatta delle notizie ricevute dal dottor Livet, la vecchia è costretta a sfogarsi con un secondo atto di crudeltà gratuita, e distrugge gli inerti animaletti dell’impotente nipotino Jérôme.

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Tuesday, June 10, 2008

L- Georges Simenon: La pazza di Itteville

Cinquanta chilometri, in piena notte, sotto una pioggia battente, senza riuscire a vedere nient’altro che l’alone sfocato dei fari. Tutto sommato, più che ridicoli dovevamo essere patetici, con il motore che ansimava, la 5 CV che traballava sulle sue ruote deformate e il vento che cercava di strapparci al capote. Il fatto è che G.7 è uno dei pochi ispettori della Polizia giudiziaria ad avere una macchina personale.(1)

L’ispettore G.7 (così soprannominato dai suoi colleghi “per via dei capelli rossi, che fanno pensare al colore dei taxi della compagnia G.7” (2)) viene convocato, nel cuore della notte, ad Itteville, cinquanta chilometri fuori Parigi, per indagare su un imprecisato caso di omicidio; nonostante il maltempo e l’ora tarda si mette in viaggio subito, e porta con se un amico scrittore.
Arrivati sul posto, ispettore e compare, apprendono dalla voce sconvolta di una guardia di provincia che il primo cadavere (notato da un testimone di passaggio in bicicletta) è stato sostituito da un secondo uomo. Quando anche la seconda salma scompare dall’obitorio l’ispettore capisce che se vuole risolvere il caso deve agire alla svelta. I suoi sospetti cadono sul direttore della clinica del paese e sulla bionda Marthe Templier, una donna fatale e un po’ folle che nasconde, dietro l’apparenza da fragile ragazza dell’ est, un terribile segreto…

Il romanzo, narrato in prima persona dal personaggio dello scrittore, è stato scritto nel 1931 come titolo inaugurale della serie Photo-Texte, (una collezione di romanzi corredati da immagini firmate dai più eminenti fotografi contemporanei) che, a dispetto della formula innovativa, non ebbe successo, e si chiuse, come si era aperta, con il volume La pazza di Itteville. Simenon che nel frattempo aveva aperto la serie di inchieste del commissario Maigret (Pietr il lettone era uscito il 20 gennaio dello stesso anno), si vide costretto ad abbandonare il personaggio di G.7.
Pur essendo opera molto breve e “minore”, La pazza di Itteville già dimostra la maestria stilistica del Simenon maturo (soprattutto nelle evocative, nebbiose, descrizioni ambientali). Particolare la scelta di affiancare lo scrittore (narratore intra-diegetico e co-protagonista) all’ispettore G.7 (ricorda l’accoppiata Sherlock Holmes/Watson, tra le altre), che, insieme alla curiosa meccanica del delitto e dell’occultamento del cadavere (di gusto quasi enigmistico), ed allo scarso approfondimento della psicologia dei personaggi dimostra il carattere “preparatorio” dell’opera, quasi un raccordo tra il giallo classico e le più mature (anche se la prima, come si è detto è contemporanea ) ed innovative inchieste di Maigret.

Il romanzo breve La pazza di Itteville di Georges Simenon è edito in Italia da Adelphi.

(1)Georges Simenon, La pazza di Itteville, Adelphi, Milano 2008, p. 11.
(2)Ivi, p. 13.


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Wednesday, November 28, 2007

L- Georges Simenon: La neve era sporca

Seconda guerra mondiale; in una livida e fredda città nord-europea stretta nella morsa dell’occupazione nazista, il diciannovenne Frank Friedmeier, figlio della tenutaria di un bordello di lusso,ha una posizione invidiabile, e può permettersi vizi che la maggior parte degli adulti non sognano neppure.
Fiaccato da una vita priva di stimoli e complicazioni, e toccato dal clima decadente (1) nel quale è cresciuto, Frank decide di dimostrare la propria maturità (2) commettendo un terribile omicidio.
Eccitato dalla presenza del vicino Holst in qualità di testimone, Frank porta a termine il suo malsano progetto, accoltellando un molle ufficiale dell’esercito occupante.
Rimasto insoddisfatto della sua situazione, ed indispettito dalla propria impunità, Frank si lancia in una serie di azioni orribilmente immorali o criminose (accomunate da un’aria di “sfida” alla società intera che nasconde, male, degli ovvi intenti autolesionisti…), finché, una mattina, un uomo in impermeabile si presenta alla sua porta per scortarlo in una misteriosa prigione…
Frank è riuscito a forzare il destino, facendosi causa della propria morte, o la sua condanna è legata a cause indipendenti dalla sua volontà?

