Wednesday, December 03, 2008

L- Barry Gifford: Perdita Durango

"This life sure's got question marks scattered around like dogshit in an empty lot, the way Daddy says. I guess I ain't been steppin' careful enough."(1) (Barry Gifford, Perdita Durango, Grove Press, New York 1992, p. 39.)



New Orleans, Louisiana. Perdita Durango, ventitreenne messicana, occhi scuri e minacciosi, fascino tenebroso alla “Tura Satana” in Faster Pussycat, Kill, Kill! di Russ Meyer, non ha grandi aspettative, e non si fa troppe illusioni: non vuole una famiglia, non cerca un buon lavoro, non ha mai pensato di potersi arricchire legalmente, e non sta aspettando il principe azzurro. Quando incontra il violento Romeo Dolorosa, rapinatore per gusto, santero(2) per vocazione, narcotrafficante con l’occasione, l’intesa è perfetta.

Spostatisi in Messico, e decisi ad attirare l’attenzione sul misterioso culto del quale sono sacerdoti, Perdita e Romeo decidono di sacrificare un essere umano all’interno di un macabro rituale, ma la polizia è già sulle loro tracce per il rapimento di una coppia di turisti statunitensi, i paesani spaventati non sono dalla loro parte, e un vecchio gangster che non gradisce la presenza delle forze dell’ordine lungo il confine ha già in mente un modo per sistemarli…


Barry Gifford si riconferma un maestro nella creazione di un certo genere di romanzi on the road ritmati e violenti nei quali la poetica tutta americana del viaggio incontra temi e modi del romanzo nero e del pulp, il gusto kitsch e le scelte di montaggio tipiche del cinema di serie b/z e le location western bollenti e desolate da film di Sam Peckinpah.

I personaggi credibili e ben definiti (pur nelle loro brutture) e i dialoghi iper-realistici (ma d’altra parte così genialmente, poeticamente sboccati da risultare quasi incredibili) conferiscono al romanzo un tono quasi beat(3).

L’intreccio è secco, rapido, folgorante; non ci sono parole di troppo nei libri di Gifford. Neppure una.


Un tempo leggibile in italiano all’interno del volume Storie selvagge (Bompiani), contenente tutti i racconti del ciclo di “Sailor” e “Lula”(4), e portato sugli schermi nel 1997 da Alex De la Iglesia (interpretato da Javier Bardem, Rosie Perez e James Gandolfini), Perdita Durango, piccolo capolavoro di un grande scrittore sfortunatamente poco noto e sottorappresentato in Italia, è al momento fuori edizione.



(1) "Questa vita ha dei punti interrogativi sparsi in giro come stronzi di cane in uno spiazzo vuoto, come dice Papà. Mi sa che non ho fatto abbastanza attenzione a dove mettevo i piedi" (trad. nostra).

(2) La santeria è un sistema religioso nato dall’incontro dell’animismo yoruba (diffuso in Africa occidentale) e il cattolicesimo imposto dagli spagnoli agli schiavi deportati nelle Americhe.

(3) Ma lo stile di Gifford non ha niente a che vedere né con quello di Kerouac e i suoi, né con quello, più moderno, di Hubert Selby Jr.: le frasi sono brevi, punteggiate, e richiamano, semmai, autori noir aperti alla sperimentazione come David Goodis e Jim Thompson.

(4) “Sailor Ripley” e “Lula Fortune” sono i protagonisti del noto romanzo Cuore Selvaggio di Barry Giffod, adattato da David Lynch e dall’autore stesso, e portato sugli schermi nel 1990.


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Sunday, July 02, 2006

L- Barry Gifford : Port Tropique

Franz Hall è un americano che vive di contrabbando a Port tropique, nell’America centrale; quando nel paese scoppia la rivoluzione, e Raoul, leader dei rivoltosi, sale al potere, i traffici subiscono un rallentamento; Franz decide allora di tentare la fuga con mezzo milione di dollari in una vecchia valigia.

Resosi conto del rischio che sta correndo torna sui suoi passi e cerca la protezione di Raoul, quindi, dato lo scarso successo ottenuto, lascia nuovamente Port Tropique per recarsi negli Stati Uniti; ma i vecchi compari sono già sulle sue tracce…

Frammentato in una serie di brevissimi capitoli, Port Tropique riconferma la predilezione di Gifford per una narrazione cinematografica e stratificata (si veda anche il post riguardante “Cuore Selvaggio”), che però mal si applica a questo breve romanzo, sbilanciato nella dimensione della memoria, e fermo ad una piatta esteriorità che non rende certo giustizia ai personaggi.
Quasi totalmente privo di trama, stilisticamente meno radicale del più noto “Cuore selvaggio”, e certo non favorito dalla brutta, e tutt’altro che ineccepibile traduzione (es: “il serpente passò la valigia a un uomo sulla barca di cui Franz non riuscì a scorgere il viso, e questi la portò sottocoperta” pg. 24 ) nella quale è riproposto da “Einaudi”, Port Tropique delude e annoia.

“Port Tropique” di Barry Gifford è edito da Einaudi nella collana “Stile libero- Noir”.

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Thursday, May 11, 2006

L- Barry Gifford: Cuore Selvaggio


La tormentata storia d’amore tra Sailor Ripley, un ventenne appena uscito di galera (dopo aver scontato due anni per omicidio) e Lula Pace Fortune, una ragazzina in fuga (ma senza convinzione) dalla madre opprimente.
Sailor e Lula corrono su una Buick decappottabile attraversando tre stati, e tutto sembra andare per il meglio, finchè, dato fondo a tutti i loro averi, i due sono costretti a fermarsi a Big Tuna, Texas.
Sailor cerca senza successo un lavoro qualunque, finché un ex marine sadico ed un po’ folle si fa avanti con un proposta…

Il minimalismo tutto americano di Gifford si applica senza forzature al mondo sporco e violento (sia pure decisamente meno violento di quello portato sullo schermo da David Lynch nel suo adattamento cinematografico premiato con la palma d’oro al festival di Cannes del 1990) all’interno del quale i personaggi si muovono; il linguaggio delle conversazioni (sboccato o dolce, educato e formale o violento e ruggente) sempre appropriato alle coppie/gruppi di dialoganti, è padrone assoluto di quest’opera che sembra nata per il cinema (si pensi ai pezzi brevi come rapidi stacchi di montaggio, alle continue ellissi, a quella sorta di “montaggio alternato” che ci mette di volta in volta a conoscenza della posizione degli inseguitori e degli inseguiti, al tono anti-poetico e assolutamente lucido delle brevi e rare descrizioni).
Da segnalare i due bellissimi racconti di Johnnie Farragut (uno svogliato investigatore privato con velleità letterarie) ottimo esempio di meta-narrazione.

“Cuore Selvaggio di Barry Gifford” è edito da Bompiani.

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