Scritto, nel 1951, “La neve era sporca” riflette, nello stile perfetto del Simenon più ispirato, alcuni aspetti critici dell’uomo occidentale moderno, posti orribilmente in risalto, e forse amplificati dalla guerra (finita da appena sei anni al momento della stesura del romanzo), e lo fa senza la pretesa di parlare “di” e “per” un’intera generazione, ma limitandosi al caso fittizio (psicologicamente credibile ed anzi iper-realistico) di Frank Friedmeier, costretto ad affermare il proprio esistere attraverso la violenza, e poi risucchiato in un vortice di azioni irrazionali e volgari scelte e compiute in maniera compiaciuta.
Scuro, freddo, doloroso.Uno dei migliori romanzi di Simenon.
Adattato per il teatro dallo stesso Simenon nel 1951, “La neve era sporca” è stato oggetto di un trasposizione cinematografica diretta da Luis Saslavsky, già nel 1952.

Il romanzo “La neve era sporca” di Georges Simenon, edito in Italia da Adelphi, è ora riproposto da Mondadori (che festeggia il centenario dalla fondazione con una serie di eccezionali ri-edizioni) in tiratura limitata e numerata, nella prestigiosa collana “Medusa”.


(1) Non si tratta tanto del bordello “di famiglia” gestito dalla madre di Frank, ma di quella mollezza decadente che letteratura e cinema hanno spesso attribuito agli ufficiali nazisti…
(2)I meccanismi ed i ritmi normali dell’educazione e della crescita sembrano sospesi sotto il peso della guerra, tanto da imporre al ragazzo una rottura violenta con la vita precedente...

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Sunday, October 21, 2007

L-Georges Simenon: La cattiva stella

“Erano degli uomini affamati d’una vita più larga, più libera, più bella, e che non hanno esitato a lasciare tutto per tentare l’avventura. In altre parole, erano, nel senso migliore del termine, degli avventurieri. A voler credere ai libri ce n’è anche qualcuno che sia riuscito. E allora, sarà la sfortuna, ma non ho mai incontrato se non gli altri, che non sono divenuti eroi o santi, nemmeno milionari o gente che vivesse di rendita. I falliti dell’avventura se volete”.(1)

Giovani di buona famiglia si stabiliscono ai tropici per far fortuna, ma finiscono vittime di orribili donne indie; piantatori insoddisfatti dilapidano i guadagni accumulati in anni di lavoro nella giungla in pochi giorni passati in patria; illustri studiosi trapiantati alle indie perdono il senno ; turiste in cerca di avventure tornano, rovinate, in patria…
Terminato nel giugno 1936, “la cattiva stella” di Geroges Simenon è una strana raccolta di brevi narrazioni, scritte come semplici reportages.
Dietro la ampia galleria di “Ratés” che fanno da protagonisti a questa serie di brevi racconti, quasi un documento dei rischi estremi connessi all’avventura, si intravede un certo favore dell’autore, una sensibilità nei confronti dei personaggi falliti (ampiamente testimoniata anche dai romanzi esterni al ciclo di Maigret) raccontata attraverso l’atteggiamento ironicamente superiore ( ma mai saccente ) di chi, avendo conosciuto i tropici , guardi sorridendo alle ignare vittime del facile esotismo di tanti autori di grido.

“La mauvaise étoile” di Georges Simenon è inedito in Italia; l’opera omnia dell’autore è comunque in via di pubblicazione presso Adelphi.

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Sunday, August 19, 2007

L- Georges Simenon: La casa sul canale

“… là c’era un uomo con i capelli tutti infarinati, seduto davanti al fuoco con la testa fra le mani.”(1)

Edmée, giovane orfana di città, lascia la natia Bruxelles per trasferirsi in campagna a casa di parenti. Al suo arrivo presso i Van Elst, la giovane trova la casa in subbuglio per la morte dello zio; la gestione del patrimonio familiare viene affidata (secondo il volere del caro estinto) al cugino Fred (primogenito dei Van Elst) il quale ben presto si trova afflitto da problemi finanziari, ed entra in lite con il fratello Jef; intanto la giovane Edmée scopre il gusto sconosciuto della violenza e del potere.

Scritto nel 1933, “La casa sul canale” è il capolavoro stilistico di un Simenon freddo, torbido, fangoso e brutale come l’inverno fiammingo, in grado di dar conto, facendo affidamento sulla semplice esteriorità dell’agire (e dunque muovendo in una direzione alternativa rispetto al romanzo psicologico ottocentesco), delle modulazioni e dei cambiamenti d’animo dei personaggi.
Un’opera di incredibile intensità e vigore, retta da solide descrizioni ambientali (si pensi ai meravigliosi esterni, che assumono, guardati da dietro le finestre di Edmée, un valore spiccatamente simbolico, o a quella allusiva macchia rossa sotto la crosta ghiacciata del canale, che si manifesta in un momento di quasi calma… ) e personaggi invidiabilmente credibili e naturali (sia pure nelle loro miserie).

“La casa sul canale” di Georges Simenon è edito da Adelphi.

(1) Pg. 159

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Tuesday, May 29, 2007

L-Georges Simenon: Una testa in gioco

Due del mattino nella fortezza della Santé; il prigioniero numero 11, condannato a morte per l’omicidio di una ricca vedova, evade di galera sotto lo sguardo pensieroso di un poliziotto alto e corpulento che fuma la pipa avvolto nel suo cappotto nero. Il prigioniero raccoglie un pacco nascosto da un complice sconosciuto, si cambia d’abito, e scavalca il muro di cinta; dall’altro lato della strada un paio d’agenti in borghese sono pronti a seguirlo…

Il commissario Maigret, certo di aver arrestato un innocente, decide di mettere a repentaglio la propria carriera, e, con il pretesto di arrestare un ipotetico complice, organizza l’evasione del giovane Heurtier; si troverà così coinvolto in una difficile indagine, nel corso della quale dovrà affrontare un temibile avversario: il cecoslovacco Radek, resosi colpevole più per un’insostenibile curiosità intellettuale che per i morsi della fame…

“Una testa in gioco” è un romanzo unico all’interno della sterminata produzione di Georges Simenon: Sostenuto da un Maigret fallibile ed apparentemente fuori forma (ma ancora pienamente umano e disposto a mettere a rischio tutto pur di salvare un innocente ingiustamente condannato a morte…), segnato dalla presenza dell’incredibile Radek (quasi un dostoevskjano Raskolnikov divenuto cinico col passare degli anni…), e scritto appositamente per il cinema(1), ma senza rinunciare all’interiorità dei personaggi.(2)
Un romanzo assolutamente meraviglioso…

Dal romanzo “Una testa in gioco” di Georges Simenon sono stati tratti i film “La testa di un uomo” (1933) diretto da Julien Duvivier ed interpretato da Henry Baur e “L’uomo della Torre Eiffel” (1950) diretto da Burgess Meredith ed interpretato da Frenchot Tone e Robert Hutton.(2)

“Una testa in gioco” di Georges Simenon è edito da Adelphi.


(1)Come ci informa giustamente la nota in apertura all’edizione Adelphi “Con una testa in gioco [….] si consuma il primo ed ultimo tentativo di Simenon di scrivere una storia per il cinema e di curarne lui stesso la regia.” (Simenon, G. Una testa in gioco, “Le inchieste di Maigret”, Adelphi, Pg. 3 )
(2) La psicologia dei personaggi, generalmente poco approfondita nel ciclo delle "inchieste di Maigret", ritrova qui il suo giusto spazio nello splendido resoconto conclusivo offerto dal protagonista al giudice Coméliau.
(3) Due curiosità: Nel film "L'uomo della Torre Eiffel" il regista Burgess Meredith compare nei panni di Joseph Heurtin; la parte di Maigret è invece affidata a Charles Laughton, premiato con un oscar come “miglior attore” per “Gli ammutinati del Bounty", 1935, ma anche regista del bel noir “Night of the Hunter” (recentemente rimasterizzato su DVD per la prestigiosa collana “Criterion Collection”).

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Monday, May 28, 2007

L- Léo Malet: La notte di Saint Germain-des-Prés


Foto: Boulevard Saint-Germain, angolo rue Bonaparte negli anni ’40; I due locali visibili sono il Café des deux Magots(1)(utilizzato per le riprese del film “L’uomo della Torre Eiffel” diretto da Burgess Meredith e ripreso da Malet in “La notte di Saint Germain-des-Prés” ) ed il Café Flore, all’interno del quale il romanzo si apre…



VI arrondissement; secondo dopoguerra.Un uomo si muove a disagio fra ritrovi di artisti e locali notturni, musicisti neri e poliziotti con l’aria da vedovi: E’ Nestor Burma, detective privato e titolare dell’agenzia investigativa “Fiat Lux”.
Assunto da un assicuratore per recuperare 15.000.000 di franchi in gioielli sottratti ad una vedova che la “compagnia internazionale di assicurazione” non ha nessuna intenzione di pagare, Burma fissa un incontro con Charlie McGow, un nero che dichiara di avere con se’ i preziosi; purtroppo però, al suo arrivo nella camera 42 dello squallido “hotel Diderot”, il detective si ritrova a tu per tu con un cadavere, e dei gioielli neppure l’ombra...
Comincia così una sorta di vagabondaggio alla cieca sul consueto, e meraviglioso sfondo di una Parigi notturna da tempo perduta: La città degli artisti, dei caffè, del jazz, degli esistenzialisti…(2)

Lo stile di Malet, americano di facciata, ma ironico (ed auto-ironico) in maniera squisitamente europea, si applica qui ad un’opera tutta sbilanciata sulla dimensione meta-narrativa che, timidamente insinuatasi nella prima parte del romanzo (“…tirai una sedia verso di me. Il libro che ci era poggiato sopra scivolò inavvertitamente per terra. Lo raccolsi. Era Una testa in gioco di Georges Simenon”(3) e ancora “L’uomo della Torre Eiffel , tratto da un romanzo di …Ah!E’ divertente!Per un verso o per l’altro finisco sempre per tornare a questa benedetta vicenda!L’uomo della Torre Eiffel è preso da Una testa in gioco”(4)) prende poi decisamente il sopravvento fino a fornire (al lettore informato sui fatti tanto quanto all’investigatore) la soluzione dell’enigma.
La notte di Saint Germain-des-Prés è un’altra meraviglioso saggio dell’intelligenza narrativa di un autore in grado di mistificare una storia già nota a molti (anche grazie all'adattamento cinematografico), per poi condurre il lettore verso la soluzione (anch'essa nota, ma come dimenticata) con grande maestria.

Da “la notte di Saint-Germain-des-Prés” è stato tratto l’omonimo Film diretto da Bob Swaim, ed interpretato da Daniel Auteuil e Michel Galabru.

“La notte di Saint-Germain-des-Prés” è parte del ciclo di romanzi “I nuovi misteri di Parigi”, editi in Italia da Fazi.


(1) Il caffè des deux magots, tutt’ora aperto, era un noto ritrovo di scrittori ed artisti; tra i clienti abituali da ricordare almeno André Gide, Picasso, Fernand Léger, Prévert, Hemingway, Sartre, Simone de Beauvoir, Andrè Breton e lo stesso Malet
(2)Il lettore stregato dal VI arrondissement “notturno” potrà trovare meravigliose ed ironiche descrizioni degli stessi luoghi in “la Parigi degli esistenzialisti” (Editori Riuniti, tit. or. “Manuel de St.-Germain des- Prés”) una sorta di stravagante “guida turistica” firmata Boris Vian.
(3)Pg. 81
(4)Pg.136

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